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Hercules, il disastro e l’anno sfortunato della Disney

Il 1997 è un anno difficile per la Walt Disney. Jeffrey Katzenberg ha lasciato l’azienda con non poche critiche, soprattutto dopo il non veder riconosciuto il proprio talento e la propria importanza per quello che è stato non solo un fenomeno storico, ma anche un florido periodo economico, ossia quel Rinascimento che aveva risollevato le sorti degli Studios californiani. Non solo, perché a pochi chilometri di distanza sta continuando ad avere successo e riscuotere consensi tra pubblico e critica l’estro di Don Bluth, uscito anch’egli in malo modo dalla Disney anni prima e pronto a lanciare sul mercato il suo Anastasia, un capolavoro dell’animazione che riuscì a sotterrare e superare i lavori di quell’anno arrivati da Burbank. Il 1997 è l’anno di Hercules e inevitabilmente le storie dell’eroe greco non potevano non subirne le conseguenze.

Il successo dopo Aladdin

Era il 1992 quando la premiata coppia Ron Clements e John Musker, reduci dal successo di Aladdin e da tutte le fatiche, iniziano a lavorare ad Hercules. Anche in questo caso, come spesso capitato al duo durante tutti gli anni di lavoro presso la Disney, il pitch originale era per un adattamento dell’Odissea, entrato in produzione poi nell’estate del 1992, quando Aladdin oramai doveva solo spiccare il volo verso il grande schermo. La produzione, però, venne abbandonata in maniera abbastanza rapida a causa della non facile declinazione di tutto il contesto in una commedia animata, a partire dai personaggi centrali. Joe Haidar, animatore che si era preoccupato già di tracciare le prime idee di disegno legate all’Odissea di Omero, suggerì di mantenere comunque la direzione dedicata alla mitologia greca, il che spinse Musker e Clements a pensare a una storia ben più aulica: quella di Ercole.

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Il pitch di Haidar era molto semplice: il protagonista si sarebbe ritrovato coinvolto nella Guerra di Troia, con entrambi gli schieramenti intenzionati a portarlo dalla propria parte. Compiuta una specifica scelta, senza considerare le conseguenze di quanto compiuto, Ercole riesce ad apprendere un’importante lezione di umiltà, capendo che la forza non era la risposta a tutto. Un’idea molto basica, ma funzionale, che in qualche modo spinse Musker e Clements a ragionarci e lavorarci. Nel novembre del 1992, quindi, mentre venivano acclamati dalla folla, dal pubblico e dalla critica per Aladdin, con l’approvazione di Katzenberg, che preferì il progetto di Hercules piuttosto che uno su Don Chischotte o su Il viaggio del mondo in ottanta giorni, i due sceneggiatori iniziarono così a lavorare sulla storia di Ercole e delle sue fatiche.

DeVito e Nicholson per raccontare Ercole

Un anno dopo, nel novembre del 1993, Musker e Clements arrivarono a tracciare i primi comprimari della storia: ci sarebbe stato un personaggio secondario, una spalla, in pieno stile Danny De Vito, una eroina e un potentissimo avversario, così da mettere in campo una battaglia tra idealismo e cinismo. Per Meg il team di ispirò a Barbara Stanwyck, la protagonista di Lady Eva, film del 1941 con Henry Fonda, mentre per Hercules si pensò addirittura di recuperare James Stewart, l’attore feticcio di Alfred Hitchcock. Durante la lavorazione Clements si rese conto che sarebbe stato poco sensato riprodurre l’intera storia di Hercules affidandosi in maniera meticolosa alla mitologia greca, soprattutto nel momento in cui si rese impossibile parlare di rapporti extraconiugali tra Zeus e la madre di Hercules, diversa dalla moglie Era.

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Gli inferi divennero misteriosi e oscuri, ma comunque affascinanti, in contrasto con l’Olimpo, luminoso e raggiante, e il nemico di turno divenne Ade, piuttosto che Era, che nella mitologia greca, dopo aver scoperto dell’esistenza del bambino, cerca in tutti i modi di ucciderlo, tra cui anche l’infilare due serpenti nella stanza in cui dormiva il giovane Ercole insieme a Ificle, suo fratello gemello, ma figlio di altro padre. Sì, ma questa è un’altra storia, molto più lunga. Terminata, in ogni caso, l’intera struttura di base toccò poi a Irene Mecchi, sceneggiatrice americana che si preparava a lavorare a Il Re Leone, Il Gobbo di Notre Dame e in futuro anche a Fantasia 2000, andare a corredare il tutto con umorismo e divertimento.

Le difficoltà produttive

Ci vollero due anni prima di iniziare a lavorare all’animazione di Hercules, quindi all’inizio del 1995 il Classico iniziò a prendere forma. Il team era composto da circa 700 artisti, tra animatori e tecnici, tutti a Burbank, mentre in Francia, negli studi di Walt Disney, si lavorava a circa dieci minuti dell’intera animazione, per l’esattezza alla scena in cui Hercules affronta i Titani e poi discende negli inferi. Gli studi erano d’altronde impegnati in produzioni televisive e parteciparono con poco supporto. Andreas Deja, uno dei supervisori dell’animazione, dichiarò di non aver mai lavorato fino a quel momento con un team così ampio, eppure nel suo portfolio si annoveravano personaggi come Gaston, Jafar e Scar.

