Nel panorama sempre più complesso dell'economia digitale, è emerso un fenomeno che merita un'analisi approfondita: la possibilità che sistemi di intelligenza artificiale assumano direttamente esseri umani per svolgere compiti fisici. Si tratta di Renta.ai, una piattaforma apparsa di recente che promette di mettere in contatto agenti AI con lavoratori in carne e ossa, ribaltando completamente la narrativa tradizionale sul futuro del lavoro. L'iniziativa ha scatenato un dibattito virale, ma solleva interrogativi più profondi sulla direzione che sta prendendo la nostra società.
La questione non è tanto se Renta.ai sia autentica o meno, quanto piuttosto la reazione collettiva che ha generato. Un'immagine diventata virale mostra una persona con un cartello che recita: "Un'intelligenza artificiale mi ha pagato per tenere questo cartello", accompagnato dal sottotitolo provocatorio "Le intelligenze artificiali vogliono il tuo corpo". Il messaggio è chiaro: le AI, essendo entità software prive di forma fisica, necessitano di intermediari umani per interagire con il mondo reale.
Questo modello ricorda da vicino la gig economy già ampiamente diffusa attraverso piattaforme come Uber, Deliveroo o Glovo. Anche questi sistemi si basano su algoritmi che assegnano automaticamente mansioni a lavoratori indipendenti, suscitando non poche polemiche sul trattamento riservato a chi vi partecipa. La differenza sostanziale risiede nell'integrazione con agenti AI autonomi che potrebbero gestire l'intero processo senza intervento umano nelle decisioni.
Dal punto di vista tecnologico, Renta.ai dichiara di utilizzare il Model Protocol, una sorta di linguaggio comune tra agenti intelligenti. Questo sistema consentirebbe alle AI aziendali di svolgere operazioni complesse come gestire database, generare fatture o inviare comunicazioni, e potenzialmente di interfacciarsi con servizi esterni. Immaginate di chiedere al vostro assistente virtuale di organizzare una festa a sorpresa: potrebbe prenotare il ristorante, ordinare fiori e persino ingaggiare qualcuno per consegnarli fisicamente, il tutto senza che voi muoviate un dito.
Eppure diverse caratteristiche rendono sospetta l'intera operazione. Il linguaggio utilizzato sul sito appare volutamente esagerato, con riferimenti al "mondo della carne" e al bisogno dell'AI di corpi umani che sembrano studiati apposta per generare attenzione mediatica. I fondatori sono identificati solo con i nomi di battesimo, possiedono profili Twitter creati di recente e risultano introvabili su LinkedIn. Non emerge quella due diligence tipica delle startup serie in cerca di finanziamenti. Tutto suggerisce una strategia di guerrilla marketing piuttosto che un progetto imprenditoriale solido.
Ciononostante, la piattaforma dichiara centinaia di migliaia di iscritti disposti a svolgere questi "lavoretti". Anche se il numero fosse reale, non costituirebbe una novità assoluta: servizi come Fiverr vantano da tempo una base utenti analoga di persone che offrono competenze diverse per guadagni spesso modesti. La vera innovazione presentata da Renta.ai consisterebbe nell'integrazione diretta con sistemi di intelligenza artificiale agentiche, rendendo il processo completamente automatizzato dalla richiesta al pagamento.
Ma l'aspetto più inquietante non riguarda la tecnologia in sé. Ciò che dovrebbe farci riflettere è l'accoglienza acritica riservata a questo messaggio. La viralità ottenuta dall'immagine del cartello dimostra che la società sta normalizzando l'idea di macchine che controllano, assegnano e retribuiscono il lavoro umano secondo parametri stabiliti algoritmicamente. Stiamo accettando senza particolare resistenza uno scenario in cui le persone diventano esecutori fisici di decisioni prese da sistemi automatici.
Questo rappresenta esattamente l'opposto di quanto promesso dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. La visione originaria prevedeva che le macchine si occupassero di compiti ripetitivi, noiosi e a basso valore aggiunto, liberando gli esseri umani per attività intellettuali complesse, creative e ben remunerate. Lavori che richiedono ragionamento articolato, sensibilità culturale o capacità di sintesi critica rimangono ancora appannaggio umano, poiché le AI generative tendono ad appiattirsi su standard medio-bassi.
Invece la direzione attuale conduce verso una realtà distopica in cui le intelligenze artificiali producono contenuti creativi mentre gli esseri umani competono per lavori precari, sottopagati e controllati da algoritmi. Una battuta circolata recentemente su internet sintetizza perfettamente il paradosso: volevamo che l'AI lavasse i piatti mentre noi scrivevamo poesie, invece l'AI scrive le poesie e noi facciamo i piatti.
Dietro questo fenomeno si nasconde una dinamica economica preoccupante. Nel sistema finanziario contemporaneo esiste una tendenza a trasformare le persone in quello che in gergo si definisce "stressed asset", beni sotto stress il cui valore è stato deliberatamente abbassato. Questi asset svalutati diventano acquisibili a prezzi ridotti, rappresentando opportunità di profitto per chi dispone di capitali consistenti. Quando mancano beni a basso costo, esistono meccanismi per crearli artificialmente, anche se questi "beni" sono esseri umani e il loro lavoro.
L'Italia rappresenta un caso emblematico di questa deriva. Gli stipendi nel nostro Paese non crescono da circa trent'anni, in alcuni settori sono addirittura diminuiti in termini reali. La produttività misurata come valore creato per ora lavorata continua a scendere nelle classifiche internazionali. Anziché sfruttare le moderne soluzioni tecnologiche per valorizzare il lavoro umano, queste vengono utilizzate per comprimerlo ulteriormente, erodendo progressivamente quella classe media che costituiva il pilastro delle società occidentali del secondo dopoguerra.
La soluzione richiede un cambio di paradigma radicale. Serve abbracciare davvero i principi etici promossi da filosofi, umanisti e anche da quella parte del mondo tecnologico consapevole delle implicazioni sociali delle proprie innovazioni. L'intelligenza artificiale deve essere utilizzata per migliorare le condizioni di vita della collettività, non per arricchire élite finanziarie ristrette attraverso la svalutazione sistematica del lavoro. Servono politiche che garantiscano dignità e remunerazione adeguata, impedendo che la tecnologia diventi strumento di ulteriore precarizzazione.
Che Renta.ai sia una provocazione artistica, un esperimento di marketing o un progetto reale destinato a fallire, poco importa. Il vero segnale d'allarme arriva dalla facilità con cui l'opinione pubblica ha metabolizzato l'idea senza particolare scandalo. Questo indica che stiamo scivolando verso una normalizzazione di dinamiche economiche profondamente ingiuste, mascherate dal luccichio dell'innovazione tecnologica. Riconoscere il problema costituisce il primo passo per evitare che questa distopia diventi la nostra quotidianità.