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V per Vendetta: anatomia di un cult a quindici anni dall’uscita in sala

Remember, Remember the Fifth of November… Non è esattamente il 5 novembre, però è doveroso far risuonare alle nostre orecchie questa rima perché proprio quindici anni fa, il 17 marzo 2006, usciva sugli schermi cinematografici di tutta Italia il film V per Vendetta. Diretta dall’australiano James McTeigue, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, la pellicola è diventata ben presto un vero e proprio cult, segnando non solo l’apice della carriera del regista (non riuscirà infatti più a bissare un simile successo), ma anche l’immaginario collettivo di intere generazioni.

Un solido progetto cinematografico…

Sicuramente il lavoro di McTeigue in cabina di regia risulta sorprendete ed efficace. V per Vendetta non è proprio tra i film più semplici da portare in scena e la portata della produzione è di rilievo. Si tratta infatti di un progetto colmo di effetti speciali, comparse, scene di massa, e un cast d’eccezione da dover gestire al meglio. Oltre alla presenza di Hugo Weaving, la protagonista femminile è interpretata da Natalie Portman, che in quegli anni era davvero una diva a tutto tondo. Arrivava dalla trilogia prequel di Star Wars e aveva all’attivo collaborazioni con registi del calibro di Woody Allen, Michael Mann, Tim Burton e Luc Besson.

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Il vero valore aggiunto di V per Vendetta però è sicuramente la supervisione come produttrici esecutivi e sceneggiatrici di Lana e Lilly Wachowski (all’epoca ancora fratelli con i nomi di Larry e Andy). Reduci dalla chiusura di una delle trilogie di fantascienza più note di sempre, Matrix, le sorelle si sono cimentate nella trasposizione cinematografica di una delle graphic novel più affascinanti e amate dalle generazioni a loro più contemporanee. Le due registe però non si sono limitate a trovare la quadra migliore per portare sullo schermo le tavole di David Lloyd, o meglio, i dialoghi di Alan Moore, ma hanno dato man forte a McTeigue per orchestrare nella maniera più convincente le scende di azione.

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Matrix è un capolavoro di dinamismo, un film che riesce a far dialogare in maniera praticamente perfetta i sinuosi movimenti delle arti marziali con l’alto tasso di spettacolarità proprio del cinema action statunitense. Quindi, l’esperienza della trilogia non può che essere il faro di riferimento per chiunque voglia avventurarsi in un simile campo. E se le registe di un simile caposaldo sono anche sceneggiatrici e produttrici di un progetto come V per Vendetta, allora non chiedere consiglio sarebbe stato un azzardo decisamente sconsiderato.

…basato su un fumetto di rara bellezza

Chiaramente, se il film è riuscito, gran parte del merito lo deve anche al testo a fumetti dal quale è tratto. V per Vendetta è ancora oggi considerato come una delle migliori graphic novel mai concepite, o comunque uno dei più acclamati lavori scritti dal genio di Alan Moore. Pubblicato a partire dal 1982 come una serie in bianco e nero tra le pagine della rivista inglese Warrior Magazine, il testo venne interrotto a causa del fallimento editoriale che costrinse il giornale a chiudere i battenti nel 1985. Solo nel 1988, la serie venne ripubblicata e finalmente conclusa dalla DC Comics, in una nuova edizione a colori che successivamente fu anche accorpata in un unico volume (quello che ancora oggi va per la maggiore).

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Proprio per via di queste continue interruzioni e slittamenti, molti critici pensano che V per Vendetta non sia un fumetto del tutto compiuto o omogeneo. Sicuramente qualche piccola svista è presente, ma non si può negare il grande valore che il testo ha assunto nell’immaginario collettivo. A tal proposito, oltre alle varie citazioni nascoste e agli easter eggs relativi all’uso del numero cinque (che scritto in romano è praticamente identico alla V del titolo), Moore ha da sempre dato a Cesare quel che è di Cesare (giusto per restare in tema con la Storia romana).

