Gli utenti europei stanno costruendo mappe dettagliate di alternative locali ai servizi digitali americani. Il fenomeno, analizzato da cybernews.com, nasce dalla necessità di riprendere il controllo sulla propria vita digitale e sui flussi informativi che oggi transitano quasi esclusivamente attraverso server situati oltreoceano. In molti cominciano a vivere con difficoltà l’idea di “cedere” dati a Google, Amazon, Microsoft e così via.
La proliferazione di liste "tech swap" indica una saturazione del mercato dominato da pochi attori, evidenziando una vulnerabilità che è diventata palese quando Microsoft ha ammesso di non poter garantire la protezione assoluta dei dati dalle richieste delle autorità governative americane.
Il passaggio a fornitori europei sembra quindi un tentativo di tutelarsi:la normativa statunitense, attraverso il Cloud Act e la Sezione 702 del FISA, permette alle agenzie di intelligence di accedere alle informazioni gestite da aziende americane, indipendentemente dalla collocazione fisica dei server. Per un'impresa del Vecchio Continente, questo si traduce in un rischio costante di interferenza esterna e in una potenziale violazione delle rigide norme europee sulla privacy, come il GDPR.
Ma è un rischio decisamente remoto: per accedere ai dati serve comunque una situazione di eccezionalità con la richiesta di un giudice. Non è che il primo che passa da un data center AWS può entrare e scaricare i dati dei clienti.
Ed ecco quindi che di recente sono comparse o sono diventate più grandi alcune directory come european-alternatives.eu,, che offrono una panoramica completa sulle soluzioni locali. Per la posta elettronica, i suggerimenti spaziano dai tedeschi Mailbox.org e Posteo alla svizzera Proton Mail, mentre per la ricerca web si punta sulla francese Qwant o sulla tedesca Ecosia. Anche nel settore dei browser, l'Europa risponde con Vivaldi, nato in Norvegia, o Mullvad, che fa della protezione dell'identità il suo pilastro fondamentale.
La sfida si sposta poi sul terreno delle infrastrutture critiche e della collaborazione aziendale. Scaleway, OVHcloud o Aruba si pongono come alternative solide ai servizi di AWS e Google Cloud, mentre piattaforme come Stackfield o Nextcloud offrono strumenti di produttività integrata che non richiedono il trasferimento di metadati sensibili verso gli Stati Uniti. Persino nel settore dell'intelligenza artificiale, realtà come Mistral iniziano a offrire modelli linguistici capaci di competere con le soluzioni di OpenAI, garantendo però una maggiore aderenza ai valori etici e normativi europei.
Sono tutte iniziative meritevoli ma credo che sia importante fare un’affermazione: oggi come oggi non esistono vere alternative agli hyperscaler. Potete usare un software europeo per i vostri documenti, e magari potete trovare un fornitore EU per gestire il vostro database (ma se è NoSQL e non volete usare MongoDB, auguri). Ma se vi serve un provider cloud serio, non avete alternative alle aziende US
Il movimento verso il "go local" è alimentato anche dalle crescenti tensioni geopolitiche. La dipendenza tecnologica è diventata un'arma di pressione economica, e molti analisti vedono nel dominio delle Big Tech una forma di colonialismo digitale che limita la competitività delle PMI europee. In risposta, governi locali come quello dello Schleswig-Holstein hanno avviato programmi massicci di migrazione verso Linux e software open-source, cercando di azzerare i costi di licenza e recuperare l'autonomia decisionale sui propri sistemi IT.
Questa dipendenza è innegabile, e oggi come oggi la maggior parte delle aziende non potrebbe esistere senza i servizi di Microsoft, Google, Amazon Web Services e così via. Tuttavia ha senso ricordare che ci sono anche alcune aziende europee che hanno creato una dipendenza simile: nessuno al mondo può vivere senza i servizi di fornitori come ASML, Nokia, Ericsson o Leonardo.
Il difficile cammino verso l'autonomia strategica
Le istituzioni comunitarie hanno risposto a questa spinta con il lancio del consorzio DC EDIC, uno strumento che mira a creare un ecosistema tecnologico sovrano entro il 2030. L'obiettivo è finanziare progetti infrastrutturali, come quelli legati al cloud sovrano e al quantum computing, per ridurre il divario con gli Stati Uniti. Tuttavia, la strada è in salita: secondo recenti analisi, la sovranità cloud in Europa appare ancora irrealistica nel breve termine a causa della capillarità e della potenza di calcolo degli hyperscaler americani.
Anche volendo mettersi al lavoro oggi, servirebbero miliardi di euro e anni di lavoro. Un tipo di investimento che farebbe impallidire la somma degli gli sforzi fatti per l’Ucraina, per il riarmo e per il PNRR.
Nonostante le difficoltà, gli investimenti non mancano e aziende storiche come SAP investono miliardi per sviluppare soluzioni cloud che rispondano alle esigenze di sicurezza nazionale. Anche in Italia, operatori come Seeweb stanno potenziando le proprie infrastrutture per offrire potenza di calcolo dedicata all'intelligenza artificiale, mantenendo la proprietà del dato saldamente entro i confini nazionali. La sovranità digitale non è più un concetto astratto, ma un obiettivo operativo che richiede una revisione profonda dello stack tecnologico aziendale.
L'entusiasmo per le liste di alternative non deve però nascondere una verità scomoda: la frammentazione rimane il principale nemico dell'Europa. Mentre i giganti americani offrono ecosistemi integrati e senza frizioni, l'utente che sceglie la via europea si trova spesso a dover gestire una molteplicità di account e servizi che faticano a comunicare tra loro. Questa barriera tecnica rischia di confinare le ottime soluzioni locali in una nicchia di utenti esperti, impedendo quel salto di scala necessario per imporsi sul mercato globale.
Il successo di questa transizione dipenderà dalla capacità delle aziende europee di collaborare su standard comuni. Senza un'interoperabilità reale e una facilità d'uso paragonabile a quella dei competitor d'oltreoceano, la sovranità digitale resterà un esercizio di resistenza informatica piuttosto che una vera rivoluzione industriale. La politica deve supportare questo processo non solo con i divieti, ma incentivando la creazione di piattaforme che siano, prima di tutto, tecnologicamente superiori e non solo geograficamente corrette.