Giochi PC

Pride Month, i 10 giochi LGBTQ+ della fascia mainstream maggiormente inclusivi

Il mese di giugno è una buona occasione per riscoprire quali sono i giochi LGBTQ+ dato che, con un’espressione tutta americana, viene definito Pride Month, ovvero il periodo in cui si tengono gli eventi per ricordare i moti di Stonewall del ‘69 a New York che portarono alla nascita del movimento in difesa dei diritti delle persone LGBTQ+.

In questo contesto i media giocano un ruolo fondamentale sia in negativo, nel trasmettere gli stereotipi e i luoghi comuni, sia in positivo, nel rappresentare diritti e le storie di questa comunità favorendone l’inclusione. I videogiochi, ormai arrivati alla loro maturità, possono essere considerati ugualmente importanti anche se, per questioni puramente anagrafiche del mezzo, la rappresentazione diffusa di una parte della comunità attraverso i giochi LGBTQ+ è una “conquista” soltanto recente.

In occasione del Pride Month, vogliamo passare in rassegna alcuni dei giochi LGBQT della fascia mainstream (incluso un indie particolarmente influente) non dimenticando anche i passi falsi come quello di cui vi parleremo a metà di questa lista.

1. The Sims (2000)

Lo sviluppo di The Sims iniziò nel 1993 e non fu di certo semplicissimo. In quel periodo, tra i tanti aspetti di cui il team si trovò a discutere, ci fu anche la possibilità di permettere relazioni tra personaggi dello stesso sesso. Uno dei programmatori, Patrick J. Barrett III, ha spiegato al New Yorker: «Nessun altro gioco aveva permesso fino a quel momento relazioni tra persone dello stesso sesso, o almeno non in maniera così approfondita, e alcuni pensavano che essere i primi in questo campo non sarebbe stata proprio un’ottima idea dato che si trattava di un gioco su cui la stessa EA aveva dubbi a prescindere».

I programmatori studiarono anche un modo per sviluppare l’orientamento sessuale dei Sims in base alle scelte dei giocatori. Barrett decise di implementare un sistema orientato sulle azioni: alcune relazioni sociali venivano classificate nel gioco come “romantiche” e quindi facendo interagire in questo modo i personaggi, il gioco era in grado di identificare il loro orientamento. «In quel periodo, non era considerato “normale” essere gay o lesbiche – spiega Barrett – Alcuni lo vedevano anche come un qualcosa di pericoloso. In The Sims, però, era normale e sicuro essere una persona omosessuale. Era la prima volta che potevamo avere la libertà di vederci rappresentati all’interno di un gioco». Lo scalpore sollevato The Sims alla presentazione dell’E3 1999 fu dovuto anche a un bacio tra due donne finito nella demo mostrata allo show e proprio quest’anno il titolo pubblicato EA ha festeggiato il traguardo dei 20 anni, nel corso dei quali ha introdotto il matrimonio tra persone dello stesso sesso ancora prima che lo facessero le legislazioni di molti Paesi e sono apparsi molti i primi giochi LGBTQ+.

The Sims 4

2. Mass Effect (2007)

Mass Effect fu uno de primi giochi mainstream sviluppati da uno studio occidentale che permise ai giocatori di intraprendere una relazione con personaggio del cast principale o secondario con tanto di scena softcore nelle fasi finali del gioco. Fin dal primo episodio la versione femminile del comandante Shepard poteva intraprendere una relazione con un personaggio dello stesso sesso. Una delle razze aliene principali del mondo di Mass Effect, le Asari, per quanto monosessuale, veniva rappresentata con tratti femminili e questo già dai primi episodi aprì la possibilità a relazioni dello stesso sesso.

Solo nel terzo episodio pubblicato nel 2012 questo sarebbe stato permesso anche alla versione maschile di Shepard, avendo la possibilità di stringere legami anche con Steve Cortez e Kaidan Alenko. Questa tendenza sarebbe stata poi riproposta anche in un’altra serie di Bioware, ovvero Dragon Age, che fin dal suo primo capitolo del 2009 dava la possibilità sia ai personaggi maschili che femminili di intraprendere una relazione con NPC dello stesso sesso, espandendo ulteriormente negli episodi successivi le tematiche legate alla comunità LGBTQ+.

