L'ambiente estremo di Venere, con le sue temperature infernali e la pressione atmosferica schiacciante, potrebbe aver creato un fenomeno geologico unico nel sistema solare. Un team di ricercatori guidato da Barbara De Toffoli dell'Università di Padova ha confermato l'esistenza di enormi tunnel sotterranei scavati dalla lava sul pianeta più caldo del nostro vicinato cosmico, strutture che sfidano completamente le teorie consolidate sui tunnel lavici planetari. La scoperta non solo conferma definitivamente la presenza di questi condotti vulcanici su Venere, ma rivela anche caratteristiche dimensionali sorprendenti che non seguono i modelli osservati su altri corpi celesti.
Quando la gravità non basta a spiegare tutto
Finora gli scienziati avevano osservato una correlazione piuttosto prevedibile: più piccolo è un pianeta e minore è la sua gravità, più grandi tendono a essere i tunnel scavati dalla lava. Sulla Terra questi condotti sotterranei hanno dimensioni moderate, su Marte sono leggermente più ampi, mentre sulla Luna raggiungono proporzioni così considerevoli che la NASA ha persino valutato la possibilità di utilizzarli come rifugi per gli astronauti, sfruttandoli come scudo naturale contro le radiazioni solari.
Venere però ha deciso di stravolgere completamente questa regola non scritta. Nonostante abbia una massa e una gravità molto simili alla Terra, i suoi tunnel lavici presentano volumi paragonabili a quelli lunari. "Venere sta completamente rompendo questa tendenza, mostrando volumi di tunnel molto, molto grandi", ha spiegato De Toffoli durante il Congresso Scientifico Europlanet di Helsinki.
La caccia alle prove definitive
Per anni i planetologi avevano notato sulla superficie venusiana la presenza di fosse e cavità che lasciavano intuire l'esistenza di strutture sotterranee. Tuttavia, distinguere i segni lasciati da antichi tunnel lavici da quelli prodotti da altri fenomeni geologici, come l'attività tettonica o le faglie attive, rappresentava una sfida considerevole.
Il team italiano ha risolto questo enigma analizzando minuziosamente i dati radar e le mappe topografiche raccolte dalle missioni spaziali precedenti. L'approccio metodico ha permesso di identificare quattro esempi inequivocabili di tunnel lavici, escludendo qualsiasi spiegazione geologica alternativa.
L'impronta digitale dei vulcani venusiani
Gli indizi più convincenti sono emersi studiando come questi crateri e pozzi si allineassero nelle vicinanze dei grandi vulcani venusiani. La disposizione non era casuale: le cavità seguivano precisamente le pendenze più ripide dei fianchi vulcanici, tracciando esattamente il percorso che la lava fusa avrebbe dovuto seguire durante le antiche eruzioni.
Inoltre, il rapporto matematico tra profondità e larghezza di queste strutture corrispondeva perfettamente alle caratteristiche note dei tunnel lavici identificati su altri pianeti. Questa "firma geologica" ha fornito la prova definitiva che gli scienziati cercavano da tempo.
Un mistero che riscrive i manuali
Le dimensioni eccezionali di questi tunnel venusiani, in particolare la loro larghezza straordinaria, suggeriscono che l'ambiente infernale del pianeta influenzi profondamente il comportamento della roccia fusa nel sottosuolo. L'altissima pressione atmosferica sembra provocare un "appiattimento generale dei tubi", come ha osservato De Toffoli, impedendo quel processo di erosione intensiva che normalmente si verifica sul fondo dei condotti lavici di altri mondi.
Questa scoperta apre scenari completamente nuovi per la comprensione dei processi vulcanici in condizioni estreme. Mentre su Terra, Marte e Luna la gravità rappresenta il fattore dominante nel determinare le caratteristiche dei tunnel lavici, su Venere entrano in gioco dinamiche molto più complesse, dove temperatura e pressione assumono ruoli protagonisti nel modellare il paesaggio sotterraneo del pianeta.