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Se infatti tutti ricordano o conoscono quest’opera il merito è principalmente di due fattori: il titolo e la maschera con cui V, il protagonista, è diventato iconico. Bene, in entrambi i casi si tratta di intuizioni nate non dalla fantasia di Moore, ma dai suoi collaboratori. Il titolo V per Vendetta venne infatti ideato dall’editore Dez Skinn, il quale volle tributare una striscia a fumetti degli anni Sessanta a cui era molto legato. Invece, l’idea di mascherare V con il volto di Guy Fawkes (un cospiratore inglese che il 5 novembre, guarda un po’, del 1605 provò a cospirare contro la corona) fu del fumettista David Lloyd.

La casa di carta ante litteram?

A proposito di maschere, quella di V per Vendetta è divenuta ben presto un simbolo. Non solamente i giovani l’hanno adottata come una sorta di ribellione generazionale, ma anche alcuni movimenti politici con idee anarchiche hanno iniziato a impossessarsene per manifestazioni o eventi di propaganda. Lo stesso Lloyd si è detto molto sorpreso e al tempo stesso entusiasta di quanto accaduto.

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Il fumettista infatti non si aspettava una simile risonanza ma soprattutto ha sempre trovato unico il fatto che un elemento della cultura popolare (come appunto una maschera di un personaggio a fumetti) riuscisse a trovare talmente tanti consensi da essere addirittura associato alla politica. Lo stesso identico processo si sarebbe verificato anche una decina di anni dopo con il successo della serie televisiva spagnola La casa di carta.

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Una volta approdato su Netflix infatti, lo show dei ladri mascherati (questa volta con i baffetti tipici di Salvador Dalì) ha trovato non solo il gradimento del pubblico ma anche la risonanza di movimenti politici o gruppi aggregativi. Dagli stadi sino alle manifestazioni studentesche, tutto ciò che rese fiero e sorpreso David Lloyd ai tempi di V per Vendetta tornò a verificarsi dimostrando quanto il lavoro a fumetti in questione fosse davvero in anticipo sui tempi e capace di creare una vera e propria tendenza.

Differenze tra film e fumetto

La base sociale e politica costituisce anche la più grande differenza tra film e fumetto. Intendiamoci, molti dettagli sono stati rivisti. Ci sono numerose incongruenze da un punto di vista narrativo ma è giusto che sia così: stiamo parlando di due forme di comunicazione differenti, ognuna con le sue regole e non è assolutamente detto che ciò che funziona per una sia altrettanto valida anche per l’altra. Inoltre alcune venature più cupe e violente (più che altro da un punto di vista psicologico) presenti nel testo di Moore rischiavano di far bollare il film come estremo o sottoporlo a censura precludendo quindi il pubblico di teenager che è il target di riferimento della pellicola.

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Anche per queste ragioni, Alan Moore si disse deluso dal lavoro di James McTeigue, a differenza di Lloyd che invece apprezzò il film. Ciò che però è maggiormente interessante da sottolineare è proprio la differenza storica che separa i due progetti. Quando Moore scrisse il testo, negli anni Ottanta, il pessimismo nei confronti di una classe politica che aveva soffocato la spinta più utopica e spensierata dei giovani hippy emerse in tutta la sua cupezza.

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Era a questo grigiore che il simbolo anarchico di V voleva opporsi. Agli inizi del Duemila sarebbe stato anacronistica combattere le medesime battaglie di vent’anni prima. Così, il V interpretato da Hugo Weaving combatte in nome di una ribellione al capitalismo, al potere dei mass media e alla ricchezza di una classe dirigente che ha basato il suo potere sulla strategia del terrore (soprattutto dopo l’11 settembre). Cambiano i connotati, ma la sostanza resta la stessa. E alla fine della visione, così come della lettura, ciò che rimarrà scolpito per sempre negli occhi e nel cuore del pubblico saranno una maschera e un titolo. Missione, pardon, Vendetta compiuta.

Se non l’hai ancora visto, recupera V per Vendetta su Netflix.