Mass Effect

3. Gone Home (2013)

Attenzione: questa sezione contiene spoiler fondamentali per la trama del gioco.

Appartenente al (controverso) genere dei walking simulator, Gone Home si presenta inizialmente come un horror-thriller per poi rivelarsi un titolo orientato alla narrazione, in particolare delle storie che si riferiscono alla famiglia della protagonista.

Il gioco di The Fullbright Company, che avrebbe fatto scuola tra i giochi LGBTQ+, racconta (tra le altre) la storia della relazione tra la sorella della protagonista e una compagna di scuola e di un coming out non accettato dai genitori. A differenza di altri titoli che trattano tematiche simili, Gone Home è ambientato in un periodo inusuale come la metà degli anni ‘90, tra Street Fighter e musicassette, in cui i diritti della comunità LGBTQ+ cominciavano ad ottenere i primi considerevoli riconoscimenti. Fullbright Company è tornata a trattare tematiche di questo tipo anche in Tacoma, gioco con un focus narrativo e ambientato su una stazione spaziale nella quale la protagonista deve ricostruire le fasi di evacuazione dell’equipaggio. Gone Home è sicuramente uno dei giochi LGBTQ+ degli ultimi anni più influenti sulla scena indie, anche per il modo in cui ha affrontato questo tipo di tematiche. In generale, per i vincoli meno stringenti in fatto di contenuti, la scena indipendente ha potuto sviluppare in maniera più approfondita questo tipo di tematiche contribuendo anche alla loro circolazione in tutta l’industria videoludica.

Gone Home

4. Grand Theft Auto: The Ballad of Gay Tony (2009)

Un vecchio adagio della precedente generazione di console vuole che le due espansioni di GTA IV fossero addirittura superiori al controverso titolo principale. Questione di gusti ma di certo c’è che l’avventura di Luis Fernando Lopez nella vita notturna di Liberty City fosse uno dei contenuti più divertenti apparsi in tutta la serie di Grand Theft Auto grazie alle nuove missioni, alla varietà di armi e veicoli. In maniera inaspettata l’espansione di GTA IV può essere considerata anche tra i giochi LGBTQ+.

Consumatore di droghe, autoproclamatosi l’unico imprenditore della storia di Liberty City ad essere mai riuscito ad avere la proprietà allo stesso tempo dei «migliori club per gay ed etero», Anthony “Gay Tony” Prince sta però vedendo il suo impero scricchiolare sotto il peso dei debiti. Aiutandolo in qualità di guardia del corpo, Luis Lopez si farà strada tra scandali di vario tipo nel sottobosco della vita notturna di Liberty City trovando anche il tempo per frequentare i locali, bere e incontrare ragazze.

GTA 4

5. The Last of Us (2013)

A differenza del seguito, dove la storia d’amore di Ellie sembra ricoprire un ruolo di primo piano nella trama come nei trailer, il primo The Last of Us si può considerare tra i giochi LGBTQ+ rappresentando la comunità in maniera naturale e senza alcun shock value. Come Joel e Ellie, anche Bill è uno dei sopravvissuti al virus, e quando i due protagonisti lo incontrano nel gioco, fa riferimenti sempre più chiari al suo partner Frank che, dopo aver deciso di lasciare il compagno, rimase infettato e decise di togliersi la vita.

Ben altro peso ai fini della serie il legame romantico sviluppato nel primo capitolo tra Ellie e Riley che si incontrano nella zona di quarantena di Boston. La relazione viene approfondita nel DLC Left Behind dove le due ragazze si scambiano anche un bacio portando senza dubbio il titolo di Naughty Dog tra i giochi LGBTQ+. Come raccontato da Neil Druckmann, creative director di Naughty Dog, «introdurre una relazione romantica ha aggiunto un altro sottotesto alle performance e ha permesso alla storia di evolversi andando avanti con il DLC Left Behind. Inoltre volevamo creare bacio sentito/emozionante in un gioco, cosa molto rara» ha concluso il vice presidente del team di sviluppo.

