Cinema e Serie TV

Superman Returns di Bryan Singer

Retrocult cover

Nota del curatore. Superman è il più famoso dei supereroi, quello che probabilmente più persone nel mondo sanno riconoscere al volo. Ed è, di conseguenza, tra i materiali più difficili da trattare. Soprattutto se devi confrontarti con un punto di riferimento come il film del 1978.

Ma che diavolo è un supereroe, e perché negli ultimi anni sembriamo così affamati di sentire le loro storie. La risposta, ovvia e banale quanto precisa, è che cerchiamo esattamente le stesse storie da quattromila anni. Una volta erano dei e semidei, oggi sono mutanti, alieni e mostruosità varie.

Il che rende palese la complessità di Superman, che diventa inevitabilmente un’allegoria messianica. Finito tra gli umani ma di origini divine, finisce per diventare il tizio che si sacrifica per salvarci tutti. E se credete che sia facile gestire una cosa del genere senza finire a riscrivere i testi sacri, sarà meglio che ci ripensiate.

È senz’altro più semplice raccontare di un nuovo pantheon, con piccole divinità tutto sommato vulnerabili, sostenuti da oggetti magici come scudi, armature, pozioni magiche (radiazioni), gemme mistiche e così via. Non che sia una passeggiata, ma è senz’altro una sfida più accessibile.

E, soprattutto, i piccoli dei sono più vicini allo spettatore e al lettore, che sarà più pronto ad amarli. Nel principe divino, nel Salvatore, cerchi qualcuno a cui essere devoto; qualcuno a cui dare la colpa se le cose vanno male e la morte ti raggiunge.

Insomma una faticaccia, soprattutto in questo XXI secolo così complesso. Credo che bisogni tenerlo in considerazione nel giudicare il film di oggi e gli altri tentativi di raccontare il figlio di Jor-El.

Buona lettura e alla settimana prossima

Valerio Porcu

Filippo Rossi

Detto “Jedifil”, è nato il 14 febbraio 1971 a Rovigo e vive a Trieste. È uno dei massimi esperti di Star Wars. Ideatore e co-fondatore di Yavin 4, ha creato e realizzato fino al 2017 Living Force Magazine (Premio Italia 2013 e 2016 come Miglior fanzine italiana di Science Fiction). Fa parte del gruppo tolkieniano Éndore.

Filippo ha scritto “La Forza sia con voi. Storia, simboli e significati della saga di Star Wars” per Áncora Editrice, un eccezionale testo critico sulla saga ideata da George Lucas. Il suo secondo libro è “Super” per Runa Editrice, uno sforzo critico e analitico dedicato agli 80 anni di Superman.

Potete seguire Filippo sul suo sito personale.

Superman nasce il 18 aprile 1938 su Action Comics #1. Quasi subito dopo l’origine sui fumetti del primo supereroe, altri media si impadroniscono dell’idea vincente e dell’Universo narrativo che si viene a creare nel tempo. Le opere filmiche dedicate a Superman e ai suoi fratelli e sorelle pubblicati dalla DC Comics sono, in tutti questi decenni, al centro dell’evoluzione del cinema e del genere supereroico.

C’è da dire che il complesso e crescente Universo fumettistico condiviso tra i popolari personaggi della casa editrice non viene riproposto nelle versioni live action, che rimangono riduzioni autonome e limitate al singolo eroe o antieroe. Si lascia perdere l’affollata saga multiforme, una vasta e ambiziosa cosmogonia; e ci si concentra su storie monografiche e semplificate.

Il cinema, quindi, dimentica o ignora il fantastico pantheon DC: per oltre sessant’anni la fanno da padrone i soli Superman e Batman; del resto sono loro i progenitori dei cosiddetti supereroi. Gli eredi consanguinei e praticamente contemporanei, da Wonder Woman a Flash, vantano nel migliore dei casi briciole televisive. Il film Superman Returns è uno degli ultimi esempi storici di questo “vizio”.

Super problemi

Possiamo fissare anche per il cinema supereroico quattro (più una) età espressive: dorata, argentea, bronzea e moderna (più la post-moderna). Età ufficiose, proposte dallo scrivente, che ripetono per certi versi quelle dei comics americani ma non coincidono con esse, più antiche, articolate e ufficiali. Le generazioni sono basate su precise opere cinematografiche targate DC, come detto, legate a singoli personaggi in solitaria. Comunque, sono tutte decisive per lo spettacolo e l’arte mondiale.

