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Automobili per creare il Fantastico cinematografico

Nota del curatore. Significato e significante. Non è poi da molto che abbiamo imparato a gestire la separazione tra queste due entità. Possiamo, con un certo azzardo, attribuire a Ferdinand de Saussure – padre della linguistica moderna – il merito di aver compiuto i primi passi, che avrebbero poi portato al fondamentale contributo di Umberto Eco allo studio del linguaggio.

Un atto di separazione la cui rappresentazione più concreta e potente è il famoso quadro di René Magritte. E se la sua pipa non è una pipa (è il disegno di una pipa), allora le auto di cui ci parla Andrea Pomes oggi non sono auto.

E non sono nemmeno disegni. La potenza illimitata del simbolismo trasforma i veicoli in portatori di nuovi significati. Sono significanti che hanno perso, o non hanno mai avuto un loro vero significato. Sono, in effetti, il tipo di arma più amato dallo Narratore: segni che si possono manipolare a piacimento, trasformare in ciò che si desidera.

300px MagrittePipe

Queste auto sono in un certo senso ciò che Noam Chomsky vedeva nella mente del bambino, una lingua ancora non formata in cui tutto è possibile – secondo la sua grammatica generativa, oggi un po’ demodé. Sono spazi neutri che permettono alla nostra mente di costruire nuove architetture, che trasformano la nostra grammatica cognitiva in un’affascinante teoria della pertinenza. E questo le rende forse le auto più belle del mondo.

Valerio Porcu

Non comunicare è impossibile

La comunicazione non è solo verbale, né è una questione esclusivamente di linguaggio. I silenzi di una persona davanti alla tomba di un proprio caro comunicano anche se non c’è un coinvolgimento diretto di altre persone. Anche scelte e azioni possono comunicare. Fare un passo di lato può sembrare un’azione quasi insignificante, ma se la persona sta bloccando una fila di carri armati con quel gesto, c’è in atto una comunicazione molto forte.

Tutto ciò che facciamo parla di noi, della nostra esperienza personale, della società in cui viviamo e della cultura nella quale siamo cresciuti. Senza ne siamo necessariamente consapevoli.

Dato che è quasi impossibile staccarci dal nostro sfondo socio-culturale e personale, tutto quello che l’essere umano crea porta con sé frammenti e riflessi della sua personale esperienza di vita. Ma se la creazione è portata avanti da più persone, come nel caso di un’automobile, ognuno apporterà i suoi personali frammenti di personalità, società e cultura al suo interno. La somma di tutti questi frammenti rendono l’automobile un’espressione della società e della cultura nella quale nasce.

Ma la questione non è sempre così semplice. L’essere umano è capace di caricare o storpiare il significato dietro un segno sulla base di eventi e attraverso la sua esperienza di vita personale ed è così che alcune automobili sono diventate simboli, quasi archetipi.

Mustang 1965

Per esempio: la Ford Mustang nasce per essere una sportiva a basso costo, personalizzabile e divertente. Fu un grandissimo successo, inaspettato. Ora è talmente carica di significato da farvi subito pensare agli Stati Uniti d’America, a Steve McQueen, a cheeseburger e tazzone di caffè americano in diner anni ’50.

FIAT 500

La Fiat 500 nasce per essere un veicolo spartano ed economico per motorizzare il paese. Uno “scooter coperto a quattro ruote”. Ora porta con sé filmati in bianco e nero del miracolo economico italiano, ricordi di una gioventù lontana, di primi approcci al volante o forse anche un sorridente Luigi in Cars.

Ma con gli stessi ingredienti di partenza i risultati possono essere molto diversi. Un veicolo spartano ed economico per motorizzare il paese? La Trabant.

Trabant

Ecco che invece di spensieratezza e boom economico, si evoca l’ombra delle dittature oltre la Cortina di Ferro, delle privazioni e della difficoltà di apportare cambiamenti in un clima di immobilismo totale.

