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The Last Dance: quando i Chicago Bulls erano divinità

Il mito del basket americano è costellato di leggende immortali, ma su tutte aleggia il mito della formazione di Chicago Bulls che vinse tutto, arrivando sino alla stagione che venne ricordata come The Last Dance. Un gruppo di gladiatori moderni che capeggiati da un condottiero invincibile: Michael Jordan. Parlando di divinità del basket, aprire il discorso con le parole di una delle stelle della pallacanestro americana scomparsa troppo presto è il minimo. Kobe Bryant è il nome che tutti, negli ultimi dieci anni, hanno associato alla NBA, spinto della sua mamba mentality che lo ha portato ad entrare nel pantheon del basket mondiale.

“Chi avrà il coraggio di prendere delle decisioni, diventerà un giocatore…chi saprà prendere quelle giuste, rimarrà leggenda”
Kobe Bryant

Sono parole forti, che segnano il confine tra un buon giocatore e una leggenda. Tra chi si limita a giocare e chi, invece, il gioco lo imbriglia e lo domina, arrivando a trascinare i propri compagni in un’impresa che assume tutti i dogmi del mito. Come fece, insomma, Michael Jordan in quell’ultimo ballo raccontato nella docu-serie di ESPN che in Italia possiamo vedere su Netflix

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The Last Dance, l’ultima impresa degli dei del basket

Nella quotidianità americana, le vittorie sportive sono paragonabili alla mitologia classica, una tradizione di valori e momenti di gloria che ha portato alla celebrazione in grandi film come The Miracle. Se in Italia abbiamo il calcio come massimo esponente dell’agone sportivo, negli States nessuno sport riesce a smuovere la passione come il basket. Forse il football ci arriva vicino, ma nulla scatena la passione come un canestro.

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Un rito collettivo capace di segnare profondamente la vita di uomini predestinati ad entrare nella storia della palla a spicchi, una liturgia sacra in grado di unire intere comunità nel nome di una fede in un gruppo di titani in calzoncini capaci di sfidare la gravità. Esattamente come accadde a Chicago, quando la squadra locale, i Chiacago Bulls, nel 1984 selezionarono al draft una terza scelta, un giovane ragazzone di ‘soli’ 1,98 metri della North Carolina, Michael Jordan.

Inutile negarlo: la vera star di The Last Dance, la docu-serie di ESPN presentata su Netflix, è Air Jordan. Arrivato negli anni ’80 nella Windy City, Jordan era un predestinato, capace nel primo anno con la canotta dei Bulls di mostrarsi da subito come il gioiello che avrebbe consegnato ai Bulls una serie di vittorie che nessuno avrebbe considerato possibile quando quel rookie venne scelto al draft.

The Last Dance, di cui abbiamo sinora visto le prime due delle dieci puntate, è la celebrazione della vita di questa leggenda vivente, ma anche dei compagni che lo aiutarono ad entrare nella storia. Un nome che anche in Italia era amato come pochi altri, al pari degli altri giganti del basket come Magic Johnson, Larry Bird o Kareem-Abdul Jabar. La gente lo adorava, i compagni erano trascinati e i grandi nomi del parquet vedevano in questa giovane promessa il nome che presto avrebbe gettato un’ombra sulle loro stelle. Ma come si è costruito questo incredibile mito?

La risposta è in The Last Dance. Il fulcro della serie è l’ultima stagione della leggendaria formazione dei Chicago Bulls che negli anni ’90 aveva dominato la NBA. Dopo una cavalcata trionfale, i Bulls, conquistato il quinto titolo , devono affrontare nel 1997 una svolta epocale: la dirigenza vuole cambiare la squadra, prima che i giocatori di punta siano troppo vecchi. Parliamo di gente come Jordan, Dennis Rodman e Scott ‘Scottie’ Pippen, nomi che in quegli anni era vere e proprie divinità.

La dirigenza dei Bulls, nella persona del general manager Jeff Krause, era intenzionata a salvare solo Jordan, sacrificando tutti coloro che avevano concorso con lui a creare quella corazzata inaffondabile temuta da tutti. In primis, uno dei principali fautori di questa squadra mitologica, il coach Phil Jackson. Fu proprio lui, come sua tradizione, a coniare il termine che identificò quell’ultima stagione per un gruppo di compagni che avevano raggiunto l’Olimpo del basket: The Last Dance, l’ultimo ballo. Godetevela, per un’ultima volta, più che l’ordine di un coach, il consiglio di amichevole di un mentore.

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Il documentario di ESP è una vera e autentica dichiarazione di amore per il basket. Raccontato su tre piani temporali (presente, 1997 e le origini dei grandi cestisti coinvolti), The Last Dance cerca di narrare l’ultimo anno di una formazione storica senza retorica, esaltando l’ovvia importanza di Michael Jordan senza dimenticarsi che per quanto fosse stato essenziale per i successi dei Chicago Bulls, non avrebbe raggiunto questa fama senza compagni come Scottie Pippen.

Raccontare l’umanità oltre il mito

In The Last Dance si offre una visione onesta e pulita del mito di Jordan e dei suoi Chicago Bulls, ricostruito non solo tramite l’esaltazione del leader indiscusso del gruppo, ma concentrandosi anche su quelle spalle che ne hanno sorretto il peso nei momenti duri. The Last Dance non si fa scrupolo di mettere in chiaro le vicende interne dello spogliatoio dei Bulls, i dissapori e le rivalità raccontate dalle voci di chi aveva preso parte a quegli anni gloriosi. Oppure, raccontare la storia di personaggi come Scottie Pippen, uno dei migliori giocatori ma al contempo uno dei meno pagati, complice un contratto firmato non per diventare milionario ma per prendersi cura della propria famiglia. Che si può essere un dio della palla a spicchi, ma alla fine conta ciò che conta è l’uomo sotto la canotta.

La visione di The Last Dance è un obbligo per tutti coloro che hanno sempre adorato e vissuto il mondo del basket. Rivedere in azione Jordan nei suoi scambi con Pippen, ridere nuovamente alle buttade di un eclettico come Rodman o assistere alla caduta di una squadra leggendaria e alla sua risurrezione per un’ultima scintilla di gloria sono scariche di adrenalina e passione, vissute con intensità e capaci di mostrare anche a chi non ha assistito a quegli anni fenomenali una parentesi di incredibile sport, popolato di uomini incredibili che hanno saputo affrontare e superare i propri limiti per diventare leggenda.

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The Last Dance non è solo una celebrazione di un dream team che ha fatto la storia del basket, ma anche un’esaltazione del lato umano dietro quei giganti inarrivabili. Sentire parlare i giornalisti dell’epoca, uomini divenuti presidenti che raccontano le loro emozioni nel vedere i voli sovrannaturali di Jordan o i ricordi di quei titani, rende The Last Dance una delle migliori odi allo sport, un racconto pulito e appassionato di una leggenda del basket che ha raggiunto l’immortalità.

Potete celebrare il vostro amore per Michael Air Jordan con la bella Funko Pop dedicata alla leggenda dei Chicago Bulls