La Commissione Europea ha aperto nuovi procedimenti formali contro Google nell'ambito del Digital Markets Act, imponendo all'azienda di Mountain View di garantire parità di accesso alle funzionalità di Android e ai dati di Google Search per sviluppatori terzi di intelligenza artificiale e motori di ricerca alternativi.
Il cuore della questione riguarda due fronti distinti ma interconnessi. Sul versante Android, la Commissione richiede che Google fornisca agli sviluppatori di servizi AI di terze parti lo stesso livello di accesso alle API e alle funzionalità del sistema operativo di cui beneficia Gemini, l'assistente AI proprietario dell'azienda. L'obiettivo dichiarato è creare un terreno di gioco equo dove ChatGPT, Claude, e altri assistenti vocali possano competere ad armi pari sui dispositivi Android, senza limitazioni tecniche artificiali imposte dal gatekeeper della piattaforma.
La seconda richiesta tocca un nervo ancora più sensibile: l'accesso ai dati di Google Search. Bruxelles vuole che Mountain View condivida con motori di ricerca concorrenti e provider di chatbot AI dati anonimizzati su classifiche, query di ricerca, clic e visualizzazioni raccolti dal suo motore dominante. Si tratta di informazioni considerate essenziali per ottimizzare algoritmi di ricerca alternativi e offrire agli utenti europei alternative credibili al colosso di Google, che domina il mercato con quote superiori al 90% in molti paesi dell'Unione.
I tempi della procedura sono rigidamente definiti dal DMA. La Commissione ha sei mesi dalla data di apertura per concludere i procedimenti e determinare se Google sia effettivamente in conformità con la normativa europea sui mercati digitali. Entro i primi tre mesi, l'autorità antitrust presenterà le sue conclusioni preliminari insieme a una bozza delle misure correttive richieste. Un calendario serrato che lascia poco spazio a manovre dilatorie.
Le conseguenze di una mancata conformità sarebbero tutt'altro che simboliche. Il Digital Markets Act prevede sanzioni fino al 10% del fatturato globale annuo per violazioni accertate, una cifra che nel caso di Alphabet (società madre di Google) si tradurrebbe in multe potenzialmente superiori ai 30 miliardi di dollari. Oltre alle sanzioni economiche, la Commissione potrebbe avviare indagini formali più approfondite con ulteriori obblighi strutturali per l'azienda.
Per gli sviluppatori europei di intelligenza artificiale, questa apertura forzata potrebbe rappresentare un'opportunità significativa. Attualmente, l'integrazione profonda di Gemini in Android 15 e versioni successive offre al servizio Google vantaggi competitivi sostanziali: accesso a contesti di sistema, integrazione con le app proprietarie, utilizzo ottimizzato delle risorse hardware tramite API privilegiate. Livellare questo campo da gioco permetterebbe a player emergenti di competere sulla qualità dei modelli linguistici piuttosto che sulle restrizioni della piattaforma.
Sul fronte dei motori di ricerca, l'accesso ai dati di Google Search è da anni una richiesta di competitor come DuckDuckGo, Ecosia e Qwant. I dati su quali risultati gli utenti cliccano, quanto tempo passano sulle pagine, e come formulano le query rappresentano una miniera d'oro per addestrare algoritmi di ranking. Senza queste informazioni, sostengono i rivali, è praticamente impossibile raggiungere livelli di rilevanza comparabili a quelli di Google, perpetuando così la sua posizione dominante.
Google non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale in risposta ai procedimenti. L'azienda ha però storicamente sostenuto che condividere dati di ricerca comporterebbe rischi per la privacy degli utenti e potrebbe compromettere la qualità dei risultati, facilitando pratiche di manipolazione SEO. Rimane da vedere se Mountain View proporrà soluzioni tecniche di anonimizzazione ritenute sufficienti dalla Commissione, o se la questione evolverà in un confronto più aspro sulla definizione stessa di accesso "equo ed effettivo" nell'era dell'intelligenza artificiale.