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I have a dream, la rivoluzione di Martin Luther King tra comics e film

Washington, Lincoln Memorial. Siamo in una calda giornata estiva, precisamente il 28 agosto, in un’America che, nel 1963, conosce ancora il razzismo, il Ku Klux Klan, la netta distinzione tra nordisti e sudisti. Il tema era delicato, tanto quanto attuale, rischioso, ma che necessitava una scossa, un messaggio forte e chiaro. Non è facile vendere cara la pelle e sapere di starsi immolando per un obbiettivo comune, ma di vitale importanza. E’ di fronte a questa realtà che si scontra Martin King Jr, meglio noto come Martin Luther King con il suo discorso, passato alla storia con il titolo di I have a dream, pronunciato in occasione della Marcia su Washington per il lavoro e la libertà, nota anche come Grande marcia su Washington.

In occasione della ricorrenza di questo memorabile evento, ripercorriamo non solo il fenomeno sorto dal discorso in questione, ma anche le sue principali influenze nella realizzazione di prodotti culturali, e cultuali, in particolare in ambito fumettistico e cinematografico. In un periodo in cui #blacklivesmatter e #allivesmatter hanno popolato poco tempo fa le bacheche dei social network, le tematiche che andiamo a imbracciare risultano di sicura attualità, sensibilità e interesse.

Non solo dunque canzoni che citano il titolo del discorso, come il famoso brano omonimo degli Abba o una versione ben più recente e dai toni dance di Bakermat, One Day, ma tante altre curiosità da scoprire.

We face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream
It is a dream deeply rooted in the American dream
I have a dream, One day, This nation will rise up and live out the true meaning of its creed
We hold these truths to be self-evident
That all men are created equal

Un sogno imperituro, per cui perire

Simbolo della lotta contro il razzismo negli Stati Uniti, nel periodo della presidenza di John Fitzgerald Kennedy, Martin Luther King era un pastore battista che aveva sfruttato il concetto di “sogno” già in precedenza nei suoi discorsi tenuti a partire dal 1960 fino al 1968, anno del suo assassinio. Il primo di questi discorsi avvenne il 25 settembre di quell’anno, per l’associazione National Association for the Advancement of Colored People (NAACP), uno speech denominato The Negro and the American Dream.

Nel discorso si sottolineava il divario fra il cosiddetto “sogno americano” e la realtà dei fatti, ben diversa, evidenziando come in particolare la supremazia bianca abbia violato questa utopia:

What can the Negro do to continue to remind America of the necessity of realizing its dream?:

1. We must continue courageously to challenge the system of segregation. We must not rest until segregation is removed from every area of our nation’s life. […]

2. We must make full and constructive use of the freedom we already possess. […]

3. […] One of the most significant steps that the Negro can take at this hour is that short walk to the voting booth. I propose that the creative movement that has electrified our nation as a result of the courageous student sit-ins, wade-ins, and kneel-ins will now add the deminsion of stand-ins at places of voter registration. Even in counties of the deep South where resistance is great, Negroes must organize themselves by the hundreds and thousands to stand nonviolently and peacefully for hours in the corridors and on the sidewalks of places of registration. […]

Un altro discorso incentrato sul tema del sogno venne tenuto a Detroit nel giugno 1963, quando marciò lungo Woodward Avenue con Walter Reuther e il reverendo C. L. Franklin, poco prima del discorso I have a dream, non ultimo di una serie di proclamazioni di uguaglianza e di pari opportunità per la comunità di colore.

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Come è nato però questo celebre discorso? Ha avuto varie versioni, diverse fra loro, scritte in periodi altrettanto differenti. Il testo finale è stato ottenuto unendo varie bozze, inizialmente intitolato Normalcy, Never Again. Solo durante l’orazione del discorso, King ebbe l’idea di focalizzarsi proprio sulla frase I have a dream, ispirato anche dalla cantante Mahalia Jackson che continuava a incitarlo, dicendogli «Parla del sogno, Martin!».

