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Aquaman: la recensione. Il meglio della DC al cinema… nonostante tutto

La prima cosa di Aquaman che ti fa capire che le carte in tavola sono cambiate nell’universo DC al cinema è qualcosa che, per certi versi, potrebbe sembrare banale, ma che in realtà non lo è: i colori. Aquaman è il primo film di una DC che, ad oggi, ha sguazzato tra le palette più cupe offerte dal cinema, dai neri ai grigi, passando per i rossi sanguigni, i viola dalle sfumature più cupe. Non c’è stato film DC prima di questo che non virasse verso una certa cupezza, secondo quel dogma non scritto per cui i film della “Distinta Concorrenza” devono essere cupi, seri, “per forza maturi”.

Aquaman non è così, e prima ancora di voler essere un film sui supereroi, un film sulla goliardia, o un film sull’essere fichi a tutti i costi, è un film colorato, visivamente pomposo, scenograficamente eclettico, nonostante il 90% della pellicola sia ambientato, come aveva promesso il regista James Wan, nelle acque degli abissi, seppur queste siano ovviamente in gran parte digitali. Poco male.

Che James Wan sia un enfant prodige della pellicola non lo diciamo noi, lo dicono i suoi successi che, pur non avendolo consacrato con chissà quale blasone, hanno permesso al regista di diventare un punto di riferimento del cinema horror (The Conjuring è roba sua), prima, e un più che degno erede di John Woo con Fast e Furious dopo. Non per mere questioni razziali, ma perché come Woo anche Wan cerca nell’azione la “coolness” a tutti i costi, inframezzata da effetti bullet time talvolta del tutto superflui, altre volte decisamente funzionali, ma in ambo i casi “fichi”, appositamente pensati per rendere il protagonista al centro dell’azione un concentrato di potenza e prepotenza.

“potenza e prepotenza” potrebbe, in effetti, essere il sottotitolo di questo film, che nei suoi 143 minuti circa, riesce ad offrire una quantità assurda di situazioni, eventi e location, la cui “compressione” non funziona in tutto e per tutto, ma con un risultato complessivo sicuramente gradevole ed apprezzabile. Il film, per dire, non stanca praticamente mai, e nel suo tripudio di computer grafica, azione e, come detto, colori, offre uno spettacolo a dir poco superlativo dal punto di vista visivo, sebbene la stragrande maggioranza delle soluzioni narrative non siano all’altezza delle aspettative.

La storia, come immaginerete, è quella di Arthur Curry (Jason Momoa), un metaumano per metà sangue atlantideo, per di più di retaggio regale, essendo figlio della Regina Atlanna (Nicole Kidman), scappata sulla terraferma in fuga da un matrimonio combinato. Incontrato il guardiano di un faro, con l’uomo Atlanna intreccerà una lunga storia d’amore, che porterà alla nascita di Arthur, vissuto sulla terraferma con suo padre, e dunque considerato indegno dagli abitanti del mare. Il mare, diviso in sette regni, di cui solo 4 sono ancora in piedi, decide però di riunificarsi sotto un unico impero, e comandato dal fratellastro di Arthur, Orm (Patrick Wilson) spalleggiato da Re Nereus (un inaspettatamente efficace Dolph Lundgren) sferrerà un attacco alla superficie cominciando a gettare le basi per una guerra di conquista. Arthur, supportato dalla bellissima Mera (Amber Heard), promessa sposa di Orm, comincerà quindi la sua avventura per spodestare il fratellsatro dal trono, unica soluzione affinché la guerra finisca e la terra sia salva, partendo alla ricerca di un antico manufatto con cui, pare, potrà essere riconosciuto come vero re delle profondità oceaniche.

La trama di Aquaman, insomma, non è nulla di trascendentale, ed anzi scade spesso in una banalità quasi imbarazzante, specie quando certi cliché cominciano a ripetersi e stiracchiarsi nel corso delle oltre due ore di film, complice un Jason Momoa che, per quanto simpatico, affascinante e “rozzo al punto giusto”, si dimostra ancora una volta un attore di poche parole e non di particolare talento. Quando Momoa fa Momoa, ovvero beve birra, fa lo spaccone e si contrae in espressioni grintose, quasi stesse per partire una Haka prima di ogni scontro, la recitazione funziona bene, complice l’evidente volontà di scrivere un film in cui “Momoa fa Momoa” per gran parte del suo minutaggio. Quando però serve altro, serve un attimo di riflessione, o un po’ di introspezione, l’attore si perde e il personaggio, pur non volendo risultare macchiettistico, finisce irrimediabilmente per esserlo.

Non contribuiscono alla situazione alcune scelte particolarmente infelici, come la stravagante volontà di Wan di proporre diversi cambi di situazione e di scena per mezzo di un’esplosione che, irrompendo a schermo, sancirà la fine delle chiacchiere. Succede nel film almeno 4 volte: due personaggi chiacchierano di qualcosa di importante e poi BOOM, un’esplosione obbliga i presenti a scappare o a tirarsi gli schiaffi. Divertente un paio di volte, ridicolo col procedere del film.

Son dettagli, certo, in un film che riesce ad essere dannatamente divertente e decisamente appetibile per i fan e non. I primi resteranno a dir poco ammaliati dall’iconografia del personaggio, che ripescando dalle origini della Silver Age DC, propone un Aquaman meno regale e più rude e mascolino, come quello inaugurato negli anni ’90 da Peter David, attingendo poi a tutto quello che è l’immaginario iconografico e scenografico di una Atlantide ricca e visivamente potente, con alcune scelte fotografiche e registiche che hanno un impatto davvero molto piacevole sullo spettatore.

I secondi, invece, resteranno certamente affascinati non solo dal lungo viaggio di Arthur e Mera, tra location quanto mai eterogenee, ma anche a continui riferimenti cinematografici appetibili per qualunque fetta di pubblico, che da Star Wars al Signore degli Anelli, passando per Indiana Jones e Guardiani della Galassia, arrivando persino a ricordare, in certi istanti, il Pacific Rim di Del Toro, rendono questo Aquaman un film potenzialmente caotico, e invece inaspettatamente equilibrato. Come se Wan avesse pensato a tutto quello che può piacere al pubblico e lo avesse messo nel film, scollandosi da quella filosofia DC che, almeno fino a Batman V Superman, sembrava intenzionata a fare film ad uso e consumo dei soli lettori dei fumetti. Una filosofia che ha punito in larga misura il cinema DC, e che invece ora si avvicina al modello Marvel, non per il semplice uso e consumo della battuta a tutti i costi, ma per una mera questione di avvicinamento al pubblico.

E così Aquaman, al netto di un mucchio di alti e bassi è il film più riuscito del roster DC. Considerando la sua natura di epopea fantasy con supereroi in maschera, capitanata da un regista tanto caro al genere horror, e con protagonista un attore non proprio versatile in un contesto quasi del tutto sottomarino, il fatto che non sia un fiasco è forse la sorpresa migliore di quest’anno di supereroi al cinema. Non il film migliore, intendiamoci, ma certamente il più sorprendete. A conti fatti è promosso, tanto l’eroe quanto il regista, quasi certamente erede di Snyder alle redini del progetto cinematografico a tema Batman e Co. Col senno di poi diremmo che va decisamente bene così. 

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