Libri e Fumetti

Qui c’è tutto il mondo, recensione: il buio dell’anima


Qui c’è tutto il mondo
Genere
graphic novel
Formato
copertina rigida
Autore
Cristiana Alicata, Filippo Paris
Editore
Tunué
Collana
Ariel

Se tra voi lettori c’è qualcuno che abbia mai assaporato l’amaro sapore della perdita di un affetto unico come quello di un nonno, con il quale sono stati condivisi anni della propria infanzia, adolescenza, e magari qualcosa di più, avete già la lacrima pronta a cadere. E non stiamo per raccontarvi la classica storia del rapporto nipote-nonno, per nulla, ma come è normale che sia, questa figura è una delle basi della storia di un bimbo, anche quando cresce man mano e deve affrontare la “vita vera”. Siamo al mare, siamo nella Pianura Padana, siamo a Bergamo, ovunque ci troviamo, Qui c’è tutto il mondo, come recita il titolo del nuovo graphic novel che parla italiano, non solo nella sua storia, per via dell’ambientazione nell’Italia degli anni Ottanta, ma anche per le firme dei suoi creatori, Cristiana Alicata e Filippo Paris. Un viaggio nell’identità di genere e nella malattia psichica che avviene passo dopo passo, in maniera toccante, verosimile, contestualizzata, “molto forte, incredibilmente vicina”, oseremmo dire.

Foto generiche

L’Italia della Lega e del “mola mìa”

La tragicità della vita di Anita è percepibile sin dagli esordi: l’abbandono della propria casa, del nonno, del mare e della sua terra, per andare nella nebbiosa Padania, a Bergamo, dove la vita è lenta e Anita, nonostante la tenera età, non accetta quanto sia difficile essere femmina. Sì, perché guarda se stessa in uno specchio che non la riflette come vorrebbe: invidia il fratello minore, che ha una vita comoda e la strada spianata, per il semplice fatto di essere maschio.

Il mondo di Filippo era un mondo fatto di scarpe confortevoli, grembiuli corti per correre comodi, di giochi all’aria aperta. E il mio, il mio mondo – quello delle femmine – invece era un mondo scomodo – di scarpe strette, di biciclette solo per strade lisce,di giochi da fare in casa,possibilmente sedute e senza sudare

È proprio questo attrito fra ciò che si sente e ciò che si viene costretti a essere, quello che Anita vive sulla propria pelle, in maniera confusa e incerta, ma istintiva e sincera, tipica dei ragazzi. A lei basterebbe indossare gli abiti comodi maschili, provarsi una cravatta del padre allo specchio, o giocare a calcio. Il mondo però non sembra pronto per questo, ed essere additati come diversi, sentirsi dire “non puoi” è l’immediata e scontata conseguenza.

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La storia di Anita però non è una linea sola nell’universo, ma diventa presto parallela a quella di Elena, la figlia dei Locatelli, una bambina speciale e che fa sentire allo stesso modo anche Anita, e anche a quella di Tina, la ragazza che batteva a calcio i maschi, quella con cui si facevano fughe in bicicletta pensando a quello che sarebbe stato il vero e proprio momento di scappare. Sì, perché non puoi fare il chierichetto se sei femmina, sei “terrone” se vieni da sotto il Po, al tempo della Lega di Umberto Bossi, e devi essere meno fortunato dei “polentoni”, almeno sul lavoro. Almeno nella vita.

Tina ha il padre operaio, mentre Anita, che del Nord non è, è figlia di un ingegnere e viene dal Sud; un affronto per la “nordicissima” Bergamo che “mola mìa“, non molla, come ha insegnato il recente periodo di lockdown che ha colpito quelle zone in maniera particolarmente dura e dolorosa.

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La fuga in zattera sul fiume, via da un mondo reazionario e soffocante è, infatti, l’obiettivo delle protagoniste di questo intenso graphic novel che riprende parte del romanzo di Cristiana Alicata, Ho dormito con te tutta la notte. Ma basta un sogno per ritrovare se stessi altrove e staccarsi da una vita difficile?

