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Il Signore degli Anelli: le origini dell’ispirazione di Tolkien

Non si può stabilire con facilità dove nacque l’ispirazione di Tolkien per la realizzazione dell’immaginario leggendario racchiuso nelle pagine de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit, ma curiosando con attenzione fra le vita, le passioni e le abitudini del Professore si notano tanti dettagli interessanti. L’ispirazione sa colpire gli scrittori in modi differenti: c’è chi come la Rowling ha immaginato gli scenari e i personaggi più celebri di Harry Potter durante un viaggio in treno da Manchester a Londra, chi come Howard Phillips Lovecraft venne perseguitato da terribili incubi, che lo portarono alla stesura del suo celebre racconto Oltre il muro del sonno, fino ad autori come Stephen King, la cui ispirazione per scrivere L’Acchiappasogni pare sia arrivata dopo essere stato investito.

Tolkien e i suoi personaggi

Per il Professor J. R. R. Tolkien invece è stato diverso: pur parlando di mondi e creature fantastiche, in ciò che scrisse raccontò molto della sua vita, non solo in riferimento ai suoi studi o alle sue passioni, ma anche attraverso piccole cose come l’amore verso i paesaggi bucolici da cui ha immaginato la Contea, il disprezzo nei confronti della guerra e persino piccoli dettagli come il diletto nel fumare la pipa. Ma ogni grande scrittore è anche un grande lettore, e fu fra le sue letture che Tolkien trovò ciò che gli fornì l’ispirazione necessaria per la nascita dell’immaginario leggendario che porta la sua firma.

Il Professore aveva tanti passatempi, non era solo un amante della linguistica e un fervente cattolico, era affascinato dai miti nordici e dalle storie degli eroi scandinavi, e fu proprio grazie a opere come il Beowulf, la Kalevala e l’Edda Poetica che nacquero i maggiori spunti per la stesura delle sue opere più famose.

La Letteratura Fantasy sotto certi aspetti somiglia molto alla Chimica, è qualcosa in cui tutto si trasforma e allo stesso tempo nulla si crea né si distrugge.

L’Anello di Fafnir

Difficile esplorare la cosmologia delle leggende scandinave senza essere colti da una sensazione di de-ju, e il mito che narra la storia di questa creatura ne è l’esempio perfetto.

Così Andvari lanciò una maledizione sull’anello: sarebbe stato la rovina di chiunque lo avesse posseduto.
In seguito, Fáfnir si impadronì di tutto il tesoro di Andvari, anello compreso. Si rinchiuse in una caverna e, trasformatosi in drago, si pose a giacere sull’oro.
Seguirono una serie di complotti e uccisioni per il possesso del tesoro, con conseguente e inevitabile rovina e morte per chiunque ne entrava in possesso, fino al crollo della stirpe dei Völsunghi. L’oro e l’anello vennero a quel punto gettati nel Reno e – dice la leggenda – si trovano ancora là.”

Fafnir era un nano che dopo aver rubato un anello maledetto fu condannato dalla sua avidità a trasformarsi in un mostruoso essere simile a un drago, che trascorse il resto della sua esistenza accasciato a guardia del suo tesoro.
Immediato notare i due personaggi a cui chiaramente si rifà la storia del serpe-drago: Smaug, il malvagio drago antagonista de Lo Hobbit, e Gollum, figura chiave all’interno de Il Signore degli Anelli.

L’Anello Andvaruntr – dal nome di colui che lo forgiò, Andvari – pur conservando notevoli differenze è un evidente precursore dell’Unico Anello che logorò la mente di Smeagòl come quella del nano, che per ottenere l’anello assassinò il padre Hreiomarr esattamente come Sméagol uccise il cugino Déagon per prendere il “tessoro”. Il manufatto porterà entrambi prima alla pazzia, poi a un’inevitabile e orribile trasformazione del loro stesso corpo. L’Anello di Andvari si smarrì poi nel Reno, proprio come l’Unico fu custodito dalle acque del fiume Anduin per due millenni.

