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Zao, l’app che ci consente di sostituirci agli attori, dimenticando la privacy

Avete sempre sognato che Han Solo avesse la vostra faccia quando uccide Greedo nella taverna di Mos Eisley o quando si vanta di aver coperto la rotta di Kessel “in meno di 12 parsec”? Avreste voluto essere tra i protagonisti di Friends, Lost, The Big Bang Theory o Game Of Thrones? Qualsiasi sia il vostro film o serie TV preferita, oggi esiste un’app che vi consente di farlo: si chiama Zao, è sviluppata in Cina, utilizza tecnologie di face recognition e deep fake e consente di mettere il nostro volto in qualsiasi sequenza vogliamo, per soddisfare il nostro narcisismo, ma a che prezzo?

L’app in pochissimo tempo ha scalato le classifiche di download su iOS ed è scaricabile anche in Italia, benché al momento in cui scriviamo sia disponibile unicamente in cinese. Il suo successo, che ricorda quello di FaceApp con cui ha peraltro dei punti in comune, è stato tale in patria che WeChat ha bloccato la condivisione di immagini per evitare di andare in overload e smettere di funzionare.

Rispetto a FaceApp, Zao dimostra però anzitutto il livello raggiunto, specialmente in Cina, dalle tecnologie di deep fake e riconoscimento facciale, usate ormai anche a livello governativo, ma soprattutto l’estrema disponibilità del consumatore a sacrificare la propria privacy anche per il più effimero dei passatempi, a patto che sia nuovo, emozionante, e gratificante per il proprio ego.

In questo scenario di autogratificazione ludica costante, nessuno si preoccupa però della dimensione legata alla sicurezza e alla privacy. Quando ci fu il boom di FaceApp ad esempio nessuno si è chiesto che fine facessero le proprie immagini, memori de fatto che “se un servizio è gratuito, il prodotto sei tu”. L’app russa infatti, in cambio del nostro effimero momento di visibilità social, chiedeva la cessione dei diritti sulla nostra immagine e lo stesso accade anche per Zao.

Nessuna delle due aziende inoltre, specifica a che scopo questa cessione avvenga. Potrebbero esserci intenti attuali o futuri di sfruttamento commerciale o chissà cos’altro. Anche perché l’app cinese in particolare per assicurare un risultato davvero valido richiede di condividere non solo un selfie, ma quante più brevi clip video sia possibile, in cui si fanno alcune smorfie, tipo sorridere, strizzare l’occhiolino, mostrarsi tristi. Etc. Più clip si caricano, più la “recitazione” sarà credibile.

Ma il problema non è neanche (solo) questo. È che questo meccanismo è alla base di praticamente quasi tutti i servizi che utilizziamo quotidianamente sul Web, soprattutto per quanto riguarda i social network. Tutti ci offrono una vetrina in cui metterci in mostra e in cambio ci chiedono “solo” di fare ciò che meglio credono con i nostri dati. Se Goethe avesse scritto il suo Faust oggi non avrebbe trovato una metafora migliore.

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