Superman Returns

L’età dell’oro è siglata soprattutto dal Batman pop e allegro di fine anni ’60, che dalla televisione tocca il cinema; l’età dell’argento è segnata dal clamoroso kolossal filmico Superman: il film di Richard Donner, seria e ironica epica datata 1978; l’età del bronzo è dominata dal Batman gotico e dark che il magistrale regista Tim Burton propone due volte, nel 1989 e nel 1992; l’età moderna è definita dal Cavaliere Oscuro realistico e action dell’ambiziosa trilogia di Christopher Nolan (2005 – 2012).

Prima dell’avvio dell’età post-moderna (che non è qui argomento di trattazione), compreso in quest’ultima età moderna è proprio Superman Returns, diretto da Bryan Singer nel 2006 come uno degli ultimissimi esempi di supereroe DC che, al cinema, non è affiancato dai colleghi.

Per Batman il trionfo cinematografico era assodato. Superman vi riesce per un solo, breve periodo, nei quattro film a cavallo degli anni Ottanta. Che restano comunque un’esperienza a calare, sia come qualità che come notorietà. Da un certo punto di vista, il Superman Returns di cui stiamo parlando è la conferma, a suo modo clamorosa, di questa triste e forse ingiusta regola. Nonostante l’importanza dell’operazione nostalgia di Singer, nemmeno quest’Uomo d’Acciaio 2006 sfonda nell’immaginario.

Motivi? Saranno i complicati e costosi effetti speciali necessari per rendere credibile sullo schermo un dio volante, problema che non si pone per l’umano Batman. Sarà che l’aura apparentemente ottimista e solare del kryptoniano è meno coinvolgente dell’evidente sofferenza del cupo Crociato Incappucciato. Sarà che la commedia fantascientifica, necessaria per l’Uomo d’Acciaio, è meno pratica del noir urbano tipico del Cavaliere Oscuro. Sarà che l’alieno Superman assume maggior peso se inserito in una vasta e impegnativa epopea cosmica, più adatta ai libri di fantascienza; mentre l’americano Batman sa reggere da solo un’ambientazione cittadina riconoscibile, modesta e limitata, idonea alla Hollywood classica. Sarà che è molto difficile consegnare l’identità segreta di chi espone la supereroica faccia e usa goffi occhiali per l’alter ego, se gli si contrappone un giustiziere segreto che fa della mascheratura integrale il punto di forza.

Tutti motivi validi. Eppure l’ottantunenne Superman resta nei nostri cuori, sia nei fumetti, che sugli schermi – siano essi piccoli o grandi.

Rigenerazione moderna

Superman Returns

La produzione video DC dell’età moderna, intorno alla prima decade del 2000, si fa variegata, anche se qualità e ambizione latitano. L’eccezione è il Dark Knight di Nolan, trilogia cinematografica celebrata, indipendente e compiuta. Superman intanto ansima e i progetti svaniscono. A partire dal leggendario Superman Lives di fine anni ’90: scritto da Kevin Smith basandosi sui fumetti storici della Morte di Superman, diretto dalla nera maestà Tim Burton e con un impossibile Nicolas Cage come appassionato protagonista; avrebbe certamente rinnovato il personaggio, seppur a caro prezzo.

Ne parla Jon Schnepp nel documentario The Death of “Superman Lives”: What Happened? (2015). Fanno in tempo a sfumare anche un Superman vs. Batman di Wolfgang Petersen, che a inizio 2000 prova a far scontrare per la prima volta i due supereroi-base e poi ripara su Achille ed Ettore in Troy (2004). Finisce in un cassetto anche Superman: Flyby, primo episodio di una trilogia cosmica scritta da J.J. Abrams (l’autore dell’attuale terza trilogia Disney di Star Wars). I registi discussi sono Brett Ratner e McG, e tra le stelle rimaste a terra si annoverano Christian Bale, Josh Hartnett, Jude Law, Paul Walker, Brendan Fraser, Ashton Kutcher e il futuro prescelto Henry Cavill.