Ciò che colpisce nelle similitudini tra questi tre personaggi non è tanto la visione di Smaug rannicchiato sul suo oro quasi a ricordare Fafnir, o il malsano legame instaurato da quest’ultimo con l’Anello, proprio come nel caso di Gollum, ma la psicologia che c’è dietro le loro azioni.
La cupidigia e la brama di tesori preziosi sono un elemento ricorrente nelle opere di Tolkien, da sempre avverso al sentimento di avidità che caratterizza gli uomini. L’ispirazione di Tolkien fu pesantemente influenzata dalle convinzioni fermamente osservate dall’autore.

L’Inghilterra di Mezzo

C’è molto del paese in cui il Professore è cresciuto nei paesaggi descritti nelle sue opere. Si potrebbe riflettere a lungo su quali di questi riferimenti siano stati aggiunti volutamente o semplicemente trascritti con un riflesso involontario.

È ben noto quanto Tolkien amasse la campagna inglese e di come le sue atmosfere tranquille e bucoliche si siano riflesse sulla creazione della Contea, che coi suoi panorami composti da tante piccole colline, campi circondati da fossi d’irrigazione e pub sparsi un po’ ovunque ricorda molto uno scenario paesano britannico. Il Professore crebbe a Sarehole, piccolo villaggio circondato dalla quiete e da un bosco, Moseley Bog, che ha ispirato la dimora di Tom Bombadil.

Tuttavia si tende a dimenticare come i suoi primi anni di vita li abbia trascorsi in Sudafrica, a Bloemfontein, una zona senza dubbio suggestiva, circondata da montagne alte tremila o quattromila metri che possono averlo influenzato nella realizzazione di molteplici suoi paesaggi. L’origine delle Due Torri, invece, viene dalla città di Birmingham, con la Waterworks Tower e la Perrots Folly, due strutture vicine alte circa trenta metri. Pare poi che Tolkien abbia preso spunto dagli enormi Pinus Nigra del Giardino Botanico di Oxford per dar vita agli Ent, i custodi della foresta.

Il Professore in un certo senso non creò un mondo dal nulla, si limitò a riadattare con l’aggiunta di determinati simbolismi e riferimenti ciò che aveva potuto ammirare nella sua crescita. Tutti questi luoghi sono in qualche modo collegati a tappe importanti della vita dello scrittore. Pare addirittura che il Castello di Warwick, dove si sposò con Edith Bratt, fu per Tolkien d’ispirazione per la nascita di Edoras, la capitale delle terre di Rohan.

Gli Alter-Ego di Gandalf nell’arte e nel folklore

Osservare lo Stregone Bianco di Tolkien nel suo aspetto così pittoresco, con la sua lunga barba, il bastone e il mantello, non possono che balenare nella mente immagini di diverse figure del mito che possono aver ispirato il Professore nella creazione di quello che poi diventò uno dei suoi personaggi più celebri, se non il più celebre.

A detta del suo biografo Humphey Carpenter la cosiddetta “ispirazione per Gandalf” – così scritto su una cartolina illustrata – nacque da un dipinto del pittore tedesco Josef Madlener intitolato Der Berggeist, in cui vi è raffigurato un vecchio con una lunga barba bianca seduto su una roccia, provvisto di un cappello a tesa larga e di un lungo mantello.

L’origine del nome è invece da ricercare nella Voluspa, il primo e più celebre poema dell’Edda, nel personaggio di un Re Nano conosciuto come Gàndalfr, che in norreno significa “elfo incantatore”. Fu solo uno dei tanti nomi di Nani apparsi nella Voluspa riadattati da Tolkien per i suoi personaggi.

Gandalf, Odino e Väinämöinen
Gandalf ispirazioni

Altre versioni accostano Gandalf a uno dei capostipiti del folklore finlandese, Väinämöinen, eroe della Kalevala e stregone nato già anziano al momento della creazione della Finlandia. Questa caratteristica richiama le primissime righe del Silmarillion.

Esisteva Eru, l’Unico, che in Arda è chiamato Ilùvatar; ed egli creò per primi gli Ainur, Coloro che sono santi, progenie del proprio pensiero, ed essi erano con lui prima che ogni altra cosa fosse creata.”