Nessuna di queste auto è nata con lo scopo di trasmettere quegli specifici significati, ma lo sono diventate per come hanno fatto presa nel variegato tessuto socio-culturale umano e per come noi le interpretiamo, basandoci sulle esperienze personali: sono certo che qualche ostalgico, guardando la Trabant vedrà cose diverse rispetto a quello che ho elencato qualche riga fa. Esiste un filtro personale per ognuno di noi, che è il risultato dell’esperienza e della società in cui viviamo, cambia il significato che un’auto porta con sé.

NdC: affidandosi alla semiotica, vediamo nell’auto un significante portatore di svariati significati. Una varianza dettata dai valori di un certo gruppo culturale e dalle esperienze personali in ugual misura – per cui due membri dello stesso gruppo (diciamo due vicini di casa) potranno vedere nella Mustang due significati diametralmente opposti. Nessuno sarà, in effetti, migliore dell’altro in ottica relativistica.

Un’auto, con la sua sola presenza, comunica qualcosa. Ma se un’auto non ha una forte presenza nel tessuto socio culturale umano? O in una parte di esso? Ecco che abbiamo una tela quasi bianca per dipingerci sopra un mondo alternativo. Un’auto che sia un significante vuoto è dunque un’occasione di creatività.

Renault 17

Per chi non l’ha riconosciuta, cosa vi dice? È un’auto. Siamo negli anni ’70 e non è una macchinona americana. Forse europea, forse giapponese. Un po’ generica, un po’ strana. Niente di particolare.

Se in un film ve la presentassi come una scadente coupé costruita in una ex repubblica sovietica del Caucaso e il nostro spione di fama internazionale fosse costretto a guidarla in un inseguimento, potreste credermi. Ricorda qualche abbozzo di coupè progettate nel blocco comunista dalla Škoda ceca o dalla FSO polacca.

skoda rapid
FSO Polonez

In realta, è una Renault 17. Pur non essendo stata una cattiva auto, con buone recensioni dalla stampa e qualche timido risultato sportivo, non ha attecchito particolarmente nel tessuto sociale e culturale dell’Europa e il suo design atipico la rende adatta a rafforzare l’illusione di un mondo simile al nostro ma non proprio identico.

Una serie di sfortunati eventi

Questo meccanismo nel cinema è stato sfruttato in diverse occasioni: prendere un’auto poco conosciuta e sfruttarla per renderla portatrice di un significato nuovo, asservendo il veicolo agli scopi narrativi. Un ottimo esempio è l’auto scelta nel film del 2004 Una serie di sfortunati eventi per il Sig. Poe.

Tatra lemony snickets

Si tratta di una bellissima Tatra 603-2. Il motore V8 è montato posteriormente permettendo l’assenza delle prese d’aria frontali e concedendo una totale libertà di posizionamento dei fanali. Con il suo design influenzato ancora dalle linee streamline tipiche delle Tatra degli anni venti e trenta, rafforza le stranezze del mondo nel quale vivono i poveri fratelli Baudelaire e rispecchia anche il periodo nella quale i nostri personaggi si muovono.

In realtà fu un’auto di rappresentanza per la nomenklatura della Repubblica Cecoslovacca, sviluppata clandestinamente dopo che il lussuoso marchio era stato destinato alla produzione di autocarri e veicoli pesanti. Quando le vetture russe, proposte ai politici Cecoslovacchi, risultarono al di sotto delle aspettative venne dato il benestare al progetto e la vettura vide la luce nel 1955.

Brazil

Rimanendo in tema di governi oppressivi, non possiamo evitare di citare Brazil (1985), di Terry Gilliam e la piccolissima vettura guidata da Sam Lowry.

brazil

Questa tre ruote degli anni ’50 è la Messerschmitt KR200. Quasi la stessa Messerschmitt che solo un decennio prima impensieriva i piloti inglesi sopra la manica. Con le sue forme strane, il retrotreno strettissimo e il tettuccio apribile, sembra una caricatura delle vetture popolari delle dittature del blocco sovietico, rafforzando tanto l’idea di un governo oppressivo quanto le scelte stilistiche classiche del regista Terry Gilliam.

