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Dumbo di Tim Burton, la recensione. I difetti (non sempre) fanno volare

Rifare in live action Dumbo, uno dei più grandi classici Disney, era una scommessa rischiosa. Scommessa che Tim Burton ha deciso di accettare e che purtroppo, lo diciamo subito, non è riuscito a vincere. Peccato, eppure facevamo tutti il tifo per lui, nella speranza che un film apparentemente nelle sue corde fosse un’occasione, l’ultima forse, per rilanciare una carriera ormai in fase discendente dal punto di vista autoriale almeno dal 2008, dopo il magnifico Sweeney Todd. Invece no, il film risulta sin dalle prime battute artificioso prima ancora che artificiale (difficile provare empatia per un elefantino in CGI, nemmeno eccezionale).

Eppure dentro gli ingredienti per il perfetto film di Tim Burton c’erano tutti: il mondo del circo con i suoi personaggi a un tempo stralunati e reietti, “diversi”, i feticci di ieri (Michael Keaton, Danny DeVito, Alan Arkin) e le muse più recenti (Eva Green), le musiche di Danny Elfman, il conflitto tra essere e apparire, la tensione tra individuo e comunità. Ma tutto è stato cucinato senza passione, con Burton che si è limitato al “compitino”, senza mai un fremito vero e, credetemi, mi costa tanto dirlo, da fan del regista.

Con gli occhi dell’adulto…

Il film parte anche bene, con una bella sequenza di apertura sullo scalcagnato circo itinerante dei fratelli Medici – che in realtà nemmeno esistono, limitandosi al solo Max – e una corsa in piano sequenza dei due bambini attraverso il campo brulicante di attività, per andare ad accogliere un padre che torna dalla guerra. Ma già con l’ingresso in scena di Colin Farrell prima e di Danny DeVito poi il tono del film accusa un brusco calo. La recitazione è forzata, sopra le righe, le situazioni meccaniche e mai davvero coinvolgenti.

L’uso eccessivo di una CGI mai così invadente (e inutile) e una scrittura confusa e priva di centro (chi è il protagonista della storia, l’elefantino? I due bambini? Il padre? L’impresario del circo?) fanno purtroppo il resto. Il film trascorre tra un luogo comune e l’altro, spreca malamente la potenzialmente interessante metafora parallela dell’elefantino dalle orecchie sproporzionate e del reduce monco e vedovo e non porta a riflettere mai davvero su qualcuno dei temi che, come in tutti gli ultimi film di Tim Burton, restano sullo sfondo, semplici spunti per far avanzare la trama e mai fulcri di un approfondimento.

Ma del resto cosa ci si poteva attendere da Ehren Kruger, lo sceneggiatore di diversi Transformers e dello scadente adattamento di Ghost In the Shell? La sua sceneggiatura è forse il vero punto debole dell’intero film, la decisione di Disney di affidarla a lui inspiegabile. Tim Burton cerca di fare il possibile, con una regia pulita anche se priva di colpi d’ala, la bella fotografia di Ben Davis (Guardiani della Galassia, Avengers – Age Of Ultron, Doctor Strange, Captain Marvel, ma anche Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) e le scenografie di Rick Heinrichs (Pirati dei Caraibi, Sleepy Hollow, Una Serie di Sfortunati Eventi), ma questa volta il Cinema non riesce a fare il miracolo di trasformare una storia goffa in un film di spessore.

…E con quelli di un bambino

C’è però una considerazione da fare: il live action Disney è un film che si rivolge principalmente ai più giovani e anche se la mancanza di un sottotesto più corposo – presente nei live action meglio riusciti degli ultimi anni come Il Libro della Giungla o Lo Schiaccianoci – potrà deludere i più grandi o gli appassionati di cinema, questo Dumbo non mancherà di piacere ai più piccoli, che magari non hanno visto l’originale del 1941 e se ne infischiano bellamente di cose come sotto testi e sceneggiature.

Pensando al film dal punto di vista di un piccolo spettatore infatti la morale espressa resta valida. L’insegnamento che i nostri difetti possono anche essere i nostri maggiori pregi e che bisogna resistere alle pressioni sociali per affermare la propria individualità, imparando a contare su sé stessi e le proprie abilità e non su supporti esterni che ci danno consolazione ma ci privano della giusta fiducia in noi stessi (la piuma per Dumbo, la chiave per Milly), è infatti sempre positivo e pazienza se le emozioni non sono quelle che ricordiamo da bambini, queste sono indirizzate ai piccoli, nuovi spettatori attuali e saranno sicuramente più che sufficienti. Lo spettacolo per gli occhi messo in scena da Tim Burton e dal cast tecnico e i teneri occhioni blu di Dumbo faranno il resto.

Vi piace la poetica di Tim Burton? Allora dovete recuperarvi Freaks di Tod Browning, un film del 1932 ambientato tra i “mostri” di un circo, in cui ritroverete già tutte le tematiche del cinema di Tim Burton.