“I contadini mettono una rosa davanti ad ogni filare per fare la guardia alla vigna. Quando arriva la peronospera, la rosa se ne accorge prima di tutti e dà l’allarme.” […] Quando ci aveva salutato, la macchina piena di bagagli, mi aveva messo in mano un sacchetto con dei semi di rosa.”Tu prova – aveva detto – magari funziona anche per il resto”. Forse il nonno sapeva già come sarebbe andata a finire.

Auf wiedersehen, c’era la neve

La vera tragedia però, come spesso accade, è all’interno delle mura domestiche, una volta chiusa la porta di casa. Durante l’inverno del 1984, il più freddo degli ultimi cento anni, la mamma di Anita comincia a fare cose bizzarre: si mette le scarpe spaiate, balla da sola per strada, saluta persone inesistenti, cambia umore da un minuto all’altro. Fino a svegliare la bambina con un paio di forbici tra le mani.

Il mondo è diventato oscuro e mostruoso per la donna, che non trova più alcun senso in quello che fa. Non lo ha più il treno della mattina che la conduce in università, alla volta di quella laurea in Biologia che non la coinvolge più; non lo ha più la vita a Bergamo. Il nulla, insomma.

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Nel frattempo, Anita prova ad adattarsi al piccolo paese di provincia, Stezzano, dove la famiglia si è appena trasferita dal sud dell’Italia e si ritrova a combattere le stranezze della mamma trascorrendo il tempo con quel maschiaccio di Tina, che le insegna a sputare e minzionare in piedi “come fanno gli uomini”, ed Elena che le fa credere che una fornitura speciale di acqua di Lourdes possa servire per redimere sua madre. Ma l’incendio che ne segue sembra anzi ironicamente e paurosamente richiamare la ribellione demoniaca fino a quel momento rimasta ingabbiata nella donna.

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E’ tempo di dire addio a tante cose, prima fra tutte alla propria felicità, come se Anita non lo avesse già fatto lasciando casa sua, il nonno e le rose. Se Tina sembra senza cuore, pronta a tirare pugni ai ragazzi che le dicono che una femmina non può giocare a calcio, Elena deve fare i conti con un soffio al cuore e una vita senza genitori che la rende delicata, eterea, lontana dal mondo, ma con la sensibilità unica di chi porta dentro sé il caos silenzioso dell’abbandono.

Al tempo di Cossiga e de I Puffi in TV

Qui c’è tutto il mondo è un concentrato di tematiche purtroppo rimaste irrisolte, o frettolosamente passate in rassegna, senza che i vari argomenti passino a dovere attraverso le maglie del setaccio narrativo. Dove non arriva la parola, cerca di porre rimedio il disegno silenzioso, le tavole dai colori e dalle linee calde e sincere, in grado di contrapporre il colore e il calore del sud alla fredda nebbia del nord, riportando in auge anche nello stile lo stereotipo dell’immaginario collettivo. Ma che ha sicuramente un fondo di verità, come spesso accade.

Nel giorno in cui mia madre mi aveva svegliato con in mano un paio di forbici e l’avevo vista ballare con le scarpe spaiate in mezzo alla neve che piano piano già si scioglieva, Tina era venuta a salvarmi. Era la rosa della mia vigna.

Ad arricchire le dinamiche narrative di questo romanzo a fumetti concorre il rapporto, una sorta di doppio vincolo, tra Anita e sua madre, sofferente di un disagio dell’anima che forse è comune a quello della figlia, ma sotto ben altre forme: la sofferenza per le costrizioni del mondo circostante, che però nel caso della madre è esploso sfociando nel turbamento psichico.

In questa storia non mancano nemmeno alcune citazioni dirette e indirette alla letteratura cinematografica e fumettistica, da E.T. a Capitan Harlock, passando per I Puffi, senza dimenticare la perfetta ambientazione nei fatti dell’epoca, con l’elezione alla Presidenza di Cossiga e l’incredibile nevicata del gennaio di quell’anno, che determinò la chiusura forzata di scuole e diversi posti di lavoro.

