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Pumpkinhead, fuggite dal demone delle zucche

Pumpkinhead è un film degli anni 80 che rispecchia gli stilemi horror dell'epoca, e che offre anche una lettura più profonda e significativa.
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Nota del Curatore. Il Mostro è forse l’Antagonista più comune, nel fantastico. Sicuramente il più malleabile. È un essere speciale, di cui spesso esiste un solo esemplare, che è portatore di tutto il Male possibile, la sua incarnazione. Il perché ne abbiamo bisogno è probabilmente chiaro per tutti: il mostro esorcizza, dà forma alla paura e offre l’occasione di combattere Male e redimersi. O se non altro l’illusione di tutto questo.

Il Demone Zucca di cui ci occupiamo oggi è un esempio ideale, perché è letteralmente l’incarnazione del desiderio di vendetta. Non un Mostro che arriva da lontano o compare esplorando un nuovo territorio. Qualcuno lo ha chiamato, qualcuno ha voluto che i suoi demoni prendessero forma e agissero.

Pumpkinhead Mostro

Il protagonista vuole amplificare il suo dolore, renderlo capace di agire. Trova il modo di farlo, ma…

Se in tutte le storie ci dev’essere un eroe che affronta una missione, fallisce e poi trova il successo, allora Pumpkinhead si distingue perché rende più difficile riconoscere lo schema. Certo, riconoscere un protagonista e un evento scatenante è ovvio, ma c’è un Eroe? Un salvatore? Lo sguardo del Retronauta oggi è spietato, e ci svela l’essenza dell’horror, di questo tipo di horror, proprio in ciò che è assente.

Valerio Porcu

Il Retronauta

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L’eccezione che conferma la regola

Pumpkinhead Mostro

Pumpkinhead, film del 1988, è quantomeno la prova del fatto che se uno è bravo e ha talento, allora non c’è limite a quello che può fare. Prendiamo per esempio Spawn e Virus: due film molto diversi fra loro, indubbiamente. Accomunati però da alcuni, specifici elementi: entrambi sono trasposizioni di una serie a fumetti. Oppure, tutt’e due hanno visto alla regia, rispettivamente, Mark A.Z. Dippé e John Bruno, due maghi degli effetti speciali. O magari ancora, che furono entrambi mediocri. Proprio quest’ultimo fatto, magari, è la conseguenza al fatto che alla testa c’erano Dippé e Bruno.

Sono entrambi eccellenti professionisti (sopratutto Bruno) nel campo degli effetti speciali. Visti i risultati, tuttavia, si sono rivelati inadatti nei panni da regista. Contando poi, che sempre durante gli anni ’90, pure Tom Savini provò a cimentarsi come filmmaker col remake de La Notte dei Morti Viventi con risultati non proprio brillanti… Insomma, se tanto mi dà tanto, pare che la regola empirica sia che se sei bravo in una cosa, dovresti limitarti quella.

Prima di Savini, Dippé e Bruno, c‘era stato il leggendario Stan Winston. L’uomo che negli anni ha dato vita ai dinosauri di Jurassic Park, i cyborg di Terminator, gli xenomorphi di Aliens e tanti, tanti altri. Nel 1988 si mise sulla sedia da regista e diede vita a Pumpkinhead. Il suo mostro personale, primo realizzato non su commissione. Nonché, presumibilmente, anche leccezione che conferma la suddetta regola.

La storia

Pumpkinhead inizia con un flashback. Nel 1957, in una zona remota degli Stati Uniti, un certo Harley s’affretta a riparare gli animali della sua fattoria e tornare di corsa dentro casa. Dove ci sono la moglie e il piccolo Ed, suo figlio. In generale, sembrano tutti alquanto spaventati.

Nel frattempo un uomo corre fra i boschi, apparentemente inseguito da qualcosa. Arriva davanti casa di Harley, batte disperatamente alla porta invocando aiuto, ma purtroppo per lui il contadino lo caccia in malo modo. Gli fa presente che è già condannato, e che se non si allontana immediatamente da casa sua, gli sparerà direttamente. Così l’uomo s’allontana dalla fattoria, viene raggiunto dal suo misterioso inseguitore e fatto a pezzi. Nel mentre, il piccolo Ed, alzatosi di nascosto, dalla finestra è testimone dell’intera scena. Pumpkinhead ha compiuto il suo dovere.

Trascorrono gli anni e siamo nel presente (del film). Ed (Lance Henriksen) ormai adulto, vive insieme al figlioletto Billy (Matthew Hurley) nella fattoria di famiglia. È legatissimo al figlio: non lo lascia mai un momento da quando la moglie è morta. Facendosi persino aiutare da lui nel gestire una piccola stazione di rifornimento. Al paese giunge un gruppo di adolescenti: ragazzi di città, che hanno voglia di fare cagnara come se non ci fosse un domani.

I ragazzi si fermano al negozio di Ed. Proprio nel momento in cui era stato costretto ad allontanarsi per sbrigare alcune commissioni, lasciando Billy da solo per pochi minuti. Minuti che bastano a Joel (John DiAquino) per mettersi a giocare con la motoretta da cross, sfrecciando sulle collinette lì intorno. Nonché asfaltare in pieno Billy, che muore sul colpo.

