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Kingdom: su Netflix l’orrore parla coreano

Pur essendo presente sia nella letteratura sia nella cinematografia già dagli anni ’30, quello degli zombie è un genere che ha visto esplodere il proprio successo sul piccolo schermo negli anni 2000, soprattutto con l’avvento della serie tv The Walking Dead. Da lì in poi è stato un susseguirsi di produzioni più o meno rilevanti, ma alcune delle migliori sono passate in sordina. Questo è il caso di Kingdom, la seconda produzione coreana originale di Netflix. La serie si snoda in due stagioni da sei episodi di un’ora circa l’uno, che risultano appassionanti e con tempi narrativi ben scanditi.

Storia di un’epidemia

La serie televisiva è ambientata nel medioevo coreano, cioè il periodo Joseon. Data la presenza della polvere da sparo (ma non del suo largo utilizzo) possiamo collocare le vicende nell’ultimo secolo dell’omonima dinastia, tra il 1800 e il 1900 circa.

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Mentre una diceria sulla morte del Re malato comincia a serpeggiare nel regno, sembra che una strana piaga si stia abbattendo sul popolo. Il principe ereditario Lee Chang, figlio di una delle concubine del Re, cerca di indagare sulla presunta morte del padre, ma viene ostacolato dalla giovane Regina Cho. Accusato di tradimento e cospirazione contro la Corona, il principe decide quindi di partire assieme alla propria guardia reale per scoprire qualcosa su questa malattia sconosciuta. Arrivato nel villaggio-clinica del medico che ha curato il Re, Lee Chang incontra Seo-bi e Yeong-shi, rispettivamente una meticolosa infermiera e un misterioso aiutante del dottor Lee Seung-hui. Assieme a loro, intraprende un viaggio per la ricerca della verità sulla morte del proprio padre e su come combattere la piaga che si è abbattuta sul regno.

Kingdom: dal manwha a Netflix

Nonostante Kingdom abbia molti punti in comune con diverse produzioni del genere zombie, gli intrighi politici, le dinamiche reali e i problemi quotidiani la rendono molto più che una semplice serie sui morti viventi. Ogni aspetto è stato curato nel dettaglio, basti anche solo pensare all’introduzione, che risulta essere estremamente elegante e molto lontana dal gore di presentazione a cui siamo abituati.

Le musiche incorniciano perfettamente le varie scene, immergendo totalmente lo spettatore nel medioevo coreano. La mancanza del doppiaggio avrebbe potuto penalizzare la serie, ma la visione in lingua originale non fa che enfatizzare la bellezza della storia raccontata, mentre la musicalità della lingua viene usata sapientemente dagli interpreti, per dare importanza anche agli stessi personaggi.

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Basandosi sul manwha (cioè manga coreano) The Kingdom of the Gods di In-Wan Youn, la serie riesce a catturarne tutte le particolarità, modellandole al meglio per il pubblico del piccolo schermo. Se la storia del manwha condensa e dilata gli avvenimenti in maniera repentina e quasi fastidiosa, in Kingdom abbiamo uno scorrimento molto più fluido e coinvolgente, che non annoia mai lo spettatore, ma anzi lo invoglia a proseguire nella visione delle puntate.

Le tecniche dietro lo schermo

Kingdom riesce a distinguersi da tutte le altre serie del genere anche grazie alla fotografia. È evidente infatti che ogni ripresa sia stata pensata accuratamente. Le inquadrature, specialmente quelle naturalistiche e aeree, mostrano la bellezza di una Seoul diversa da quella estremamente tecnologica e moderna a cui siamo abituati a pensare. Il grande impatto visivo di ogni scena riesce a inserire lo spettatore nella storia, coinvolgendolo maggiormente negli avvenimenti che si susseguono.

Il make up è senza dubbio un altro degli aspetti su cui la produzione di Kingdom ha concentrato le proprie attenzioni. Invece di lasciare tutto al digitale, il reparto del trucco è stato incaricato di creare e personalizzare ogni zombie presente in scena, differenziandoli dai soliti non-morti che conosciamo pur mantenendone alcune caratteristiche. Senza rivelare troppo, è indubbio che nell’ideazione e nella realizzazione di questi mostri si sia tenuto conto della causa scatenante della “malattia”, creando dei dettagli anche basandosi sulla modalità di contagio.  Ed è proprio grazie a questa attenzione ai dettagli che Kingdom viene resa ancora più intrigante, oltre al fascino esotico che i costumi di quel periodo storico suscitano su noi occidentali.

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Attenzione che viene data anche alla scelta degli attori, le cui capacità recitative esaltano i personaggi mettendo in secondo piano la propria fama. L’esempio più lampante è indubbiamente Bae Doo-na, famosa oltreoceano soprattutto per il film Atlas e per la serie Netflix Sens8. Ciò che si può apprezzare sullo schermo è la caratterizzazione che i vari attori riescono a dare ai propri personaggi, senza mai scadere nel banale ma anzi arricchendo la storia generale tramite loro. Alcuni comportamenti tenuti dai protagonisti risultano sì scontati, ma non per la banalità delle scelte fatte, solo per le caratteristiche intrinseche dei personaggi stessi che vanno al di là delle interpretazioni degli attori. Su tutti, quello che spicca di più è Cho Beom-pal, un magistrato messo in posizioni di potere dallo zio e padre della Regina: è ciò che di più classico si possa trovare pensando ad un codardo con la paura della sua stessa ombra, ma senza mai ridicolizzarlo o farlo scadere nell’eccesso di questa caratteristica. Le dinamiche stesse tra i vari personaggi si basano proprio su queste contrapposizioni di potere e rispetto, mutando a mano a mano che gli avvenimenti si susseguono e condizionando le scelte dei protagonisti.

In conclusione

Kingdom risulta quindi una tappa obbligatoria per gli amanti del genere horror-zombie che cercano qualcosa di diverso dal solito cliché, ma anche per coloro che amano le serie ben strutturate e curate in ogni aspetto. Indubbiamente una serie di punta a livello visivo e di caratterizzazione dei personaggi, a cui però probabilmente non viene fatta abbastanza giustizia in Occidente.

Sfortunatamente non ci sono ancora notizie riguardo alla terza ed ultima stagione della serie, dato che l’ultima stagione è approdata sul catalogo Netflix solo a marzo di quest’anno, ma dato il periodo storico e la pandemia in corso che stiamo vivendo, non è così inusuale che le decisioni su rinnovi e cancellazioni siano state rimandate all’inverno o al prossimo anno.

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