Sicurezza

Washington getta la spugna: Assange ha vinto

"Io sono un'autorità su come far pensare la gente", diceva Charles Kane in Quarto Potere di Orson Welles. È in queste parole la chiave di lettura dell'ultimo colpo di scena che contraddistingue l'odissea di Julian Assange. Washington sembrerebbe aver deciso di mollare l'osso. Troppo duro; troppo indigesto. Le conseguenze stampa di questo "pasto nudo" condizionerebbero negativamente il lavoro dell'amministrazione Obama.

Assange è il responsabile del progetto Wikileaks, e della diffusione di documenti e informazioni riservate, ma si è mosso bene. La task forse del Ministero di Giustizia che lavora sul suo caso forse non ha trovato la pistola fumante con le sue impronte. La Procura si è dovuta accontentare del braccio: l'ex militare Bradley Manning condannato a 35 di anni di carcere.

Assange

"Non possono perseguire Assange senza mettere poi sotto processo i giornali che hanno ospitato le notizie", ha spiegato l'ex portavoce del Dipartimento di Giustizia Matthew Miller. "E negli Stati Uniti non si condanna nessuno per aver informato i lettori".

La Casa Bianca oggi non può permettersi una guerra di trincea con la stampa. Non si può sfidare il New York Times e sperare di farla franca. Almeno, non la politica. E non questa amministrazione che si confronta con temi caldissimi, come quello degli abusi della finanza, della riforma sanitaria e di una politica estera sempre a rischio deflagrazione.

Più fonti avrebbero confermato al Washington Post che la nuova linea sarebbe quella di distinguere chi abbia realmente sottratto dati e documenti, da coloro che si sono occupati di diffonderne a mezzo stampa (oppure online) i contenuti. Ne aveva già parlato a inizio novembre il ministro della Giustizia Eric Holder, quasi a marcare la differenza tra Edward Snowden, l'ex specialista della NSA che ha materialmente sottratto informazioni sensibili, e il giornalista Gleen Greenwald che ha fatto esplodere il Datagate sul quotidiano The Guardian.

Oggi Assange è ancora nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra. Sebbene siano passati quasi 17 mesi dal suo ingresso, non pare essere intenzionato ad andar via. L'accusa di stupro che pende in Svezia, a suo parere, continua a essere "una mossa" per stanarlo ed estradarlo negli Stati Uniti.

"Non abbiamo ancora ricevuto alcuna dichiarazione ufficiale e sino ad allora non faremo alcuna mossa. Abbiamo da tempo chiesto agli organi di competenti di informarci sull'inchiesta, sino a questo momento senza alcun risultato", ha sottolineato il suo legale, Barry J. Pollack.

Potere della parola. Detta e non detta.