Il recente blocco delle contrattazioni alla Borsa di Chicago ha sollevato il velo su un'infrastruttura invisibile ma vitale per l'economia globale: i data center. Quando il 27 novembre scorso un guasto al sistema di raffreddamento ha messo in ginocchio la piattaforma del CME Group, migliaia di contratti su valute, obbligazioni e materie prime per un valore complessivo di migliaia di miliardi di dollari sono rimasti paralizzati per ore. L'episodio ha evidenziato quanto la nostra civiltà digitale dipenda da componenti tecniche apparentemente banali come i refrigeratori industriali.
La questione del surriscaldamento nei data center non è affatto marginale. Questi enormi edifici sono letteralmente delle fornaci elettroniche: concentrano al loro interno migliaia di server che lavorano ininterrottamente, consumando fino a 50 volte più energia per metro quadro rispetto a un normale palazzo per uffici. La quasi totalità di questa energia si trasforma in calore, proprio come accade con uno smartphone o un computer portatile quando eseguono operazioni complesse, ma su una scala industriale immensamente maggiore.
Il fenomeno si è aggravato negli ultimi anni con l'esplosione dell'intelligenza artificiale. Le centinaia di miliardi di dollari che affluiscono verso questo settore, trasformando aziende come Nvidia nella società quotata più preziosa al mondo, alimentano una corsa a installare sempre più capacità di calcolo. Per i gestori dei data center, la logica è semplice: più server si riescono a stipare in uno spazio, maggiori sono i profitti derivanti dall'affitto di questa potenza computazionale ad altre imprese. Ma questo approccio genera temperature sempre più elevate e difficili da controllare.
Tradizionalmente, il raffreddamento avveniva attraverso sistemi ad aria, analoghi ai condizionatori domestici: ventole spingono aria fredda sui server mentre quella calda viene espulsa dalle sale. Tuttavia, dal 2022 circa, con l'avvento dei data center dedicati all'addestramento di modelli di intelligenza artificiale, si è diffuso il raffreddamento a liquido. Questa tecnologia prevede che liquidi freddi circolino attraverso piastre poste sotto i chip oppure che interi server vengano immersi in vasche riempite di fluidi speciali.
Esistono anche sistemi particolarmente sofisticati che utilizzano liquidi a basso punto di ebollizione, i quali evaporano a contatto con i chip surriscaldati, proprio come il sudore sottrae calore al corpo umano, per poi essere ricondensati e reimmessi nel ciclo. I liquidi possono trasportare quantità di energia termica molto superiori rispetto all'aria in un dato volume, risultando quindi più efficienti. Tuttavia, l'installazione di questi impianti è complessa e costosa, e presenta rischi significativi in caso di perdite o malfunzionamenti che potrebbero danneggiare componenti elettroniche dal valore di milioni.
Una volta che l'aria o il liquido hanno assorbito il calore dai processori, questo viene trasferito a un circuito d'acqua refrigerata che lo convoglia verso torri di raffreddamento o refrigeratori industriali, i quali disperdono il calore nell'ambiente esterno. È proprio questo processo che spiega l'enorme consumo idrico dei data center: le torri evaporano parte dell'acqua per eliminare il calore, sollevando preoccupazioni sempre più pressanti nelle regioni già afflitte da stress idrico.
Nel caso specifico dell'incidente al CME, la piattaforma di trading è ospitata in un campus alla periferia di Chicago, ad Aurora nell'Illinois, gestito da CyrusOne, un operatore acquisito nel 2022 dai fondi di private equity KKR e Global Infrastructure Partners. L'azienda ha comunicato che uno dei suoi impianti refrigeranti ha subito un guasto che ha colpito multiple unità di raffreddamento. La risposta è stata il dispiegamento di equipaggiamenti temporanei per integrare i sistemi permanenti, mentre la temperatura esterna ad Aurora si attestava intorno ai meno 1 grado Celsius.
Sul sito web di CyrusOne si legge che la struttura di Aurora dispone di "tecnologia di raffreddamento avanzata" che sfrutta refrigeratori ad aria e utilizza l'aria esterna naturalmente fredda quando la temperatura scende sotto i -1°C. Il campus dovrebbe inoltre contare su unità di raffreddamento aggiuntive proprio per proteggersi da guasti agli impianti principali, ma rimane poco chiaro se questa ridondanza abbia effettivamente contribuito a limitare i danni durante l'ultimo episodio.
Le conseguenze del surriscaldamento possono essere devastanti: perdita di dati, danneggiamento dei preziosi chip nei server e interruzione dei servizi per i clienti. Episodi recenti hanno dimostrato quanto la società contemporanea sia vulnerabile. Un'importante interruzione nella rete di Cloudflare a novembre ha bloccato l'accesso a piattaforme che vanno da X (ex Twitter) a ChatGPT. Problemi simili hanno coinvolto Amazon Web Services, CrowdStrike e Microsoft, evidenziando come il mondo intero dipenda da un numero ristretto di operatori per rimanere connesso.
Per questo motivo, i data center investono massicciamente in sistemi ridondanti: generatori elettrici supplementari, unità di raffreddamento extra, persino la duplicazione completa dell'intera struttura. Tuttavia, man mano che questi sistemi diventano più complessi per gestire carichi di lavoro sempre più intensi legati all'intelligenza artificiale, paradossalmente diventa più difficile evitare interruzioni. L'incidente di Chicago rappresenta un campanello d'allarme: dietro le promesse dell'economia digitale si nasconde un'infrastruttura fisica fragile, dove un banale guasto meccanico può paralizzare mercati finanziari globali e ricordare brutalmente che anche il cloud, in fondo, poggia su edifici concreti che necessitano di manutenzione costante.