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Narcos Messico: cambia volto ma non "la sostanza"

In occasione del Lucca Comics & Games 2018, abbiamo potuto assistere alla proiezione in anteprima del primo episodio della nuova stagione di Narcos, che da Medellin e la Colombia, si sposta ora in Messico, per raccontare della nascita e dell'ascesa del cartello di Guadalajara.

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Avatar di Raffaele Giasi

a cura di Raffaele Giasi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 06/11/2018 alle 16:12
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Il primo episodio di Narcos Messico comincia, e ad accoglierci non c'è “Tuyo”, l'ormai iconico brano di Rodrigo Amarante che da sempre ci accompagna nei titoli di apertura. Narcos Messico comincia con un'introduzione, atta a ricordarci, in primis, che la storia che stiamo per vivere è una storia vera, impreziosita dal dramma della TV certo, ma fondamentalmente vera. L'introduzione va avanti per un po', spiegando allo spettatore quale sia il luogo della storia, quale sia il momento storico, e quali siano le forze in campo. Perché se si parla di Narcos, si parla di "campi", che siano di erba o di battaglia poco importa, la conta delle vittime è la medesima: tante, troppe. In sostanza una guerra, e una guerra di sostanze.

La cosa che colpisce è che è la storia stessa, tramite il suo narratore, a decidere di distruggere ogni speranza in apertura, chiarendo che quella che si sta per scoprire non è la storia di come la guerra della droga messicana sia finita, ma di come questa sia iniziata o meglio, di quando il mondo ha avuto impressione che sia iniziata.

Di quali siano le origini del male che, ramificatesi dai campesinos alle più alte cariche della politica, avrebbero di lì a poco cambiato il volto del Messico e del mondo della malavita. Perché la guerra non finisce mai, la si può evitare, la si può contrastare, ma la guerra è inarrestabile e miete vittime, che troppo spesso restano lontane dal clamore mediatico.

A raccontarcelo, è la voce di Michael Peña, che è qui quella di Enrique “Kiki” Camarena. Agente della DEA, che combatté dall'interno, da infiltrato, il male alla radice nel violento e potente cartello di Guadalajara. Stacco, musica.

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Dopo tre stagioni ambientate in Colombia, Narcos sposta quindi l'attenzione verso il Messico, il cui cartello della droga è stato, ed è ancora, uno dei più importanti impianti di creazione e distribuzione di droghe dal sud dell'America al resto del mondo, arrivando finanche in Europa negli ultimi anni, con un'espansione che raramente ha visto eguali se non, come immaginerete, nell'ormai celebre cartello di Medellìn che, statene pur certi, prima o poi farà una capatina anche in questo racconto.

È la storia di Enrique “Kiki” Camarena, agente della DEA interpretato da un Michael Peña che in questa serie sembra trovarsi in uno stato di grazia. Ma è anche la storia di Miguel Ángel Félix Gallardo, influentissimo e potente narcotrafficante alla base dello sviluppo del più potente cartello messicano della storia, e qui interpretato da un esile e quanto mai motivato Diego Luna, il cui aspetto pacifico e quasi dismesso parrebbe mal accostarsi all'idea di un boss del narcotraffico, specie se si considera il passato da poliziotto del narco.

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Cambia il setting, ma non la "sostanza"come da tradizione, quindi, in Narcos c'è la droga, la violenza, l'ascesa di un cartello criminale senza scrupoli e senza mezze misure, ma anche e soprattutto una storia di uomini che, sin dall'introduzione del primo episodio, vuole offrire allo spettatore la visione di due strade che, in fin dei conti, viaggeranno in parallelo fino al loro epilogo (aspettate la fine della serie per documentarvi sui fatti storici, quanto meno per evitarvi spoiler molto importanti sui personaggi).

C'è quindi lo stile della serie Narcos, la sua crudezza, la sua violenza, ma c'è un ritmo nella scrittura che sembra rinnovato, rinfrescato, certamente più stiloso e deciso, come sarà evidente a chiunque guarderà per la prima volta la rapida escalation presente già solo nel primo episodio.

Quello di Narcos Messico è, a tutti gli effetti, un episodio pilota da manuale, con una costruzione solida e una architettura delle situazioni invidiabili, che riesce senza alcuna incertezza a catturare l'attenzione dello spettatore sino alla fine dell'episodio, chiedendoci a gran voce di guardarne ancora, di più, magari fino alla fine.

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Se con la terza stagione, priva dell'ingombrante figura di Escobar, ci eravamo tutto sommato accontentati, complice la presenza di personaggi che, nel bene o nel male, avevamo già conosciuto, con questa quarta stagione Netflix dimostra al suo pubblico di non voler più giocare di compromessi. Tant'è che già solo in questo primo episodio, Narcos Messico si dimostra tanto accattivante e ben scritta, così ben costruita e magistralmente recitata, da mettere completamente da parte il passato della serie con Escobar, a favore di personaggi tutti da scoprire. Il Pablo di Wagner Moura era eccezionale, nulla da obiettare, ma le interpretazioni di Peña e Luna, sanno subito dimostrarsi magistrali.

Il primo, come detto, è in uno stato di grazia come mai prima d'ora, e il suo Kiki è un uomo tanto affezionato e amorevole in famiglia, quanto determinato nella lotta al narcotraffico, offrendoci quindi un dualismo potente, che specie in alcuni momenti del primo episodio lascia semplicemente estasiati, tanto da domandarci se quello sia lo stesso goffo attore visto nei due film di Ant-Man.

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Diego Luna, allo stesso modo, ci restituisce un narcotrafficante machiavellico, intelligente, le cui parole centellinante sono spesso mirate e taglienti. I suoi, senza mezze misure, sono i dialoghi migliori dell'episodio, ed alcune scene, allo stesso modo, lasciano lo spettatore col fiato sospeso, come una relativa ad un incontro d'affari i cui risvolti, dato soprattutto un comprimario dall'aspetto quanto mai bizzarro e paradossale, finiranno per creare una situazione al fulmicotone.

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Narcos Messico si presenta quindi come uno show di grandissimo impatto, pregevole e tradizionale nelle sue componenti basilari, ma per certi versi per nulla conservativo della formula originale. Sveste i panni del racconto, spesso esagerato, della (mala)vita di Pablo Escobar, e si veste secondo i canoni del racconto poliziesco, talvolta quasi hard boiled, per romanzare la più vecchia delle storie del mondo: il poliziotto infiltrato nella malavita, che finirà per contrastare il boss in ascesa al vertice, entrambi in corsa su due treni che, sfortunatamente, finiranno per scontrarsi sullo stesso binario.

Saranno le vite dei due uomini a deragliare, e questo lo dicono i libri di storia, ma la serie? La serie no, ci è sembrata più coraggiosa e viva che mai. Per tutto il resto, attenderemo con ansia il 16 novembre.

Se non hai mai visto Narcos, allora forse dovresti rimediare subito! La serie è semplicemente bellissima, e su Amazon è possibile procacciarsi sia la prima, che la seconda, che la terza stagione.

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