Opere citate

Alla fine, le interpretazioni supermaniane dell’epoca sono solo due, tutt’altro che originali o rivoluzionarie. Sono, ancora e sempre, ripetizioni sicure dell’ormai funesto ed esausto cine-concept epocale del 1978. Il buon Tom Welling (settimo interprete storico del personaggio): liceale dalla faccia pulita del televisivo Smallville anni 2000, a un certo punto affiancato dallo stesso Christopher Reeve nell’ultima, commovente apparizione in sedia a rotelle. E il cinematografico Brandon Routh (l’ottavo): il ritorno “donneriano” per Bryan Singer 2006, definitivo clone di Reeve e inevitabile fine del crescendo.

Smallville in tv

Pur nella modestia del medium, la serie tv Smallville è una produzione di successo. Sfoggia 218 puntate spalmate su ben dieci stagioni, dal 16 ottobre 2001 al 13 maggio 2011: decade che segna una generazione televisiva. La serie supermaniana è sviluppata, scritta e prodotta da Alfred Gough e Miles Millar, che l’abbandonano alla settima stagione.

Racconta del liceale Clark Kent, teenager interpretato dal newyorkese Thomas John Patrick Welling – nato il 26 aprile 1977, quindi già ventiquattrenne nella prima puntata. Gough e Millar impostano la serie sulla regola “no tights, no flights” (“niente calzamaglia né volo”) per mostrare l’essenza di Superman e raccontare come un ragazzo lo possa, nel tempo, diventare.

Le prime quattro stagioni vedono Clark e i suoi amici al liceo di Smallville, Kansas. All’inizio imperversa la Kryptonite, che piove a grappoli dai cieli d’America. Oltre a indebolire l’eroe, la pietra verde crea un grottesco (e ripetitivo) mostro umano a puntata. Emergono i caratteri e l’esplorazione delle origine aliene di Clark. Nel frattempo uno stupendo Lex Luthor, buon amico del protagonista, entra in conflitto con il laido padre Lionel. Più che altro ci si chiede come farà la gente a non rendersi conto che il futuro Superman non sia stato questo giovane Clark, sempre al centro di eventi sovrannaturali che ne sconvolgono la cittadina.

Dalla quinta stagione la serie si fa adulta e più drammatica: iniziano le carriere al Daily Planet di Metropolis e appaiono molti supereroi e supercriminali della DC Comics (unica, significativa eccezione: Batman) in vicende sempre più immaginifiche e avventurose. La serie è la prima, seria opera live action a proporre l’alleanza tra i supereroi DC, affiancando il titolare Clark/Supes a molti colleghi, come succede da sempre nei fumetti; resterà per diverso tempo un esperimento riuscito ma non sviluppato. Gli ascolti sono da record, le recensioni positive. L’ex-Superman Reeve approva la serie e vi partecipa nelle commoventi vesti del dottor Virgil Swann, lo scienziato che traduce il linguaggio kryptoniano e svela a Clark la sua eredità.

È fondamentale il resto del cast, capeggiato da Michael Rosenbaum come Lex: puntata dopo puntata l’amicizia con l’eroe si trasforma in odio. Il coprotagonista Rosenbaum diventa una star e lascia lo show alla settima stagione, per riprenderlo nel finale. La classica Lana Lang è interpretata da Kristin Kreuk; Allison Mack è l’inedita Chloe Sullivan, migliore amica di Clark e segretamente innamorata di lui. Cugina della ragazza è nientemeno che Lois Lane: appare dalla quarta stagione, impersonata da Erica Durance. Gli immancabili genitori adottivi sono Annette O’Toole, ossia la Lana di Superman III che qui è Martha, e John Schneider, il Bo del vecchio Hazzard che è Jonathan Kent.

Anno 2006: Superman Returns

Superman Returns

Nolan rincuora la Warner, reduce da oltre un decennio di tentativi falliti su Superman. Improvvisamente, giunge Bryan Singer direttamente dalla saga di successo sugli X-Men, della Marvel/Fox. E il sogno del volo più veloce della luce resuscita, la Kryptonite è ancora radioattiva.

Atteso per diciannove anni dal pessimo Superman IV, l’insperato film di Singer è emozionante. Non è epocale come molti si aspettano, che ne restano ingiustamente delusi. È, piuttosto, sincero, nostalgico ed evocativo, dal carattere minimale, pur se carente per troppo amore e troppo poca azione. Il regista riesce in un compito sovrumano: ripropone il più vecchio di tutti, Superman, tra i tanti film supereroici già di moda.

