Aprite il vostro client di Steam, o la vostra libreria su Epic Games Store, o la dashboard della vostra console. Fatelo ora, dico sul serio. Scorrete la lista e non fate i furbi, senza fermarvi solo ai "preferiti" o agli "installati di recente".
Scorrete, scorrete... Sono certo che troverete qualcosa che assomigli molto a una specie di cimitero (nel mio caso è così). Centinaia di titoli in grigio, icone spente che non hanno mai visto nemmeno l'opzione per essere installati; giochi comprati durante i saldi invernali del 2014 o del 2018 perché "costavano meno di un caffè". Magari ci sono anche titoli indie presi in un Humble Bundle che ci eravamo ripromessi di provare "appena abbiamo un weekend libero".
Siamo nel 2026 e dobbiamo ammettere di avere un problema: un problema serio, patologico, che sta erodendo il nostro rapporto con il medium che amiamo. Siamo diventati accumulatori seriali digitali. Ecco lo ho scritto.
Il consumismo digitale ci ha trasformati, e ormai dobbiamo ammettere che non siamo più videogiocatori; siamo diventati "compratori di videogiochi". E c'è una differenza abissale tra le due cose.
La dopamina dell'acquisto
Si sa, l'atto di acquistare un videogioco, specialmente durante un saldo, rilascia dopamina. È una scarica immediata e gratificante: vediamo lo sconto del 75% e il cervello calcola il "risparmio" (una fallacia logica, perché stiamo comunque spendendo soldi). Clicchiamo su "aggiungi al carrello" e successivamente su "paga". Fatto. In quel preciso istante, il cervello proietta una fantasia: ci immaginiamo mentre giochiamo a quel titolo, ma la verità è che siamo gratificati dall'idea di possedere quell'esperienza, non tanto di giocarlo. In poche parole... abbiamo comprato il potenziale del divertimento.
Giocare, invece, è... Faticoso. Richiede tempo, energia mentale, coordinazione, apprendimento di nuove meccaniche, immersione emotiva. Dopo una giornata di lavoro o di studio, il nostro cervello stanco spesso rifiuta questo sforzo, un discorso che ho già affrontato in un editoriale su SpazioGames.
Così, ci ritroviamo in questo strano paradosso: l'atto di comprare il gioco ci dà la soddisfazione immediata dell'averlo "conquistato", ma l'atto di giocarlo viene procrastinato all'infinito. Il gioco diventa un oggetto da collezione, un trofeo di caccia appeso al muro, che non ha bisogno di essere consumato per darci quella micro-dose di felicità iniziale.
Il risultato di questo comportamento compulsivo è la svalutazione totale dell'opera. Quando compriamo un gioco a 3 euro, o quando ne accumuliamo cinquanta in un bundle a 15 euro, smettiamo di trattarli come opere d'arte frutto di anni di lavoro e sofferenza di team creativi. Li trattiamo come caramelle sfuse e viene naturale pensare che se un gioco costa come un espresso, ha il valore percepito effettivo proprio di un espresso: lo consumiamo in fretta, o magari lo lasciamo raffreddare e lo buttiamo via senza rimorsi.
La mia libreria Steam conta oltre 1000 titoli in questo momento. Se dedicassi un'ora a ciascuno di essi, mi servirebbero mesi di gioco ininterrotto H24. È matematicamente impossibile che io riesca a giocarli tutti prima di morire. Eppure, continuo a comprarne.
Perché? Perché il videogioco è diventato una "commodity" e ormai ha perso di diventare un evento. Ricordate quando, da ragazzini, compravamo (o ci facevamo regalare) un gioco ogni tre o quattro mesi? Quel gioco veniva sviscerato: leggevamo il manuale, esploravamo ogni angolo, lo finivamo tre volte. Il titolo aveva un valore immenso perché era l'unico che avevamo. Ricordo che conclusi Mass Effect almeno cinque volte all'epoca.
Oggi, l'abbondanza del digitale ha ucciso la meraviglia. La facilità di accesso ha distrutto la profondità della fruizione di qualsiasi esperienza.
Il paradosso della scelta
C'è poi un aspetto psicologico ancora più insidioso: il famoso "paradosso della scelta" teorizzato dallo psicologo Barry Schwartz. Avere troppe opzioni non ci rende più liberi; ci paralizza.
Quante volte ci siamo seduti davanti al PC o alla console con due ore libere, abbiamo aperto la libreria piena di centinaia di giochi e... non abbiamo saputo cosa scegliere? Scorrete la lista. "Questo è troppo lungo, non ho tempo ora". "Questo è troppo difficile, sono stanco". "Questo devo ancora iniziarlo, ma non ricordo i comandi".
Alla fine, passiamo trenta minuti a scorrere le copertine, ci sale l'ansia, chiudiamo tutto e apriamo YouTube o TikTok. Oppure, avviaamo per la millesima volta il vostro "comfort game" (che sia FIFA, LoL o Vampire Survivors), l'unico porto sicuro.
Il "Backlog", la lista dei giochi arretrati, ha smesso di essere una riserva di divertimento ed è diventato una "To-Do List". Guardare quei titoli non giocati genera senso di colpa: "ho speso soldi per quello, dovrei giocarlo". Il divertimento si trasforma in obbligo e non c'è modo più rapido per uccidere la passione che trasformarla in un compito da spuntare su una lista.
Perché compriamo giochi che sappiamo, nel profondo, che non giocheremo? Spesso lo facciamo anche per costruire un'identità. Magari compriamo Elden Ring o Baldur's Gate 3 non perché abbiamo il tempo di giocarli, ma perché vogliamo sentirci il tipo di persona che gioca a quei titoli. Vogliamo appartenere alla tribù dei "Gamer Hardcore" e badate bene, non si tratta di FOMO in questo caso.
Compriamo l'indie artistico e profondo perché vogliamo sentirci intellettuali e raffinati. La nostra libreria Steam non è lo specchio di chi siamo, ma lo specchio di chi vorremmo essere. È come una collezione di maschere. "sono un appassionato di strategia", dico a me stesso mentre compro l'ultimo Civilization, ignorando il fatto che l'ultimo strategico che ho avviato risale al 2012.
Uscire dal labirinto
Possiamo salvarci? Forse. Ma serve un atto di volontà radicale. Serve rieducarci alla gioia di perdersi le cose.
Dobbiamo smettere di comprare giochi "perché costano poco" o "perché un giorno potrebbero servirmi". Dobbiamo tornare a comprare un gioco solo quando abbiamo intenzione di installarlo e avviarlo in quel preciso momento. Dobbiamo imparare a dire di no ai saldi.
Quegli sconti torneranno dopotutto e lo sappiamo benissimo. Il gioco sarà ancora lì tra sei mesi, probabilmente a un prezzo ancora più basso e con più patch. Non c'è urgenza. L'urgenza è artificiale, creata dal marketing per farci aprire il portafoglio.
Ma soprattutto, dobbiamo tornare a rispettare il nostro tempo e l'arte altrui. La prossima volta che il dito tremerà sul tasto "acquista", fermiamoci un secondo, guardiamo il nostro Backlog e pensiamo a quel gioco che abbiamo installato due anni fa e che ci guarda con rimprovero. E facciamo una scelta importante: non compriamo nulla.
Chiudiamo lo store, apriamo la libreria e scegliamo un gioco. Uno solo eh, non trecento... L'importante è iniziare a giocarlo, non per spuntare un titolo dalla lista, ma semplicemente per viverlo. Torniamo a essere giocatori, e smettiamo di essere compratori seriali.