In particolare nel Settimo Runo della Kalevala vi è un episodio molto significativo che ricorda diverse scene delle opere di Tolkien, che racconta di come il saggio Väinämöinen, ferito e morente in mare, venne salvato dal provvidenziale arrivo di una gigantesca aquila tanto simile a Gwahir, la grande aquila alleata di Gandalf che lo trasse in salvo dalla Torre di Orthanc e da uno dei monti di Moria, e successivamente partecipò al salvataggio di Frodo e Sam dall’implosione del Monte Fato.

Sono presenti poi molte interpretazioni che vedono in Gandalf una rielaborazione della figura centrale della mitologia nordica: Odino. Per inteso Odino nella sua forma di viandante, un vagabondo dalla barba bianca saggio e potente, che tuttavia si regge su un bastone, dettaglio che il Professore confermò in una delle tante lettere al figlio inviate nel 1946.

Edith Bratt e il parallelismo con l’amore nelle opere di Tolkien

Non è strano lasciarsi scappare un sorriso nel leggere della travagliata storia d’amore tra il Professore e la sua futura sposa Edith Bratt; una storia che incuriosisce anche per le similitudini con le due coppie più famose delle opere di Tolkien: Aragorn e Arwen e, in particolare, Beren e Lùthien.

Non è un mistero che i nomi di questi ultimi, protagonisti dell’opera da cui prendono il nome, siano incisi rispettivamente sulle lapidi del Professore e di sua moglie, e osservando in profondità la loro storia si possono notare le varie somiglianze fra il loro amore e le due coppie create dallo scrittore.

John Ronald Reuel Tolkien conobbe Edith Bratt a soli 16 anni, nel 1908, e nonostante i due si innamorarono subito dovettero fare i conti con l’opposizione del tutore del ragazzo, Padre Morgan, che gli proibì di avere contatti con lei fino al compimento di 21 anni.

Ho dovuto scegliere fra disobbedire e soffrire o ingannare un tutore che era stato un padre per me, molto più che la maggior parte dei padri. La storia d’amore rimase sospesa sino a quando non ebbi 21 anni. Non rimpiango la mia decisione, anche se fu molto dura. Ma non fu colpa mia. Lei era completamente libera e non aveva voti nei miei confronti, non avrei potuto che lamentarmi con me stesso se si fosse sposata con qualcun altro. Per quasi tre anni non le scrissi. Gli effetti negli studi non furono del tutto positivi, infatti durante il primo periodo caddi in preda a un’insana follia e al lassismo, sprecando buona parte del primo anno di college.”

J.R.R. Tolkien e Edith Bratt

Proprio come la storia fra un uomo e un’elfa, il loro era un matrimonio che andava contro le convenzioni sociali dell’epoca, soprattutto considerando che lei era più vecchia di tre anni, caratteristica rarissima per le coppie di quei tempi.
Inoltre John e Edith provenivano da due correnti spirituali differenti, infatti lei si convertì da protestante a cattolica arrecandosi non pochi problemi, dal momento che i “papisti” – l’espressione usata con disprezzo per additare i cattolici – non erano affatto benvisti in certi ambienti, e per questo venne cacciata di casa. Così Edith rinunciò al retaggio della sua famiglia proprio come Arwen e Lùthien rinunciarono all’immortalità per i loro amati.

Tolkien esprimette sempre ammirazione verso quella donna che, pur essendo già promessa a un altro, ebbe il coraggio di lasciar perdere una vita di agi per “sposare un uomo senza lavoro, pochi soldi e senza prospettive – come si definì lo stesso Tolkien – , a parte l’alta probabilità di essere ucciso durante la Grande Guerra”. Ovviamente le cose non andarono così, e ancora oggi John e Edith sono sepolti l’uno accanto all’altra al cimitero di Wolvercote, vicino a Oxford.

La connessione fra le battaglie di Arda e la Grande Guerra

La Prima Guerra Mondiale sotto vari aspetti rivive nelle pagine de Il Signore degli Anelli.