L’unico a restare accanto al bambino, sperando di dare una mano in qualche modo, è Steve (Joel Hoffman). Gli altri, convinti da Joel (in libertà vigilata proprio perché non molto tempo prima aveva combinato lo stesso casino), si dileguano subito. Subito dopo, Ed ritorna trovandosi davanti il cadavere dell’amato figlio. E viene letteralmente accecato dalla rabbia e dall’odio.

Quasi del tutto impazzito, Ed si reca dai suoi vicini giù in paese. Tutti conoscono la leggenda di Pumpkinhead, ma sono molto pochi a crederci realmente. Così come ancor meno sanno dove sia la capanna della megera. La quale, si dice, sappia come invocare Pumpkinhead. Ed però, sa che il demone delle zucche è reale. Perché lo vide quella notte di trent’anni prima. Cosicché, convince Bunt (Brian Bremer), uno dei ragazzi della zona, a farsi dire la strada per la capanna della strega. Dove si dirige col cadavere del piccolo Billy.

Una volta raggiunta, la strega dice a Ed che non è possibile riportare in vita il bambino morto. Tuttavia, piuttosto che di un miracolo, luomo è in cerca di vendetta. E a questo, la soluzione c’è. Perciò, come da indicazioni, Ed si reca in un vecchio cimitero a riesumare il cadavere di un tizio sfigurato. Lo porta alla strega, che mette in piedi un rituale usando il sangue di Ed e quello del figlio morto. Ne nasce un essere demoniaco: Pumpkinhead, il demone delle zucche. Il cui compito è vendicare i torti subiti da chiunque l’abbia invocato. Una vendetta che non può consumarsi se non uccidendo i colpevoli; un concetto di giustizia distorto che richiede un prezzo altissimo.

Il commento

Questo film è opera di Stan Winston, uno fra i nomi più importanti di tutta Hollywood e dintorni. Che arrivato a un certo punto, (magari per mettersi alla prova o forse per noia, chissà) decise di calarsi nei panni del regista, e tirò fuori Pumpkinhead. Qualche sbavatura qua è là non manca, com’è ovvio considerando che non stiamo parlando di un regista vero e proprio. Ciò non toglie che Pumpkinhead è un film veramente riuscito.

Partendo dagli effetti: il lavoro di Winston e del suo staff è sempre stato splendido e ineccepibile, e questo film non fa eccezione. Pumpkinhead è magnifico e imponente. Solido e realistico nonostante i quasi trentanni che si porta addosso. Insomma, un vero schiaffone in faccia ai super milioni spesi per la CGI di oggi, che dopo un paio d’anni assume quell’aspetto da videogioco vintage, che fa tanto tenerezza. Al massimo, proprio a cercare il pelo nell’uovo, si nota forse una somiglianza un po’ troppo accentuata con lo xenomorfo di Alien. Non è certo la fine del mondo.

Piuttosto, ciò che mi ha colpito maggiormente nel riguardare questo film, è il suo essere tragedia. Pumpkinhead è un film horror molto solido: ha un’atmosfera magnifica, suggestiva e uno stile altrettanto bello. Per esempio il contrasto dei toni blu usati per le esterne con l’arancione caldo degli interni è una scelta stilistica non solo ben riuscita. È splendida.

Già questi pochi dettagli basterebbero per elevare Pumpkinhead al di sopra della media dei b-movie. Ma si diceva della storia: a un livello superficiale si tratta del classico “schema revenge’: uno fa qualcosa di brutto, e l’altro si deve vendicare. Essenzialmente, un tema più che consolidato nel genere horror, sfruttato dai peggio slashers di serie z ai migliori orrori gotici. Quindi, sotto questo aspetto Pumpkinhead non è niente di eclatante.

Ciò che sorprende è quel senso di tristezza, tipico della tragedia, che permea il film. Di suo, è abbastanza triste veder morire il piccolo Billy. E anche se la vendetta è il leitmotiv del film, la molla che mette in moto Pumpkinhead, il film non si sbilancia e non ti porta mai a parteggiare per lui, trasformandolo in una specie di antieroe. Perché la morte del bambino è stata una fatalità.

Com’è tragica la morte di Billy, così è altrettanto tragico che dei ragazzi innocenti paghino con la vita l’errore (perché in fondo di questo si tratta) commesso da uno di loro. Così com’è tragico anche che Ed, accecato dalla rabbia e dall’odio, venda la sua anima per vendicarsi. Alla fine di questa storia, l’unica cosa che viene fuori è che non ci sono vincitori; solo dolore e morte.

A ogni modo, con Pumpkinhead Stan Winston è riuscito a creare un personaggio, una maschera, molto potente. In grado di collocarsi nell’immaginario collettivo, e andarsi a fissare letteralmente nella nicchia dedicata agli idoli senza tempo. Purtroppo da noi è pressoché sconosciuto e non gode della stessa fama che ha in patria.

Effettivamente, è quantomeno singolare il fatto che questo film qui non sia mai arrivato. Anzi. Ancor più strano poi, il fatto che generò (ovviamente) un proselito di sequel e che due di questi (il terzo e il quarto mi pare) qui da noi siano stati tradotti e distribuiti. Ma tant’è, ormai è fatta: il DVD si trova facilmente su Amazon, e per quei quattro spiccoli che costa vale la pena prenderlo.

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto. Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

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Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

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