The Last of Us

BONUS: Streets of Rage 3 (1994)

A differenza di altri titoli in questo articolo Streets of Rage 3 è un esempio in negativo di rappresentazione di un personaggio LGBTQ+. Nel primo stage della versione giapponese del picchiaduro, il mini boss di metà livello è Ash, un personaggio caratterizzato da tutti i peggiori stereotipi visivi legati all’omosessualità: è vestito di pelle, corre in maniera caricaturalmente effeminata e quando viene sconfitto lancia un urlo molto acuto.

Per fortuna ai giocatori americani ed europei fu risparmiato tutto ciò e il boss venne direttamente tagliato (insieme a tante altri contenuti) senza essere nemmeno sostituito. Nelle conversioni per PC e console attuali, Ash è ancora presente nella versione giapponese originale Bare Knuckle 3 e con una citazione (è rappresentato all’interno di un poster) in Streets of Rage 4.

Streets of Rage 3

6. Life is Strange (2015)

Se ci fosse un premio per il team di sviluppo più attento ai diritti civili, questo andrebbe a Dontnod Entertainment. Lo studio francese con Life is Strange 2 ha trattato, tra gli altri, i problemi legati alla discriminazione sociale e razziale ma già nel primo episodio aveva affrontato questioni legate al bullismo e all’emarginazione. Nel gioco originale non c’è alcun riferimento esplicito ma la relazione tra la protagonista Max e l’amica Chloe ha sicuramente un sottotesto che lascia pensare in certi momenti a qualcosa di più di un rapporto di amicizia.

È però nel prequel Before The Storm che l’aspetto sentimentale viene esplorato ancora più a fondo raccontando il legame tra la già citata Chloe e Rachel, una studentessa molto popolare e scomparsa in circostanze misteriose. Dontnod intende approfondire ancora di più le tematiche con il suo prossimo titolo della serie di giochi LGBTQ+ dal titolo Tell Me Why che vedrà come protagonisti i gemelli Alyson e Tyler, con quest’ultimo che vuole essere nelle intenzioni degli sviluppatori il primo personaggio giocabile transgender della storia dei videogiochi. La caratterizzazione del personaggio è stata anche realizzata in collaborazione con la Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (GLAAD).

Life is Strange

7. Persona 4 (2006)

Per molto tempo a causa delle differenze culturali, le rappresentazioni di personaggi LGBTQ+ nei giochi giapponesi si sono fermate alle caricature macchiettistiche (gli appassionati di JRPG di nicchia forse ricorderanno i gemelli Magimel di Shadow Hearts: Covenant) ma la serie Atlus ha, fin dagli esordi, sempre avuto personaggi di diverso orientamento sessuale. Il caso di Persona 4 è particolarmente significativo per la complessità dell’argomento sviluppato con uno dei personaggi principali del cast principale, ovvero Kanji Tatsumi.

All’inizio del gioco il personaggio di Persona 3 si comporta come il classico bullo della scuola ma, confrontandosi con la sua versione Shadow, i compagni scopriranno le difficoltà del personaggio nel venire a patti con i suoi dubbi e le paure dovute all’incertezza sul proprio orientamento sessuale rappresentata in maniera distorta da Shadow Kanji. L’identità sessuale di Kanji è stata oggetto di dibattito tra i fan per molto tempo e viene mantenuta in dubbio per tutto il gioco anche quando, ad esempio, il personaggio sviluppa un interesse per Naoko, mentre la ragazza si spaccia per uomo. Al di là di questo, l’aspetto più importante è nel finale quando Kanji arriva a rifiutare gli stereotipi imposti dalla società che per primi hanno causato i dubbi sulla sua sessualità: il ragazzo, alla fine, gestirà con la madre la sartoria di famiglia e accetterà la propria passione per i lavori di maglia che ha tenuto nascosta fino a quel momento.