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Dobbiamo proprio cercare dei difetti in questo lavoro? Purtroppo, alcuni sono balzati all’occhio, come alcune piccole imprecisioni, non sicuramente nel riportare le battute in perfetto dialetto bergamasco e parecchio stretto, tale per cui un lettore “fuori zona” avrebbe parecchie difficoltà di comprensione in quelle linee di dialogo. Il problema risale in alcuni errori di scrittura, oppure nella rappresentazione di uno zerbino fuori dalla porta di casa che recita Home, sweet home; una fantasia forse non troppo comune nell’Italia di quasi quarant’anni fa.

Sóta ól Po, a sì töcc terù.

Un finale a metà

In sostanza, Qui c’è tutto il mondo è sicuramente un buon lavoro, soprattutto per la capacità rappresentativa della malattia mentale, della paura, delle differenze di genere, ma che ci ha lasciato all’ultima pagina con tante domande, con il desiderio di saperne di più, non appagati fino in fondo, anzi. La sensazione è proprio quella di aver terminato la nostra lettura non esattamente con un cliffhanger, ma poco ci manca.

Proprio a fronte di un lavoro così curato e attento nel corso dello svolgimento della trama, la conclusione ci lascia piuttosto insoddisfatti per la frettolosità con cui vengono risolte le varie situazioni, le quali avrebbero sicuramente meritato qualche pagina in più di approfondimento, in aggiunta alle duecento pagine, lette in un’ora abbondante, talmente la storia ci prende e ci spinge a voltarne una dopo l’altra.

Foto generiche

Qui c’è tutto il mondo, letteralmente, in questo racconto; potrete facilmente ritrovarvi, ammaliati dalla cura grafica, dal breve spaccato di Italia non così diverso dal giorno d’oggi. Un quadretto di mondo nostrano che rievoca ricordi di un Paese non lontano dall’attualità, e ci consente di leggere tra le righe il costante problema dell’accettazione e della convivenza con la malattia, sempre vicino.

Un graphic novel che ben rappresenta lo spaccato tra Italia del nord e del sud, tra stereotipi e pregiudizi, con una raffinata e silenziosa rappresentazione della disforia di genere, della malattia psichica, dell’anima affranta.

Qui c’è tutto il mondo

Un graphic novel di formazione delicato e coinvolgente: Qui c’è tutto il mondo di Cristiana Alicata e Filippo Paris. Una nuova attesissima uscita della collana«Ariel», curata da Simona Binni, che cerca interrogare e interrogarsi sul dialogo tra il maschile e il femminile, sulla parità e le questioni di genere.Qui c’è tutto il mondo è una storia, ambientata nell’Italia degli anni Ottanta, di amicizia al femminile, resistenza al conformismo,diversità, voglia di scappare da un mondo percepito come lontano e ostile. La fuga in zattera sul fiume, via da un mondo reazionario e soffocante è, infatti, l’obiettivo delle protagoniste di questo intenso graphic novel che riprende parte del romanzo di Cristiana Alicata “Ho dormito con te tutta la notte” (Hacca edizioni) finalista nel 2015 di Modus Legendi.


Verdetto

Qui c'è tutto il mondo è un graphic novel tutto italiano, che ben rappresenta lo spaccato tra Italia del nord e del sud, tra stereotipi e pregiudizi, con una raffinata e silenziosa rappresentazione della disforia di genere, della malattia psichica, dell'anima affranta. Peccato solo per quel finale frettoloso e che avrebbe meritato maggiore attenzione, a fronte di duecento pagine piene di emozione e commozione.

Pro

- grafica ben curata e impattante...
- presenza di linee di dialogo ben curate e dialettali, molto apprezzate...
- rappresentazione emozionante e raffinata delle situazioni più delicate, dal pathos evidente...

Contro

-... affiancata da alcune piccole imprecisioni ortografiche
-...ma difficili da comprendere per i non autoctoni
-...ma dalla risoluzione decisamente frettolosa e poco convincente sul finale