A questo proposito l’ispirazione di Tolkien si discostò parecchio dai modus operandi degli scrittori e poeti suoi contemporanei decidendo di non raccontare direttamente la sua esperienza dietro le trincee, ma di dare un’idea ai lettori degli scenari terrificanti a cui avesse assistito attraverso una serie di immagini evocative, che mirano a trasmettere le stesse sensazioni provate dall’autore.
Lo smarrimento della Compagnia provocato nell’osservare il baratro in cui era appena precipitato Gandalf, la disperazione unita alla rassegnazione di Frodo e Sam, costretti a rifugiarsi in un cratere per ripararsi delle esplosioni attorno a loro, il tutto unito alle innumerevoli scene di battaglia e morte che avvengono sotto gli occhi stupiti e terrorizzati dei protagonisti.

Per non parlare delle Paludi Morte, una scena che nella sua terrificante quietezza resta dopo anni una delle sequenze più impressionati sia dell’opera letteraria che di quella cinematografica firmata da Peter Jackson. Diverse fonti affermano come Tolkien avesse scelto di ricreare nelle paludi le drammatiche conseguenze della Battaglia della Somme.

Le Paludi Morte

Tolkien in Hobbit come Frodo e Samwise Gamgee vedeva il “soldato britannico”, quello costretto ad abbandonare la sua amata Contea, il cibo, i luoghi tranquilli e bucolici per affrontare una minaccia lontana, certo, ma che prima o poi sarebbe arrivata; un soldato vittima della guerra e di coloro che l’avevano scatenata proprio come il Professore, costretto lontano da casa e dalla sua amata Edith.
Qualcuno che non voleva uccidere, ma che per necessità si era ritrovato a combattere, che vedeva le armi e la tecnologia bellica con lo stesso stupore e terrore di Sam quando scorse per la prima volta un Olifante, che osservava i cadaveri dei caduti nella medesima maniera in cui poi li avrebbe descritti attraverso gli occhi del giovane Hobbit.

Era per Sam la prima immagine di una battaglia e non gli piacque… Avrebbe voluto sapere da dove veniva e come si chiamava quell’uomo, se era davvero d’animo malvagio, o se non erano state piuttosto menzogne e minacce a costringerlo ad una lunga marcia lontano da casa; se non avrebbe invece preferito restarsene lì in pace…”

Il Professore non disprezzava solo la guerra in sé, ma specialmente la propaganda animata – secondo lui – da un falso patriottismo che aveva come obbiettivo spingere più giovani possibile all’arruolamento, esaltando le conquiste dell’impero britannico e le imprese in guerra, quando in realtà secondo lui si trattava di mascherare con dell’orgoglio illusorio quella che fu in realtà una carneficina di giovani, mandati a morire come bestiame.
Tolkien perse due carissimi amici in guerra, Geoffrey Smith e Robert Gilson, con i quali faceva parte dello stesso circolo letterario, una vera e propria Compagnia che anche durante la parantesi bellica continuava a tenersi in contatto. Smith scrisse a Tolkien una lettera che parve quasi un lascito testamentario, in cui gli raccomandò, nel caso loro fossero caduti, di portare avanti gli ideali del gruppo.
In questa promessa molti vi vedono il momento in cui Boromir, in punto di morte, implora Aragorn di proteggere la gente di Minas Tirith al posto suo.

Tolkien

La verità è che si potrebbe parlare per ore dell’ispirazione di Tolkien e di cosa, fra studi, interessi, esperienze tragiche o positive, abbia contribuito a dar forma ai contenuti delle sue opere.
Ciò che resta nella mente di un appassionato è solo un immaginario mitico, a cui va il grande merito di aver portato alle stelle la popolarità del genere fantasy nel mondo, così come dei miti e delle leggende da cui ha preso spunto.
J. R. R. Tolkien non è stato uno stregone, né uno fra tanti eroi e dei a cui si è ispirato per creare i suoi avventurieri, ma una magia si può affermare con certezza che l’abbia compiuta: spingere intere generazioni a scoprire il piacere della lettura.