Sequel un po’ forzato dei primi due film di Richard Donner 1978 e Richard Lester 1980, il film ignora i minori e fallimentari Superman III e IV – come ignora il rinascimento rivoluzionario nolaniano. È un vero e proprio gioiello isolato, frutto dell’urgenza autoriale di Singer. Racconta il ritorno di Superman sulla Terra dopo un’assenza di cinque anni, spesi all’inutile ricerca cosmica dei resti del pianeta natale. Ritrova a Metropolis Lois Lane fidanzata con un altro e madre di un bimbo; e un Lex Luthor sempre intrigante con l’eredità kryptoniana.

Opere citate

Il legame con Superman: il film è un peso. Singer si obbliga in un senso unico: la ripetizione dell’indiscutibile leggenda datata ’78, da lui amatissima come da tutti gli ex-ragazzini degli anni Settanta. L’attualizzazione riesce in parte perché Singer non è Superman; ma è umana, coraggiosa perché Singer è, obiettivamente, Clark.

Anche il protagonista ventiseienne Brandon Routh, assoluto sconosciuto nato il 9 ottobre ’79 nell’Iowa, è costretto a ripercorrere le orme leggendarie di Christopher Reeve, senza possederne il carisma. Il risultato è solo simpatico. Ha il fisico ma è un attore normale che, per fortuna ben guidato, riesce a regalare sensibilità all’Uomo d’Acciaio. Routh interpreta il compianto Chris Reeve, non Superman, un errore in parte compensato dall’aggiunta personale di fragilità e malinconia. L’omaggio è, in ogni caso, toccante.

Al centro c’è la sofferenza del supereroe torturato dal diabolico Luthor con tutti i pezzi di Kryptonite possibile. Ne risalta la fragile umanità: egli, invulnerabile, grida disperato di essere “ancora Superman” nonostante l’umiliazione della ferita fisica. L’affermazione estrema e riconoscibile dell’identità, spesso messa in dubbio nel film, unita a resistenza e riscatto di fronte alla morte, nel destino di uomini e semidei.

Signore e signori, Clark Kent

Superman Returns

Il Clark Kent yuppie e sicuro di sé degli anni ’90, tra fumetti e tv, era uguale al potente Superman come aspetto, carattere e destino. Dimenticato il timido e discreto giornalista delle origini, il personaggio reinventato arrivava a vincere il Pulitzer come romanziere best-seller, amato dai fan e desiderato dalle donne. Impossibile distinguere uomo dal superuomo, possibilissimo invece vederne la già assurdamente esposta identità segreta.

Singer rimedia e usa il Clark migliore“la critica di Superman all’umanità”, come insegna Quentin Tarantino in Kill Bill: Volume 2 (2004). Il Kent “pubblico” di Metropolis deve essere terribile e autocastrante per il Kal-El semidivino; d’altro canto il Clark “privato” di Smallville è il vero io, quindi un personaggio ancora diverso.

È la magnifica potenzialità dell’Uomo d’Acciaio, uno e trino. Seguendo Donner/Reeve del ’78, il duo Singer/Routh non delude. Il loro Clark Kent del Daily Planet è impacciato, mediocre, indifeso. Ne nasce il rapporto competitivo col maturo, onesto rivale sentimentale Richard White, l’amore/odio con un’insofferente Lois, le stilettate inconsapevoli del povero Jimmy Olsen, l’assenza del durissimo capo Perry White.

Più Clark è ridicolizzato, sminuito e dimenticato, più Superman soffre. E il supereroe globale, ammirato e amato con il mantello rosso al vento, è di conseguenza una figura esemplare ma riservata, modesta, scostante. Psicologicamente ferita, ben diversa da quella pensierosa e decisa che si intravvede in borghese a Smallville, dalla madre.

La missione sovrannaturale di salvatore lo conferma sempre più diverso. Assolutamente incompreso. L’infelice Superman diviene l’uomo più amato della Terra ma allo stesso tempo il più solo. Una trovata narrativa preziosa, sottolineata dai molti comprimari che hanno a che fare con lui. Straordinaria è l’alleanza, sui generis e non voluta, tra l’amica Lois e il nemico Luthor, che usa diabolicamente gli articoli informativi e critici (premiati dal Pulitzer!) dell’amata per corrodere il vulnerabile cuore dell’invulnerabile Uomo del Domani.

