Microsoft si trova al centro di una crescente controversia che coinvolge il suo servizio cloud OneDrive e l'intelligenza artificiale utilizzata per la moderazione dei contenuti. Numerosi utenti stanno segnalando blocchi improvvisi dei propri account, con conseguente perdita di accesso a documenti, foto di famiglia e contenuti acquistati su Xbox, il tutto a causa di decisioni automatizzate che sembrano sfuggire a qualsiasi possibilità di appello efficace. La situazione si aggrava con l'introduzione in Windows 11 versione 25H2 di modifiche sostanziali al funzionamento del backup automatico su OneDrive, ora attivo per impostazione predefinita.
Il caso più emblematico riguarda un utente che ha perso l'accesso al proprio account Microsoft dopo aver scattato una foto innocua dei propri figli durante la notte di Capodanno. Il sistema di intelligenza artificiale di OneDrive ha identificato erroneamente l'immagine come potenziale contenuto inappropriato, bloccando istantaneamente l'intero ecosistema: OneDrive, email e servizi collegati. L'utente ha spiegato che la composizione della foto, con illuminazione scarsa e due bambini in abiti rosa parzialmente sovrapposti, ha probabilmente confuso l'algoritmo di scansione automatica.
Nonostante ben 18 moduli di conformità inviati per risolvere la questione, gli sforzi si sono rivelati vani. Il ricorso è stato respinto e l'utente si è trovato di fronte a un muro: tutti i canali di assistenza Microsoft rimandano a chatbot basati su intelligenza artificiale senza possibilità di escalation verso operatori umani. Il problema non è isolato: sui social media proliferano testimonianze simili, con utenti che lamentano la perdita di decenni di contenuti digitali, documenti di lavoro riservati e ricordi personali insostituibili.
La questione assume contorni ancora più complessi con le modifiche introdotte nell'ultimo aggiornamento maggiore di Windows 11. Dal 30 settembre 2024, quando viene configurato un nuovo PC con un account Microsoft, OneDrive Backup viene attivato automaticamente, sincronizzando sul cloud le cartelle Documenti, Immagini e Desktop senza che molti utenti se ne rendano conto. Durante il processo di configurazione iniziale del sistema operativo, l'opzione per salvare i file esclusivamente in locale è presente ma facilmente trascurabile, soprattutto per chi completa rapidamente la procedura guidata.
Il meccanismo tecnico alla base della confusione è abbastanza semplice da comprendere: quando OneDrive Backup è attivo, i file non vengono eliminati ma spostati dalla loro posizione locale originale alla cartella OneDrive, rimanendo comunque accessibili sul PC tramite sincronizzazione. Le cartelle tradizionali in Documenti, Immagini e Desktop appaiono vuote perché il contenuto è stato trasferito, ma questo cambiamento non viene comunicato in modo sufficientemente chiaro all'utente.
La situazione si estende anche agli utenti degli abbonamenti Microsoft 365 Personal o Family in versione pre-release: i nuovi file creati in Word e altre applicazioni di produttività vengono automaticamente salvati su OneDrive per impostazione predefinita. Questa strategia aggressiva di adozione del cloud solleva interrogativi sulla trasparenza delle pratiche aziendali di Redmond e sulla reale libertà di scelta degli utenti.
Dal punto di vista della sicurezza dei dati, la posizione di Microsoft ha una sua logica tecnica: il backup automatico su cloud protegge effettivamente gli utenti dalla perdita totale di informazioni in caso di guasto hardware, furto del dispositivo o attacchi ransomware. Tuttavia, questa protezione diventa controproducente quando l'intelligenza artificiale che sorveglia i contenuti genera falsi positivi e il sistema di assistenza clienti non offre percorsi efficaci per risolvere gli errori.
Il problema solleva questioni fondamentali sul bilanciamento tra automazione e supervisione umana nei servizi cloud. Un algoritmo di machine learning progettato per identificare contenuti illegali può certamente elaborare volumi enormi di dati, ma la mancanza di un processo di revisione accessibile da parte di operatori umani trasforma errori algoritmici in situazioni kafkiane per gli utenti colpiti. La frustrazione è amplificata dall'impossibilità di contattare direttamente Microsoft: numeri telefonici che rimandano esclusivamente a bot conversazionali e moduli di contatto che richiedono l'accesso all'account ormai bloccato.