Persona 4

8. Final Fantasy VII (2020)

Alla vigilia di Final Fantasy VII Remake c’erano molti interrogativi su come Square Enix avrebbe trattato tutta la sequenza dell’Honey Bee Inn che vede il protagonista Cloud vestirsi da donna per entrare nelle grazie del boss di Wall Market, Don Corneo. La scelta definitiva di Square Enix è stata quella di portare sino agli eccessi gli eventi, introducendo anche il personaggio di Andrea Rhodea.

Il risultato è una sequenza leggermente fuori contesto (pensare che Cloud possa improvvisamente partecipare a una coreografia di ballo cozza con il personaggio) ma è chiaro che Square Enix abbia voluto mandare un messaggio molto forte soprattutto con le esplicite parole di Andrea Rhodea nel finale. In uno dei recenti giochi più importanti della società come Final Fantasy XIV, Square Enix ha inoltre mostrato una grande apertura verso i giochi LGBTQ+, comunità di giocatori presso cui la saga di Final Fantasy è sempre stata molto popolare. Il gioco online prevede ad esempio i matrimoni con personaggio dello stesso sesso e tra le richieste dei fan c’è anche quella di rendere gender free i vari equipaggiamenti del gioco.

Final Fantasy VIII remastered

9. Nier: Replicant/Gestalt (2010)

Il primo Nier del 2010 non può essere considerato propriamente tra i giochi LGBTQ+ ma la serie del game designer Yoko Taro ha da sempre al centro delle sue storie i temi legati all’identità, alla realizzazione del sé e alla marginalità. Un percorso non sempre facile soprattutto per i personaggi del primo episodio che di fatto sono considerato dei freaks all’interno del mondo del gioco. Il personaggio di Kainé, ad esempio, è costretto a vivere fuori dal suo villaggio, The Aerie, perché dentro di sé ospita una Shade (entità considerate maligne nel gioco) e fin da bambina è stata emarginata per via del suo essere ermafrodita, decidendo, infine, di abbracciare la sua personalità femminile.

Come spiegato dallo stesso Yoko Taro in un’intervista, uno dei personaggi principali del cast, Emil, è di orientamento omosessuale e ad un certo punto del gioco confessa anche i propri sentimenti per il protagonista Nier (i riferimenti al protagonista del primo gioco si ritroveranno anche in Automata). Il gioco contiene anche altri riferimenti sull’orientamento sessuale di Emil ma nella versione occidentale sono stati tagliati a causa, probabilmente, del riadattamento per il mercato europeo e occidentale in cui Nier è stato trasformato da ragazzo a uomo adulto.

Nier

10. Super Mario Bros. 2 (1988)

Super Mario Bros 2 è sempre stato, per molti versi, l’episodio della serie maggiormente fuori dagli schemi. La versione pubblicata fuori dal Giappone, infatti, fu realizzata modificando un gioco già in sviluppo, ovvero Yume Kōjō: Doki Doki Panic, sostituendone i personaggi con Mario, Luigi, Peach e Toad.

Tra cactus che camminano, Shyguy e Bob-omb c’era anche spazio per Birdo, il boss del primo livello conosciuto anche come Ostro. Il manuale di istruzioni di Super Mario Bros 2 era molto chiaro nel descriverlo: «È convinto di essere una ragazza e lancia uova dalla sua bocca. Preferirebbe essere chiamato Birdetta». Lore ufficiale del gioco? Uno dei giochi LGBTQ+ ante-litteram sfuggito ai controlli di Nintendo? Il mistero dopo 32 anni continua, anche perché nonostante i vari cameo del personaggio in altri giochi, Nintendo ha sempre voluto mantenere l’ambiguità di fondo del personaggio.

Super Mario Bros. 2

The Last of Us 2 è in uscita su PlayStation 4 e potete ordinarlo anche su Amazon.