L’unico che non mette in crisi Clark è, non a caso, il figlio di Lois, Jason, che sviluppa un crescendo affettivo col protagonista. Fonte di nuova consapevolezza per un eroe inumano ma umanamente dubbioso.

Le debolezze del superfilm

Director BRYAN SINGER directs BRANDON ROUTH against a green screen during production of Warner Bros. Pictures' and Legendary Pictures' action adventure Superman Returns.
Superman Returns

La dinamica è azzeccata ma il film è lento, ripetitivo, spesso noioso. A un montaggio sballato si affianca una regia raffinata e sentita. Il soggetto singeriano è una continuazione logica e critica dei primi due film di Reeve: rielabora i cristalli kryptoniani e le manie latifondiste luthoriane. La citazione non esclude il miglioramento: la Fortezza della Solitudine e “Nuovo Krypton” sono impressionanti. Le simbologie visive abbondano: dalle macchine per volare (aerei, shuttle, elicotteri, idrovolanti) a sottolineare i limiti umani di fronte ai poteri superumani; all’immagine cristologica della resurrezione.

L’ironia del messaggio è amara: Superman si era allontanato in cerca del retaggio perduto e alieno, smarrendo tutto quanto di umano aveva guadagnato dai Kent di Smallville e al Daily Planet; ritrova qui sulla Terra ciò che aveva tanto cercato altrove: la casa kryptoniana, corrotta dall’arcinemico locale. Ma conosce alla fine anche un senso più vero della vita, frutto del lato umano.

La visualizzazione del leggendario volo è sostenuta da effetti speciali e idee importanti: il fluttuare in assenza di gravità è inedito al cinema. L’uomo volante si lancia in espressivi quadri celesti, divertendo con il realismo della traiettoria supersonica.

È scarsa la sceneggiatura del giovane duo Michael Dougherty & Dan Harris, già autori del secondo X-Men di Singer (2003). Superman cade verticalmente tre volte, lancia nello spazio un oggetto due volte, gli effetti dell’arrivo di un terremoto si vedono quattro volte. E i due si fermano a grattare sulla superficie di un dramma amoroso sulla carta magnifico, potenzialmente definitivo.

Il cast è dimenticabile, eccetto il grande Kevin Spacey che sa variare il Lex ironico del gigantesco Gene Hackman ’78 con la specialità di casa: l’inquietante maniacalità, il sarcasmo distruttivo. Spacey brilla pur avendo poco spazio. La catastrofe terrestre che scatena ha infatti effetti limitati, poco spettacolari e minimi; sacrificata com’è sull’altare della storyline sentimentale. Lo script premierebbe Lois Lane, il controcanto psicologico reso però poco credibile dalla scialbissima Kate Bosworth, fastidiosa e immatura nonostante il ruolo ne richiederebbe professionalità d’acciaio e maturità inscalfibile. Chi incide è a sorpresa James Marsden come Richard, l’inedito figlio di Perry: tiene testa nientemeno che a Superman.

Le vecchie parole di Jor-El di Krypton, ripetute poeticamente, rendono onore al Marlon Brando più paterno della storia del cinema. Il film recupera le relative scene perdute riprese da Donner, restaurandole digitalmente molto tempo dopo la morte del mitico attore, avvenuta nel 2004. Uno dei momenti più riusciti.

Sì. Crediamo che uomo possa volare!

Il Superman sospeso nel cielo, guardiano e redentore in ascolto di tutti i disperati del mondo, consegna l’idea di una difficile e sofferente onnipotenza. Sorprende contare le volte nelle quali questo super-salvatore venga salvato dal profano intervento degli umani. Sbalordisce vedere come, nel salvataggio decisivo, Superman chieda l’aiuto del rivale umano e l’ottenga, a onore suo ma anche di chi glielo concede.

Il film incassa bene in America, meno nel mondo: 390 milioni di dollari a fronte di un budget spropositato di 270, dovuti anche al fallimento dei molti, troppi precedenti tentativi di riportare Superman al cinema. Eppure: il 28 giugno ’06 il Clark Kent del cinema americano, il buon Bryan, ci dice che si può nuovamente sognare di volare; e avere a cuore chi ci riesce davvero.

Lois Lane: “Clark ha detto che non ci hai detto addio perché era troppo doloroso per te. Personalmente, penso che sia una stronzata.”
Superman: “Clark?”
Lois Lane: “È uno con cui lavoro.”
Superman: “Forse Clark ha ragione.”

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