I fogli originali vennero dunque accantonati e il pastore cominciò a parlare al popolo a braccio, con spontaneità e improvvisazione, dimostrando che le parole che nascono istintivamente dal cuore, sono quelle che ottengono maggiore efficacia. E non solo nell’immediato.

La trilogia di March

I have a dream è rimasto un momento storico indimenticabile e incancellabile, non solo per il portato e il riflesso socio-culturale ottenuto, ma anche per le diverse produzioni mediali nate proprio da questo contesto particolare e difficile. Partiamo proprio con i fumetti, dove l’esempio lampante è dato da March, un graphic novel suddiviso in tre volumi, la cui uscita ha anche inaugurato in Italia la collana Oscar Ink Mondadori.

March riveste un’importanza enorme, sia nel campo fumettistico, sia a livello di significato intrinseco. Si tratta nientemeno che dell’autobiografia di John Lewis, figura chiave del movimento per i diritti civili del popolo afroamericano, recentemente scomparso. L’uomo è stato anche promotore della lotta non-violenta, oltre che aver ricoperto dal 1986 il ruolo di senatore degli Stati Uniti.

Ricordiamo che Lewis è l’unico superstite dei Big Six, termine con cui vengono indicati i sei attivisti che lottarono a favore dei diritti dei neri americani e dell’America stessa. Sei uomini che parlarono di fronte a 250.000 persone proprio il 28 agosto del 1963, proprio il giorno del “sogno” di King.

Il primo volume della trilogia ripercorre la vita di Lewis, dall’infanzia nell’Alabama degli anni ‘40 fino al 1960. Il graphic novel mostra come il futuro senatore e il movimento furono influenzati da un fumetto di 16 pagine, dal titolo Martin Luther King and the Montgomery Story. Commissionato allo studio di Al Capp nel 1957 dalla Fellowship of Reconciliation (movimento non-violento di ispirazione religiosa), il fumetto racconta il boicottaggio dei bus di Montgomery del 1956 che sancì una delle prime, decisive vittorie per i diritti civili delle persone di colore.

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March riconosce così la potenza del fumetto come mezzo comunicativo e didattico per fasce di popolazione, all’epoca, poco avvezze alla lettura o poco alfabetizzate. Per tradurre la propria esperienza autobiografica in un graphic novel, Lewis si è avvalso della collaborazione di Andrew Aydin e Nate Powell. Non è un caso che il terzo volume sia stato premiato con il National Book Award, nella categoria Young People’s Literature, dedicata alla fiction indirizzata a un pubblico giovanile.

March è un testo potente, sicuramente utile da un punto di vista didattico, oltre che poter essere proposto per un lettore più casual, fondamentale per chi è appassionato di graphic memoir o narrazioni storiche. Una trilogia che fa emergere ancora una volta il problema delle barriere legislative che istituzionalizzano la discriminazione. March si apre con un’immagine di speranza: il giuramento di Barack Obama del 2009. Cosa è cambiato davvero? Cosa ci attende in futuro, alla luce del recente passato?

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Da un balloon a un cartoon

Ci avviciniamo man mano alla produzione cinematografica che ha visto protagonisti gli eventi legati a Martin Luther King passando dal fumetto ai cartoni animati, in particolare ricordando il titolo Our Friend, Martin – Il nostro amico, Martin. Si tratta di un film animato, a scopo educativo, realizzato nel 1999 per divulgare in maniera semplice, diretta e comprensibile ai più piccoli il tema dei diritti civili e della figura di Martin Luther King.

La trama vede due ragazzi, Randy e Miles, che incontrano il pastore visitando il museo dedicato a Martin Luther King Jr, personaggio a cui è dedicata anche la scuola di Miles. Arrivati nella casa di Martin ed entrando nella sua camera da letto, i due, toccando un vecchio guantone da baseball, vengono teletrasportati indietro nel tempo fino al 1941, dove fanno subito la conoscenza di un Martin Luther King Jr dodicenne, mentre gioca con alcuni ragazzi bianchi in un campo.

