Cinema e Serie TV

Cos’è il cliffhanger?

Quando parliamo di “cliffhanger”, cosa vi viene in mente? Molto probabilmente il titolo suonerà familiare ai fan di Sylvester Stallone, memori del suo omonimo film del 1993, Cliffhanger – L’ultima Sfida, che ci ha suggestionato con bellissimi scenari catturati dalle Alpi italiane. Il termine però indica altro, nei tecnicismi usati dietro le quinte del mondo cinematografico, e in qualche modo ha a che vedere con il tema del film. Montagne e scalatori? Non proprio: ci riferiamo a tensione e salti nel vuoto; scopriamo nel dettaglio il significato, le origini e la storia di questa tecnica narrativa.

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Definizione

Andiamo al sodo e scopriamo la definizione di cliffhanger: citando Aldo Grasso e Massimo Scaglioni, si tratta di un finale sospeso, “un nodo narrativo non risolto” (da “Che cos’è la televisione“, 2003, Garzanti), con il quale si chiude la puntata di una storia, sia che si tratti di un romanzo, sia che si tratti di un ciclo di film o di un episodio di una serie (o miniserie).

Lo scopo è quello di tenere vivo l’interesse degli spettatori, inducendoli a rimanere interessati allo svolgimento delle vicende e a seguire la puntata successiva. Sarà appunto in questo nuova episodio a essere ripresa la narrazione e a rilanciarla, grazie al cosiddetto hook (letteralmente, gancio). Quali sono le situazioni classiche in grado di generare suspense e introdotte dal cliffhanger?

Un repentino cambiamento di scenario, un dilemma sorto in uno o più dei protagonisti, oppure una situazione drammatica e potenzialmente fatale per uno dei personaggi, facendo concludere il racconto nel momento in cui ha raggiunto l’apice della tensione e del climax ascendente.

Queste sono le vie principali per fare sì che gli spettatori rimangano incollati allo schermo e non vedano l’ora di saperne di più. Ma da dove derivano le origini di questa tecnica narrativa?

Nella letteratura

Distinguiamo l’origine nella cinematografia da quella letteraria, quest’ultima avvenuta per prima cronologicamente parlando. La primissima comparsa del cliffhanger risale ai racconti de Le Mille e una notte, dove ogni storia raccontata da Sherazade al re Shahryār si conclude con una sospensione narrativa per salvarsi dalla sua esecuzione.

Non è il solo caso in cui è apparsa per prima questa tecnica narrativa; alcuni reperti sono ritrovabili in diverse ballate scritte in epoca medievale in Cina. Ad esempio, la ballata dal titolo Liu chih-yuan chu-kung-tiao concludeva ogni suo capitolo con un cliffhanger per generare suspense in coloro che le ascoltavano.

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Risaliamo la corrente del tempo, scorrono i secoli e il cliffhanger rimane “di moda” nella tradizione letteraria. Infatti viene riscoperto in seguito anche in epoca Vittoriana, negli anni Quaranta del 1800: la tecnica veniva frequentemente utilizzata nella serialità delle storie di Charles Dickens, generando spesso perfino disperazione nei lettori. I suoi racconti venivano infatti dati alle stampe e pubblicati sui giornali dell’epoca, gettando i lettori perfino nello sconforto.

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L’impatto generato dai racconti di questo autore non rimasero sterili; grazie alla sua produzione seriale, il cliffhanger divenne un aspetto tipico e stabile nei seriali sensazionalistici pochi anni dopo, negli anni Sessanta dell’Ottocento. Proprio in quel momento, venne battezzata la tecnica ufficialmente con il termine cliffhanger grazie a un racconto di Thomas HardyA Pair of Blue Eyes, pubblicato sul Tinsley’s Magazine.

In questa storia, uno dei protagonisti, Henry Knight, viene lasciato appeso a una scogliera; dall’inglese sono stati dunque uniti i termini cliff (scogliera) e hanger (letteralmente, colui che rimane appeso).

Nel cinema

Tornando all’ambito cinematografico invece, vediamo l’introduzione di questa tecnica nel 1913 in The Adventures of Kathlyn, un serial del cinema muto suddiviso in tredici episodi; qui il cliffhanger venne introdotto da William Nicholas Selig, produttore cinematografico statunitense. Selig ebbe per primo l’idea di adottare questa tecnica in ambito cinematografico, per la precisione all’interno di un serial, un progetto derivante proprio dai racconti a puntate dei giornali di cui parlavamo poc’anzi.

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Le puntate uscivano contemporaneamente con la pubblicazione delle stesse su un quotidiano; ogni puntata si chiudeva con un finale aperto, lasciando in sospeso la storia e stuzzicando la curiosità dello spettatore, così indotto a tornare in sala la settimana successiva. Gli episodi ebbero un grande successo e diedero grande popolarità all’attrice Kathlyn Williams e, ultimamente, anche alla tecnica utilizzata, evidentemente in grado di avere successo.

Siamo andati troppo indietro nel tempo? Niente paura, torniamo al presente con alcuni esempi tratti dagli ultimi decenni della produzione seriale e cinematografica, a partire da Star Wars, precisamente nel film L’impero colpisce ancora (1980). Qui Darth Vader rivela a Luke Skywalker di essere suo padre, mentre la vita di Han Solo rimane appesa a un filo, due linee del plot risolte solo tre anni dopo.

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Un altro caso coinvolge Twin Peaks, serie cult degli anni Ottanta, dove il cliffhanger è stato deliberatamente inserito alla fine della prima e della seconda stagione, al fine di stabilire se ci fosse interesse da parte degli spettatori di saperne di più sulle vicende. In questo caso, l’effetto è riuscito sulla prima stagione, ma non sulla seconda, con conseguente chiusura dello show.

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Rimanendo nel campo della serialità, i fan di True Blood sapranno bene di cosa stiamo parlando: in questa serie, venivano inclusi cliffhanger non solo a fine stagione, ma alla fine di ogni episodio, o quasi.

Cliffhanger magici e fortissimi

Chiudiamo dunque con due ulteriori esempi cinematografici, particolarmente cari ai lettori di Cultura Pop: Harry Potter e Marvel. Se vi citiamo il finale di Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1, avete subito alla mente la morte del piccolo Dobby e la conquista della bacchetta di Sambuco da parte di Voldemort, i due eventi finali che lasciano in sospeso la narrazione, risolta nel capitolo successivo, soprattutto lasciandoci all’ultima scena del film con un grande punto interrogativo (per coloro che non hanno letto i libri) e con la suspense non risolta.

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Possiamo parlare di cliffhanger anche se pensiamo a Captain America – Il primo Vendicatore (2011), dove il risveglio in una versione del futuro della città di New York anticipa gli eventi della pellicola uscita l’anno successivo, il film team up The Avengers (2012), ma non è da meno il finale di Avengers: Infinity War (2018), dove lo schiocco di dita di Thanos, dopo essersi impossessato del fatidico guanto con le sei gemme, causa la scomparsa di metà dell’universo. Un evento che ci ha visto uscire tutti dalle sale dei cinema con le lacrime agli occhi e un’unica, domanda scatenata dal finale cliffhanger:E adesso? Cosa succederà?“.

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