Quante specie animali esistono davvero sul nostro pianeta? La risposta, che potrebbe sembrare semplice, si rivela straordinariamente complessa non appena si scende nei dettagli della biologia evolutiva. La ricerca condotta da Chan Kin Onn della Michigan State University su una particolare famiglia di rane del Borneo offre uno spaccato illuminante su questa difficoltà fondamentale, mettendo in discussione tanto le stime di biodiversità globale quanto le metodologie con cui gli scienziati definiscono i confini tra specie. Lo studio, pubblicato sulla rivista Systematic Biology, non si limita a correggere un conteggio: apre una finestra su uno dei dibattiti più vivi dell'ecologia e della tassonomia contemporanea.
Il soggetto dell'indagine sono le rane dai denti del Borneo (Bornean fanged frogs), denominate così per le protuberanze simili a zanne presenti lungo le mascelle. Una delle specie del gruppo, Limnonectes kuhlii, è nota alla scienza fin dal 1838, ma negli ultimi vent'anni le analisi genetiche hanno cominciato a suggerire che quello che sembrava un singolo taxon potesse in realtà nascondere al suo interno fino a 18 specie distinte. Un caso emblematico di cosiddette specie criptiche, cioè organismi morfologicamente simili ma geneticamente separati, una categoria che il progresso nelle tecniche di sequenziamento genomico ha reso sempre più numerosa e rilevante.
Per chiarire la questione, Chan e i suoi colleghi hanno effettuato campagne di raccolta di esemplari nelle foreste pluviali montuose del Borneo malese, estraendo DNA da individui distribuiti sull'intero areale del gruppo. L'analisi ha coinvolto oltre 13.000 geni distribuiti nell'intero genoma delle rane, un approccio filogemico di ampio respiro che ha permesso di tracciare le relazioni evolutive tra le popolazioni con una risoluzione senza precedenti. I finanziamenti alla ricerca sono stati forniti dalla National Science Foundation statunitense attraverso quattro grant distinti (GRFP 1540502, 1451148, 0907996 e 1654388).
I risultati hanno ridimensionato, pur non annullando, la precedente ipotesi di frammentazione estrema. I dati genomici indicano che i cluster geneticamente distinti all'interno del gruppo ammontano a circa sei o sette unità, non alle diciotto inizialmente proposte. Come ha sintetizzato Chan: "Non è una specie sola. Ma non sono nemmeno 18 specie." Un risultato che invita alla cautela metodologica, perché dimostra che le analisi preliminari basate su porzioni limitate del genoma possono sovrastimare la frammentazione tassonomica.
Un elemento particolarmente significativo emerso dall'analisi è la presenza di un intenso flusso genico tra i diversi cluster, ovvero uno scambio di materiale genetico tra popolazioni attraverso l'ibridazione. Questo fenomeno complica ulteriormente la delimitazione delle specie, poiché i confini biologici tra i gruppi risultano sfumati piuttosto che netti. Chan ha descritto la speciazione non come un evento improvviso ma come un continuum graduale: un processo in cui le popolazioni si separano progressivamente nel tempo, passando attraverso stadi intermedi difficili da classificare con categorie rigide.
La questione non è puramente accademica. Gli anfibi sono oggi il gruppo di vertebrati più a rischio di estinzione: un'analisi del 2023 condotta su circa 8.000 specie di anfibi — alla quale Chan stesso ha contribuito — ha documentato che due specie su cinque sono minacciate di estinzione a livello globale. In questo contesto, definire correttamente i confini tra specie diventa un atto di rilevanza conservazionistica diretta: solo ciò che viene riconosciuto e nominato può essere protetto dalle legislazioni nazionali e internazionali.
Tuttavia, il problema ha anche un risvolto opposto che Chan non esita a sottolineare. Suddividere artificiosamente una specie in molte unità più piccole può ridurre apparentemente il loro areale di distribuzione, facendo sembrare ciascuna più vulnerabile di quanto non sia realmente. Con risorse conservazionistiche limitate, allocare priorità sulla base di tassonomie imprecise significa rischiare di trascurare specie effettivamente in pericolo a favore di distinzioni che riflettono artefatti analitici piuttosto che realtà biologiche. "Dobbiamo effettuare un triage e decidere come distribuire risorse limitate verso quelle che riteniamo priorità assolute", ha spiegato Chan.
Il caso delle rane dai denti del Borneo si inserisce in un fenomeno su scala globale. Negli ultimi due decenni, la genomica comparata applicata a insetti, pesci, uccelli e mammiferi ha rivelato che un numero considerevole di specie si nasconde sotto identità morfologiche condivise. Le stime tradizionali collocavano il numero totale di specie sulla Terra intorno a 8,7 milioni; modelli più recenti che tengono conto delle specie criptiche suggeriscono che il totale reale potrebbe essere da 7 a 250 volte superiore a questa cifra, un intervallo di incertezza che fotografa l'entità delle lacune conoscitive attuali.
Chan, che ricopre anche il ruolo di Curatore delle Collezioni di Vertebrati e di faculty member nel programma di Ecologia, Evoluzione e Comportamento della Michigan State University, non si aspetta che queste domande vengano risolte in tempi brevi. La ricerca sulle rane del Borneo suggerisce che esiste una vera e propria "zona grigia della speciazione" in cui i confini biologici resistono a qualsiasi definizione netta. Le prossime fasi della ricerca dovranno integrare i dati genomici con analisi morfologiche, acustiche ed ecologiche, per costruire un quadro multidimensionale delle differenze tra le popolazioni. Solo un approccio così integrato potrà fornire risposte affidabili — e conservazionisticamente utilizzabili — su quante specie di anfibi condividano con noi questo pianeta.