Il sistema sanitario italiano si trova nuovamente a fronteggiare la minaccia del virus West Nile, il cui recente incremento dei casi ha causato la prima vittima del 2025 nella provincia di Roma. Nel solo Lazio sono stati confermati sette contagi, spingendo il Ministero della Salute ad attivare il protocollo di emergenza previsto dal Piano Nazionale di Prevenzione 2020-2025. Sebbene l’andamento epidemiologico ricalchi le tendenze degli anni passati, l’allerta delle autorità resta alta per arginare la diffusione di questa malattia trasmessa dalle zanzare.
La minaccia silenziosa delle Flaviviridae
Il virus West Nile appartiene alla famiglia dei Flaviviridae, la stessa che include altri patogeni ben noti alla medicina tropicale. A differenza di molte malattie infettive, non si trasmette per contatto diretto tra persone, ma segue una dinamica più complessa che coinvolge l’intero ecosistema animale. Gli uccelli selvatici fungono da serbatoio naturale, mentre le zanzare del genere Culex agiscono da vettori, trasferendo l’infezione all’uomo attraverso le loro punture.
La distribuzione geografica del virus copre diversi continenti: dall’Africa all’Australia, passando per l’Asia occidentale, l’Europa e le Americhe. Questa ampia diffusione testimonia l’elevata capacità di adattamento del patogeno a ecosistemi e climi differenti, rendendo la sorveglianza epidemiologica un elemento essenziale per la sanità pubblica.
Il decorso clinico: dalla forma asintomatica alle complicanze neurologiche
Maria Rosaria Campitiello, responsabile del Dipartimento di Prevenzione del Ministero, ha dichiarato che "sono state attivate tutte le misure previste dal Piano Nazionale" per fronteggiare l’emergenza. Il periodo di incubazione varia solitamente tra i 2 e i 14 giorni, ma può estendersi fino a 21 nei soggetti immunocompromessi.
La peculiarità del West Nile sta nella sua capacità di rimanere asintomatico nella maggior parte dei casi: circa l’80% degli infetti non manifesta sintomi evidenti, mentre il restante 20% può sviluppare segni clinici di diversa entità. Quando presenti, i sintomi iniziali includono febbre, cefalea, nausea, vomito, linfoadenopatia e rash cutanei, con una durata variabile da pochi giorni a diverse settimane.
L’Istituto Superiore di Sanità segnala che la sintomatologia varia sensibilmente in base all’età. Nei bambini si osserva più spesso una febbre lieve, nei giovani prevalgono febbre mediamente alta, arrossamento oculare, cefalea e dolori muscolari. Gli anziani e i soggetti con patologie preesistenti sono invece più esposti al rischio di complicanze gravi.
Quando l'infezione diventa critica
Le forme più gravi della malattia colpiscono meno dell’1% dei contagiati e si manifestano con febbre alta, forte cefalea, debolezza muscolare, disorientamento e tremori. In alcuni casi si aggiungono disturbi visivi, stato stuporoso e convulsioni, che possono evolvere in paralisi e coma. La complicanza più pericolosa è l’encefalite, con un’incidenza di circa un caso ogni mille infezioni.
Le conseguenze neurologiche possono lasciare danni permanenti, rendendo fondamentale il riconoscimento tempestivo dei sintomi più seri. La diagnosi viene confermata tramite il rilevamento di anticorpi IgM nel sangue o nel liquido cerebrospinale.
Strategie terapeutiche e preventive
In assenza di cure specifiche contro il West Nile, l’approccio medico è limitato al trattamento sintomatico e di supporto. Nella maggior parte dei casi, come indicato dall’ISS, "i sintomi si risolvono spontaneamente in pochi giorni, anche se possono durare settimane". Le forme severe richiedono ospedalizzazione, somministrazione di fluidi per via endovenosa e supporto respiratorio.
La prevenzione resta l’arma più efficace, data la mancanza di un vaccino. Le indicazioni del Ministero della Salute si concentrano sulla protezione individuale: utilizzo di repellenti, indumenti a copertura totale nelle ore di maggiore attività delle zanzare, zanzariere e rimozione dei ristagni d’acqua che favoriscono la riproduzione degli insetti vettori.
Il controllo ambientale riveste un ruolo cruciale nella strategia preventiva e richiede la collaborazione attiva della popolazione. Eliminare sottovasi, contenitori d’acqua per animali e piccole piscine da giardino aiuta a ridurre gli habitat ideali per la proliferazione delle Culex, limitando così il rischio di trasmissione del virus.