La vettura è figlia del divieto, imposto (anche) alla Messerschmitt, di costruire aeromobili. Ma l’ingegnere aeronautico Fritz Fend propose di costruire una microvettura per sfamare la richiesta di mobilità a basso costo di una Germania piegata dalle devastazioni post belliche. La Kabinenroller (scooter cabinato) fu un buon successo in Germania, e la sua limitata diffusione nel resto del mondo ha permesso di sfruttarla per rafforzare la distopia narrata dal regista.

Gattaca

Saltiamo da una distopia sopra le righe a una più subdola, dove essere nati in modo naturale è un handicap e solo chi ha ricevuto editing genetico può accedere a tutte le possibilità: Gattaca. Qui il regista ha approvato una selezione di automobili particolari che viene usata per confondere un po’ le acque su dove e quando siamo, e lo fa con la coscienza del filtro socio-culturale del suo pubblico.

Abbiamo una Citroen DS nel raro allestimento cabriolet, che, mentre per il pubblico statunitense è una vettura esotica, per un pubblico europeo è più facile da riconoscere. A bilanciarla viene usata una Studebaker Avanti, sconosciuta al pubblico europeo, ma più familiare negli Stati Uniti e per dare un ulteriore pizzico di straniamento viene inserita anche una Rover P6.

citroen DS
Studebaker Avanti
Rover P6

Tutte vetture dello stesso periodo storico e tutte caratterizzate da linee particolari, le vetture trasmettono un senso di inusuale, ma anche di eleganza: una tematica che è costante in tutto il mondo di perfezione (genetica e non) di Gattaca.

Michael Vaillant

Chiudo con un altro ottimo esempio di auto poco conosciuta al pubblico, usata per ricreare un elemento chiave di mondo fittizio. Parliamo del mondo dei fumetti e di Michael Vaillant (Andrenalina Blu. Il fumetto ruota attorno alle avventure del figlio del proprietario del marchio automobilistico Vaillant. Nella trasposizione cinematografica era necessario l’uso delle auto e di auto poco conosciute o camuffate per creare l’illusione dell’esistenza della Vaillant.

pagani zonda

Va bene, l’avete riconosciuta quasi tutti, ma nell’anno di uscita del film (2003) la Pagani aveva solo quattro anni di età e non era ancora così conosciuta. Le linee originali e la colorazione sono state sufficienti a dare credibilità al fittizio marchio francese. Oggi non sarebbe più possibile usare un’auto del genere per creare l’illusione di un mondo alternativo. Ma non è l’unica usata.

Peugeot 206

Anche questa è facilissima e lo è stato anche all’epoca. Per quanto ci sia un minimo di mascheratura nei fanali, è palesemente una Peugeot 206. Vettura che ha venduto tantissimo, con una linea caratteristica e riconoscibile e che tutti, almeno in Europa, hanno visto fino alla nausea.

Hommel Berlinette

Oh! Finalmente vedo facce sperdute e perplesse. Solo pochissimi sono capaci di riconoscerla con un’occhiata. Anche chi è cresciuto a pane e Gran Turismo potrebbero far fatica. È una piccola sportiva francese artigianale, la Hommell Berlinette, che nel film appare in una versione a tiratura limitata, la Vaillant Grand Défi. Prodotta nel 1999, non poteva non essere inserita nel film, in quanto è stata la prima e unica vettura nata espressamente con l’intento di essere una Vaillant. Un grande sogno che si realizza anche per l’autore del fumetto Jean Graton.

Alla fine, che sia una piccola e semisconosciuta coupé artigianale francese, una cabina su tre ruote della Germania post-bellica o una vettura di lusso della Repubblica Cecoslovacca, grazie alle loro forme ideali e alla presenza limitata nel tessuto socio-culturale del mondo, un regista ha avuto una “tela bianca” sul quale dipingere e rafforzare il mondo alternativo del quale aveva una visione.

Vi vengono in mente altri esempi? Mi è sfuggito qualcosa di calzante? Lasciate pure un commento. Sarò contento di scoprire altri mondi alternativi dove le auto sono riuscite a rafforzarne la coerenza.