Nel film assistiamo ai rimproveri delle madri bianche mentre ritrovano i loro figli a giocare con lui, ragazzino di colore, oppure al viaggio su un treno segregato mentre King è di ritorno dagli studi. Egli riflette sulle ingiustizie nei confronti del popolo di colore, per quanto reagire con la violenza alla violenza peggiorerebbe solo le cose. Assistiamo anche al boicottaggio dei bus a Montgomery, dove King, ormai reverendo, suggerisce alla gente di colore di non reagire.

I due ragazzini protagonisti del cartone si ritrovano infine ad assistere alla repressione dei moti di Birmingham del 1963, prima di tornare nel presente come due persone segnate e irrimediabilmente da quanto successo. A seguire, Miles e Randy verranno coinvolti in un nuovo viaggio nel tempo con altri due amici, per arrivare nel bel mezzo della marcia su Washington del 1963 per ascoltare il discorso I have a dream e incontrare anche la loro insegnante Miss Clark, da giovane, che racconta ai ragazzi quanto l’opera di King stia avendo importanza non solo per gli afroamericani, ma per tutti, di qualunque religione, sesso o etnia.

Hollywood va..in nero

Il pezzo forte dei riferimenti nella cultura mediatica è sicuramente fornito da alcuni titoli famosi della produzione cinematografica. Se il tema delle problematiche razziali era cominciato agli inizi del ventesimo secolo con la guerra di secessione in La nascita di una nazione (The Birth of a Nation), la storia moderna ha trovato amplificazione in pellicole recenti, tra cui annoveriamo Forrest GumpMississippi Burning – Le radici dell’odio, o ancora The Help – L’aiuto, Detroit Selma – La strada per la libertà.

Se in Forrest Gump possiamo fare un rapido excursus di anni e anni di storia americana, tra cui spunta anche la scena dedicata al discorso I have a dream, ben diversa è la narrazione che ritroviamo in Mississippi Burning – Le radici dell’odio, film che comincia nel giugno del 1964. Nella notte tra il 21 e il 22 di quel mese, James Earl Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner, tre giovani attivisti per i diritti civili degli afroamericani non fanno ritorno dopo essersi recati nella contea di Jessup, Mississippi, per istruire gli appartenenti alla comunità nera all’iscrizione nei registri elettorali.

I tre erano stati assassinati a colpi di arma da fuoco da alcuni membri del Ku Klux Klan (associazione citata brevemente anche nella recente serie Netflix Hollywood) ed è da questo fatto di cronaca realmente accaduto che parte la pellicola diretta da Alan Parker e interpretata da Gene Hackman, Willem Dafoe e Frances McDormand.

In quegli anni tutto il Sud degli Stati Uniti, tra cui appunto il Mississippi, era segnato da episodi di violenza e terrore. Gli afroamericani, sulla scia delle parole di Martin Luther King, lottavano ovunque per i propri diritti e la propria dignità, cercando di scardinare la divisione razziale che i bianchi davano per necessaria.

Molti hanno criticato la pellicola di Parker per la mancanza di un vero protagonista nero, ma questo non ha impedito a Mississippi Burning di candidarsi in quattro categorie ai Golden Globe e in sette categorie ai premi Oscar, di cui vinse solo quello per la fotografia. Secondo alcuni fu proprio il successo del film che portò il Congresso americano ad approvare nel 1989 una risoluzione che onorasse la memoria dei tre attivisti.

Le stesse tematiche vengono riprese, in modo più o meno simile, nelle pellicole di Selma – La strada per la libertà, un film del 2014 diretto da Ava Duvernay e scritto da Paul Webb che racconta le vicende legate alle marce a Selma e Montgomery del 1965 guidate da Martin Luther King Jr., Hosea Williams e John Lewis. Il ruolo del pastore è qui interpretato da David Oyelowo, mentre Tom Wilkinson veste i panni del presidente Lyndon B. Johnson, Tim Roth nel ruolo di George Wallace, Carmen Ejogo nel ruolo di Coretta Scott King e Common nel ruolo di Bevel.

