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Fusione Open Fiber TIM: più che una frenata brusca, uno schianto

Il progetto di fusione tra TIM e Open Fiber sembra essersi schiantato contro un muro di cemento armato. Poche ore fa Open Fiber ha diffuso una nota stampa che sottolinea il lavoro svolto a tre anni dalla sua costituzione, ma anche tutti gli ostacoli che ha posto l’ex-monopolista al suo cammino. La nota divertente è che da mesi la stampa sta facendo filtrare tutte le presunte manovre finanziarie che dovrebbero portare a una fusione tra le due aziende.

Un balletto che a rotazione vede coinvolte Telecom Italia, Cassa Depositi e Prestiti (che detiene il 50% di Open Fiber e il 9,86% di Telecom), fondi internazionali, advisor, banche e altri attori. Senza contare un sotterraneo chiacchiericcio alimentato da insider, esponenti politici e analisti. Fiumi di caratteri e dichiarazioni che poi si incagliano sulle criticità di sempre. La prima riguarda il controllo della nuova società, che Telecom in verità non ha mai considerato oggetto di dibattito. La seconda è legata all’Antitrust. Una catena montuosa che va da Bruxelles a Roma dove bisognerebbe affrontare la questione del rischio monopolio sulla fibra, della tariffazione all’ingrosso e persino del progetto BUL – che vede Open Fiber concessionario per la creazione, gestione e manutenzione della nuova rete pubblica. Cosa direbbero le autorità di un ex-monopolista che acquisisce il suo diretto concorrente e si ritrova in pancia anche la gestione dell’unica rete statale per quasi 20 anni?

La terza infine riguarda la posizione netta del presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, che ancora ieri, durante il convegno 5g Italy, ha ribadito che una fusione con rete unica e controllo Telecom “non è più nel perimetro delle possibilità che le autorità di regolazione possono accettare”. L’unica alternativa sarebbe “una rete unica non verticalmente integrata oppure la competizione infrastrutturale che nel tempo potrebbe rilevarsi non sostenibile e all’avanguardia”. Della stessa opinione l’AD di Enel Francesco Starace, che ha ribadito di non avere fretta a cedere la sua quota.

L’AD di TIM Gubitosi oggi ha risposto che il modello “wholesale only” – quello di Open Fiber, ovvero di operatore all’ingrosso – a livello internazionale si è dimostrato poco efficace. Il tutto condito anche da una battuta sull’architettura dell’avversario, ribattezzata internamente come “Ftn Fiber-To-Nowhere” poiché si stima che la fibra venga portata mediamente a 17 metri dagli edifici senza raggiungere poi gli appartamenti.

“La combinazione di Open Fiber ha senso e andrebbe perseguita ma se questo obiettivo non fosse condiviso sarà comunque Tim a farsi carico di questa sfida”, ha aggiunto. L’intenzione è quello di nuovo piano anti-digital divide in collaborazione con l’ANCI.

Dichiarazioni forti che a stretto giro hanno fatto scattare Open Fiber. “L’ingresso sul mercato di Open Fiber, con l’obiettivo di realizzare una rete nazionale in fibra ottica, in linea con le agende digitali italiana ed europea, ha fin dall’inizio generato un’accesa concorrenza da parte di Telecom Italia, che ha evidente interesse a preservare il valore delle proprie infrastrutture in rame e la sua posizione dominante”, ha tuonato oggi l’azienda.

A oggi sono oltre 130 le città in cui Open Fiber commercializza i propri servizi e circa 6 milioni le famiglie e le imprese che possono già beneficiare di una rete interamente in fibra ottica – molto di più di quanto abbia realizzato chiunque altro –  investendo concretamente alla data odierna oltre 3 miliardi di euro a beneficio del Paese e con l’obiettivo di recuperare lo storico ritardo nello sviluppo delle reti di TLC, che posiziona l’Italia agli ultimi posti delle classifiche internazionali”.

Ripercorrendo la storia dei tre bandi di gara del MISE, poi gestiti da Infratel, OF ha ricordato che TIM non era interessata ad investire. “Dopo aver perso la prima gara, l’incumbent ha deciso per sua libera scelta di non partecipare alle successive. In queste aree sono oltre 2 mila i Comuni in cui i lavori sono stati avviati, circa 450 quelli con i lavori completati e oltre 2 milioni le unità immobiliari connesse, malgrado i 13 ricorsi TIM che hanno bloccato per mesi l’avvio del progetto”, ha aggiunto l’operatore.

“Nella realizzazione di tale opera Open Fiber si attiene alle indicazioni dettate dalle concessioni in merito all’architettura di rete e pertanto le critiche risultano inappropriate e smentite nei fatti dall’efficace attivazione dei clienti.  Un progetto, quello di Open Fiber, per nulla fantasioso, portato avanti da una società che ha oltre 900 dipendenti diretti e che occupa circa 13.000 persone nella realizzazione di questa importante infrastruttura nazionale”.

Infine è giunta l’ultima bordata sul progetto di acquisizione di TIM: “Forse anche al fine di inglobare il pericolo concorrenziale e poter quindi ricostituire un monopolio in capo all’operatore verticalmente integrato, appare un’ulteriore dimostrazione dell’efficacia del modello di business di Open Fiber. Si tratta di una operazione né auspicata dagli altri operatori sul mercato (che si sono espressi chiaramente in materia), né coerente con i principi di concorrenza”.

Insomma la denigrazione del modello wholesale only è stata rispedita al mittente, sottolineando anche che ne sono estimatori sia Bruxelles – con il recente Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche – che AGCOM e AGCM.

“Tale modello inoltre ha riscosso l’approvazione di tutti gli operatori del mercato italiano che hanno sottoscritto accordi con Open Fiber, fatta eccezione di TIM che – pur avendo manifestato l’intenzione di comprare numerose linee da Open Fiber – ancora non ha dato seguito alle sue dichiarazioni”, ha concluso.