La ricerca sui fertilizzanti rivestiti in polimero si inserisce in uno dei capitoli più complessi della scienza ambientale contemporanea: comprendere dove finiscano le microplastiche disperse nell'ambiente. Un team dell'Università Metropolitana di Tokyo guidato dal professor Masayuki Kawahigashi e dalla dottoressa Dolgormaa Munkhbat ha mappato sistematicamente i percorsi che portano questi frammenti plastici dalle risaie e dai campi agricoli fino alle coste giapponesi, svelando dinamiche di trasporto sorprendentemente diversificate. Il loro studio rappresenta un tassello fondamentale per risolvere uno dei misteri centrali dell'inquinamento oceanico: il fatto che circa il 90% della plastica entrata negli oceani sia ormai invisibile in superficie, presumibilmente intrappolata in "depositi ambientali" ancora poco compresi.
I fertilizzanti a rilascio controllato, noti come PCF (Polymer-Coated Fertilizer), sono ampiamente utilizzati in agricoltura intensiva per ottimizzare l'assorbimento dei nutrienti. Il principio è semplice ma efficace: una capsula polimerica avvolge i granuli di fertilizzante, rallentandone la dissoluzione nel terreno e prolungandone l'effetto nutritivo. Questa tecnologia trova applicazione diffusa nelle coltivazioni di riso in Giappone e Cina, ma anche nei campi di grano e mais negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell'Europa occidentale. Ricerche precedenti avevano già documentato che tra il 50% e il 90% dei detriti plastici presenti sulle spiagge giapponesi deriva proprio da questi rivestimenti, eppure rimaneva oscuro il meccanismo di dispersione dalla terraferma alle acque marine.
L'indagine si è concentrata su 147 aree di rilevamento distribuite su 17 spiagge, selezionate strategicamente per confrontare due tipologie di connessione terra-mare: zone costiere vicine a foci fluviali e aree dove i canali di drenaggio agricolo sfociano direttamente nell'oceano. I risultati hanno evidenziato differenze straordinarie nei tassi di accumulo. Nelle località prossime alle foci dei fiumi, solo lo 0,2% dei fertilizzanti plastici applicati nei campi circostanti è stato ritrovato depositato sulle spiagge. La maggior parte del materiale – circa il 77% – rimane intrappolato nei terreni agricoli, mentre il 22,8% viene trasportato al largo senza più ritornare.
Questa discrepanza sostanziale tra i due scenari rivela il ruolo cruciale delle dinamiche idrauliche nel determinare il destino finale delle microplastiche. I ricercatori attribuiscono l'elevato tasso di ritorno nelle zone con drenaggio diretto all'azione combinata di onde e maree, che riportano meccanicamente i frammenti verso la terraferma. Al contrario, quando i detriti plastici entrano nei sistemi fluviali, la maggior parte viene dispersa in mare aperto, contribuendo alla misteriosa "scomparsa" documentata negli studi globali sulla distribuzione delle plastiche oceaniche.
L'analisi morfologica e chimica dei campioni ha aggiunto un ulteriore livello di complessità. Molte particelle di PCF recuperate dalle spiagge mostravano alterazioni cromatiche significative, con colorazioni rossastre e brunastre assenti nei materiali originali. Attraverso la spettroscopia a dispersione di energia a raggi X (EDX), il team ha identificato depositi superficiali di ossidi di ferro e alluminio. Questi composti, presumibilmente acquisiti durante il trasporto attraverso sedimenti marini e fluviali, aumentano la densità delle capsule plastiche, riducendone la galleggiabilità e la probabilità di essere riportate a riva dalle correnti marine.
La ricerca rappresenta un contributo metodologico significativo per quantificare i flussi di microplastiche nei cicli ambientali. Identificando le spiagge come potenziali accumuli trascurati nel bilancio globale dell'inquinamento plastico, lo studio fornisce parametri misurabili per modellare la dispersione dei contaminanti agricoli. Le implicazioni si estendono oltre il contesto giapponese: con l'utilizzo crescente di PCF nelle agricolture intensive di tutti i continenti, comprendere questi meccanismi diventa essenziale per sviluppare strategie di mitigazione efficaci.
Restano aperti interrogativi cruciali sulla degradazione a lungo termine di queste microplastiche e sulle loro interazioni con gli organismi marini. I prossimi passi della ricerca dovranno chiarire quanto materiale effettivamente si deposita sui fondali oceanici profondi, quali percentuali vengono ingerite dalla fauna marina e come i rivestimenti modificati chimicamente influenzino la tossicità ambientale. Solo attraverso questo tipo di mappatura sistematica sarà possibile tracciare con precisione il percorso delle "plastiche scomparse" e valutare l'impatto reale di pratiche agricole apparentemente lontane dagli ecosistemi marini che invece contribuiscono direttamente a inquinare.