Parliamo di uno dei film che ha maggiormente raccolto il successo e il consenso unanime della critica, con un voto molto alto grazie all’interpretazione toccante e all’ottima performance di David Oyelowo, consentendo di far emergere tutto il potere e l’energia scaturiti dalle azioni di King, sia nella sua vita, che a posteriori.

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Non è stato da meno The Help – L’aiutostoria basata sull’omonimo romanzo di Kathryn Stockett narranti le vicende di una giovane donna bianca e aspirante giornalista, Eugenia “Skeeter” Phelan e la sua relazione con due cameriere nere, Aibileen Clark e Minny Jackson, durante il Movimento per i Diritti Civili nel 1963 a Jackson, Mississippi.

Nel tentativo di diventare una giornalista e scrittrice, la Skeeter decide di scrivere un libro dal punto di vista delle cameriere, esponendo le situazioni di razzismo che si trovano ad affrontare mentre lavorano per le famiglie bianche. Lavoratori domestici neri negli anni ’60 in America sono stati indicati come “l’aiuto”, da cui il titolo dell’opera.

Non è stata però una pellicola priva di critiche, come quella secondo la quale questa rappresentazione distorce, ignora e banalizza le esperienze dei lavoratori domestici neri. L’ABWH (Association of Black Women Historians) accusò sia il libro che il film di aver ritratto in maniera insensibile gli aspetti più delicati legati al mondo afroamericano, tra cui una rappresentazione degli uomini neri come crudeli o assenti, e un fallimento nel riconoscere le molestie sessuali che molte donne nere subirono nelle case dei loro datori di lavoro bianchi.

La nostra ultima tappa di questo viaggio è Detroit, film approdato su Netflix da pochi mesi senza particolari annunci, che racconta di nuovo il percorso compiuto con l’obbiettivo di ottenere il riconoscimento dei diritti civili della popolazione afroamericana negli States.

Si tratta chiaramente di un percorso impervio e lungo, difficile e tortuoso, durante il quale non manca quel pezzo di Storia qui narrato: la Rivolta di Detroit dell’estate del 1967. Il film recupera l’arresto dei festaioli, la morte della piccola Tanya Blanding, uccisa dai militari perché scambiata erroneamente per un cecchino, portando sullo schermo quel racconto sconvolgente e straziante che lascia allo spettatore la consapevolezza che nulla sia davvero cambiato oggigiorno. Non basta la prima presidenza di un afroamericano, non sono sufficienti gli idoli sportivi afroamericani come Michael Jordan, nell’animo della società americana questi umori velenosi continuano ad agitarsi, senza mai darsi pace. Senza mai dare pace.

“Siamo liberi finalmente” (?)

La risposta, lo sappiamo, purtroppo non è positiva. Lo si evince dagli hashtag citati poc’anzi, la guerra non è finita. Il sogno di King, e come lui di tanti altri, non si è realizzato. Se alcune produzioni come The Help sono state anche attaccate per aver appiattito la storia vera e propria, resta il fatto che queste pellicole siano diventate ciascuna una ennesima, nuova occasione per riprendere in mano le redini delle vicende realmente accadute e riproporle al mondo, per non fare sì che le nuove generazioni dimentichino quanto è accaduto e per cosa ha combattuto King e tanti altri prima e dopo di lui.

Lui aveva un sogno, a noi tocca realizzarlo.

Vi consigliamo di recuperare alcuni titoli citati nel corso dell’articolo, tra cui la trilogia di March, il volume «I have a dream». L’autobiografia del profeta dell’uguaglianza oppure il fumetto Martin Luther King and the Montgomery Story o il bluray di Selma.