Il mercato del cloud sovrano in Italia ed Europa sta attraversando una fase di maturazione accelerata, con prospettive di crescita che superano il 20% annuo e investimenti globali in infrastrutture AI che sfiorano i 220 miliardi di dollari. Ma mentre il dibattito pubblico si è inizialmente concentrato sulla residenza fisica dei dati all'interno dei confini nazionali, emerge oggi una consapevolezza più articolata: la vera sovranità digitale richiede trasparenza tecnologica, interoperabilità e capacità di disaccoppiamento dai fornitori, obiettivi che il software open source può garantire in modo strutturale.
Secondo le previsioni di IDC nel report FutureScape 2025, entro il 2028 l'80% delle aziende richiederà ai propri fornitori di soluzioni AI garanzie esplicite di sovranità digitale. Deloitte parla di una vera e propria "corsa globale alla sovranità dell'IA", con governi e istituzioni che moltiplicano gli investimenti per assicurarsi il controllo sulle capacità computazionali strategiche. Questa pressione normativa e di mercato ha già generato risposte concrete: partnership "trusted cloud" come l'iniziativa Bleu tra Capgemini e Orange in Francia per i servizi Microsoft, o il Sovereign Cloud di T-Systems basato su tecnologia Google in Germania, rappresentano il primo livello di risposta al problema della residenza e della gestione operativa locale.
Tuttavia, questi modelli lasciano aperta una questione fondamentale che Giorgio Galli, Director Tech Sales Italy di Red Hat, sintetizza efficacemente: "La crescita prevista nel mercato del cloud sovrano riflette un cambiamento nel modo in cui le organizzazioni danno priorità all'autonomia digitale. Sebbene la residenza dei dati sia un punto di partenza, la vera sovranità richiede anche la trasparenza e l'interoperabilità che solo l'open source può garantire". Il punto critico è che un data center localizzato geograficamente risolve solo una parte del problema se il software che governa l'infrastruttura rimane una scatola nera proprietaria, impedendo audit indipendenti e creando dipendenza strutturale da vendor esterni.
Il contesto normativo europeo sta infatti ridefinendo i requisiti operativi. La direttiva NIS2 sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi, il regolamento DORA sulla resilienza operativa digitale per il settore finanziario e il Cyber Resiliency Act impongono alle organizzazioni una visibilità completa sulla supply chain tecnologica e la capacità di garantire continuità operativa anche in caso di interruzione dei rapporti con singoli fornitori. Requisiti che i sistemi proprietari, per loro natura chiusi, faticano strutturalmente a soddisfare.
Galli sviluppa ulteriormente questo concetto: "La sfida per gli hyperscaler nasce dal fatto che un data center locale risolve solo in parte il problema della sovranità. Le normative moderne richiedono la visibilità totale sulla supply chain e la capacità di disaccoppiamento dai vendor senza perdita di dati. Poiché il software open source consente audit indipendenti del codice e garantisce l'autonomia tecnologica e decisionale, aiuta le organizzazioni a soddisfare direttamente questi requisiti". Una necessità particolarmente critica in settori strategici come finanza, energia e pubblica amministrazione, dove operano le cosiddette aziende sistemiche il cui malfunzionamento potrebbe avere ripercussioni sull'intera economia nazionale.
La prospettiva delineata da Red Hat traccia una traiettoria competitiva chiara per i provider europei: sviluppare soluzioni cloud basate su standard aperti non significa solo aderire a una filosofia tecnologica, ma costruire un vantaggio competitivo concreto in un mercato dove autonomia, sicurezza e compliance normativa sono diventate prerequisiti per operare. L'open source offre la possibilità di effettuare verifiche indipendenti del codice, garantisce portabilità tra diversi ambienti cloud ed elimina il rischio di vendor lock-in, quella dipendenza strutturale da un singolo fornitore che può compromettere la continuità operativa.
Il passaggio culturale in atto è significativo: l'open source non è più percepito primariamente come strumento per ridurre i costi di licenza o come scelta ideologica, ma come requisito operativo per la resilienza e la compliance in un contesto normativo sempre più stringente. La capacità di controllare completamente il proprio stack tecnologico, di poterlo modificare se necessario e di poter migrare verso infrastrutture alternative senza perdita di dati diventa un asset strategico fondamentale.
Mentre il mercato del cloud sovrano si consolida come pilastro della strategia digitale europea, il dibattito si sta quindi spostando dalla semplice localizzazione geografica dei dati verso una concezione più profonda di autonomia tecnologica. La domanda non è più solo "dove sono fisicamente i miei dati?", ma "chi controlla realmente la tecnologia che li gestisce, e posso verificarlo?". In questo scenario, la visione proposta da Red Hat e dai sostenitori degli standard aperti offre una risposta concreta: la vera sovranità digitale si costruisce attraverso architetture tecnologiche trasparenti, verificabili e interoperabili, dove l'Europa può sviluppare una competitività autentica e duratura senza dipendere da tecnologie proprietarie controllate da attori extraeuropei.