L'intelligenza artificiale si prepara a ridisegnare il mercato del lavoro nel 2026, con un impatto che potrebbe estendersi ben oltre i tradizionali impieghi manuali per investire massicciamente le professioni intellettuali. A lanciare l'allarme è Geoffrey Hinton, pioniere del settore e premio Turing considerato il "padrino dell'intelligenza artificiale", che in un'intervista alla CNN ha dichiarato come le capacità dell'AI siano ormai mature per sostituire "moltissimi posti di lavoro" già nell'arco dei prossimi dodici mesi. Le sue parole arrivano mentre gli economisti prospettano per il 2026 uno scenario di crescita economica senza espansione occupazionale.
Il fenomeno che gli analisti hanno già battezzato "jobless boom" rappresenta una crescita economica disaccoppiata dall'occupazione, dove le aziende aumentano la produttività senza espandere gli organici. Secondo Diane Swonk, chief economist di KPMG, le imprese stanno facendo sempre più affidamento sull'automazione dopo aver ecceduto nelle assunzioni durante la frenesia post-pandemica, ricorrendo ora ad attrito naturale e licenziamenti per riallineare i livelli di personale alla domanda effettiva.
La minaccia si estende ora ai colletti bianchi, con Hinton che sottolinea come l'AI abbia già superato la fase di semplice automazione di mansioni ripetitive nei call center. La tecnologia evolve a ritmi esponenziali: ogni sette mesi circa raddoppia la complessità dei compiti che può gestire, passando da frammenti di codice della durata di un minuto a progetti software che richiedono un'ora di lavoro umano. La proiezione è inquietante: entro pochi anni, l'intelligenza artificiale potrebbe gestire progetti di sviluppo software della durata di mesi, rendendo superflua la maggior parte degli ingegneri informatici.
Il parallelismo storico tracciato da Hinton è quello con la rivoluzione industriale, che rese irrilevante la forza fisica umana nella maggior parte dei mestieri. L'AI minaccia di replicare questo processo con l'intelligenza umana stessa, un cambiamento paradigmatico che solleva interrogativi sulla sostenibilità del modello economico attuale. Particolarmente preoccupante è l'evoluzione delle capacità di ragionamento e inganno dell'AI, secondo lo scienziato informatico, che ammette di essere "più preoccupato" rispetto al passato per la velocità con cui la tecnologia progredisce.
C'è chi dice il contrario
Il quadro che emerge da un'indagine condotta dalla società di consulenza Teneo tra ottobre e novembre scorsi su oltre 350 amministratori delegati di società con fatturato superiore al miliardo di dollari presenta tuttavia sfumature contrastanti. Il 67% dei CEO intervistati prevede che l'AI aumenterà le assunzioni entry-level nel 2026, mentre il 58% pianifica l'aggiunta di ruoli di senior leadership.
L'apparente contraddizione si risolve nella riconfigurazione delle mansioni: le aziende stanno intensificando le assunzioni in posizioni ingegneristiche e focalizzate sull'AI, mentre i ruoli esistenti vengono riprogettati man mano che le attività routinarie si automatizzano.
Ryan Cox, responsabile globale AI di Teneo, sostiene che l'intelligenza artificiale "non stia spazzando via la forza lavoro oggi, ma la stia rimodellando". Una lettura ottimistica che tuttavia non considera appieno le implicazioni di secondo livello: la velocità di riqualificazione necessaria per i lavoratori spiazzati, la concentrazione del potere economico nelle aziende tecnologiche, l'impatto sui sistemi di welfare progettati per economie ad alta occupazione.
Il campione dell'indagine Teneo includeva anche circa 400 investitori istituzionali rappresentanti 19 trilioni di dollari di asset in gestione, evidenziando come i mercati finanziari stiano già prezzando questa transizione. La domanda cruciale rimane se le nuove posizioni create dall'economia dell'AI compenseranno quantitativamente e qualitativamente quelle eliminate, e soprattutto se la transizione avverrà con velocità gestibile per i sistemi sociali ed economici.
La prospettiva di una crescita economica robusta accompagnata da stagnazione o contrazione occupazionale pone interrogativi fondamentali sulla redistribuzione della ricchezza generata dall'automazione. Mentre le aziende ottimizzano i margini attraverso la riduzione dei costi del lavoro, resta da vedere quale modello economico potrà sostenere la domanda aggregata in un'economia dove l'intelligenza umana diventa progressivamente meno rilevante per la produzione di valore. Il 2026 potrebbe rivelarsi l'anno in cui questa tensione diventa insostenibile, o quello in cui emergono nuovi equilibri ancora difficili da immaginare.