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Per realizzare Hercules ci vollero tredici persone e fu il primo protagonista nelle mani di Deja dopo tre antagonisti. Per il personaggio di Ade, invece, sarebbe dovuto intervenire Eric Goldberg, pronto a dar vita a un Jack Nicholson disegnato a mano: l’attore, però, decise dopo poco di non essere più interessato al progetto e fece saltare i piani di Disney, che perse anche l’interesse di Goldberg, che accettò quindi di passare su Filottete, dopo l’approvazione di DeVito a prestarsi per la realizzazione del personaggio. Per Ade, alla fine, si decise di andare su dei concept realizzati da Gerald Scarfe, all’epoca già in rampia di lancio per le grafiche dei Pink Floyd, tra cui anche The Wall.

Il lavoro procedeva regolarmente e dopo l’uscita di Pocahontas e de Il Gobbo di Notre Dame, esattamente un anno prima di Mulan, toccò trovare la finestra di lancio per Hercules. Il cinema d’animazione, però, in quegli anni era in fermento per altri due eventi: il primo rappresentava l’imminente ritorno di Don Bluth al cinema. L’animatore di molti dei film di successo di Walt Disney, tra cui La bella addormentata nel bosco, La spada nella roccia, Robin Hood e Red & Toby, aveva lasciato l’azienda di Los Angeles per concentrarsi su opere completamente sue, arrivando al famosissimo Alla ricerca della valle perduta del 1988 e successivamente a Charlie, anche i cani vanno in paradiso del 1989. Dopo un periodo di film non di primissima fascia e non molto ricordati, nel 1994 Bluth aveva annunciato di essere pronto a tornare con un nuovo film già finanziato dalla Fox, per circa 100 milioni di dollari, con i quali fu possibile costruire un nuovo studio di animazione in Arizona, a Phoenix.

La sfida con Anastasia

L’attesa per Anastasia era altissima e Fox spese 50 milioni di dollari per la campagna pubblicitaria al momento del lancio, con l’obiettivo di esaltare il lavoro di Bluth ma anche di nascondere il più possibile l’operato di Disney. Non servì, perché Anastasia fu un capolavoro anche senza tutti gli sforzi di Fox: Don Bluth portò a casa il suo più grande successo di sempre, con circa 140 milioni di dollari di incassi, oltre il doppio di quanto aveva raccolto con Fievel va in America nel 1986. Il secondo evento, invece, fu proprio l’abbandono di Katzenberg: l’ultimo Classico Disney supervisionato prima della fondazione della DreamWorks fu Il Re Leone nel 1994, del quale non seguì nemmeno la release al cinema. Nel 1998 sarebbe uscito Il Principe d’Egitto, il primo film interamente diretto da Katzenberg, c9e lasciò quindi Hercules solo dopo averne approvato l’idea e senza un briciolo di supporto e di supervisione.

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Hercules uscì nello stesso periodo di Men in Black e Batman e Robin, il presidente della Buena Vista, Dick Cook, incolpò la finestra d’uscita non ottimale per i risultati poco convincenti al botteghino e il film arrivò a fatica ai 58 milioni di dollari nelle prime due settimane, lasso temporale nel quale Pocahontas ne aveva totalizzati 80 e Il Re Leone 120. Le azioni di Disney scesero del 10% di valore, ma il responso nel resto del mondo riuscì a risollevare quantomeno le sorti generali del progetto: alla fine del proprio tour in giro per il globo, Hercules arrivò a 253 milioni di dollari, esattamente nella primavera del 1998, dopo esser rimasto al cinema per quasi sei mesi.

Il buco al botteghino

Superò La Sirenetta di 40 milioni di dollari circa, ma rispetto al quasi miliardo de Il Re Leone, il mezzo miliardo di Aladdin, i 400 milioni de La Bella e la Bestia e gli oltre 300 milioni de Il Gobbo di Notre Dame e di Pocahontas, senza contare che Mulan e Tarzan, negli anni successivi, fecero molto meglio, Hercules fu il film col peggiore incasso degli anni Novanta in casa Disney, per fortuna non in competizione con i miseri 90 milioni di Fantasia 2000. Fu tra l’altro uno dei budget più alti di quel periodo, ben 85 milioni di dollari, il doppio de Il Re Leone e il triplo di Aladdin. La critica lo giudicò come poco ispirato, troppo infantile e incapace di parlare agli adulti come invece avevano fatto i film degli anni precedenti.

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L’unico personaggio che riuscì a conquistare tutti fu Ade, ritenuto da molti la più interessante delle produzioni dopo il Genio di Robin Williams. Le critiche più pesanti arrivarono, però, dal critico  Desson Howe del Washington Post, che distrusse completamente Hercules

“Una delle animazioni più brutte che abbia mai visto, includendo anche i cartoni spazzatura che passano in televisione la domenica mattina. Tebe sembra disegnata in maniera approssimativa come in The Magic School Bus sulla TV pubblica”

L’unico a salvarsi fu il solito Alan Menken, che venne anche candidato agli Oscar: fu l’unica nomination, perché poi non vi furono vittorie, da nessuna parte, se non agli Annie Awards, per la direzione e per l’animazione di Ade. Hercules, però, per quanto ne abbia potuto e voluto dire la critica, resta nel cuore di moltissimi noi ex adolescenti, proprio per la briosità di Ade, un villain ispirato e sempre pronto alla battuta sagace. Per il resto è sotto gli occhi di tutti come molte delle scelte compiute da Musker e Clements furono approssimative, dozzinali e con una storia davvero poco ispirata, se non per la sua moralità a volte spicciola. A conti fatti, però, dinanzi alla nostalgia penso non ci sia critica che tenga, anche per questo Hercules oggi lo rivedremmo senza alcun problema, anche per riascoltare ancora una volta Alex Baroni cantare.