Cinema e Serie TV

La morte di Wolverine: recensione. Di quella volta in cui fu giusto uccidere Wolverine


La morte di Wolverine
Genere
Fumetti
Formato
Copertina rigida
Autore
Charles Soule, Steve McNiven
Editore
Panini Comics
Collana
Marvel

Morte e supereroi viaggiano di pari passo da sempre, e funzionano tra alti e bassi, a dispetto delle vendite, quasi come il connubio tra il cinema e il supereroismo. Pensare oggi ad un film che possa contenere eroi in calzamaglia, infatti, non è più improbabile, e chi come noi ancora si ricorda l’esaltazione per un Wesley Snipes armato di katana per ammazzare i vampiri, avrà certamente ben chiaro il nocciolo della questione.

E così, con la stessa naturalezza con cui un supereroe arriva al cinema, i lettori di fumetti sanno (ed accettano) che un certo beniamino potrà, prima o poi, morire, con un’eco mediatica che andrà di pari passo tanto rispetto al nome del personaggio coinvolto, quanto a quello degli autori che lo porteranno alla tomba. Era il 2017 quando Wolverine morì e, lasciate che ve lo dica schiettamente, fu un bene.

Quando Charles Soule e Steve Mc Niven portarono Logan al (momentaneo) compimento della sua vita, il personaggio veniva da anni di gestioni particolarmente tumultuose che lo avevano privato di tutto quello che era il fascino originale delle sue storie. Attenzione, non vogliamo dirvi che non ci siano state tante belle storie di Wolverine a partire dal suo apice (e spero potremo concordare che questo fu l’indimenticabile “Arma X” di Barry Windsor Smith) sino ad oggi, ma è evidente che col tempo, la sovraesposizione concessa a Logan lo abbia in qualche modo snaturato affaticato, irrimediabilmente corrotto.

La morte di Wolverine

C’era un tempo in cui lo spirito ribelle e solitario di Wolverine, quel suo animo così squisitamente “ronin”, lo portava sul podio dei beniamini di pubblico e artisti, confezionando per lui quelle storie dallo spirito pulp che così bene hanno animato la fantasia verso un personaggio che, in fin dei conti, era un outsider. Un personaggio in qualche modo “scomodo”, che aveva bisogno del suo spazio per fare bene e raccontare bene. Un qualcosa che negli anni è stato prima sovvertito, poi profondamente cambiato. A partire dall’inclusione in una miriade di supergruppi dalle fortune alterne, sino alla presidenza della scuola Xavier, con un Wolverine che, per molti aspetti, era diventato una versione distorta e barbuta di un Ciclope a cui, evidentemente, non riusciva neanche più a contrapporsi, né per carattere, né per interesse delle storie.

E così nel 2017 Wolverine è morto, ed è stato un bene. Ci sono poi voluti circa due anni perché l’artigliato canadese tornasse sotto i riflettori, anni che però hanno tirato in ballo altre e varie versioni alternative del mutante, in un caos tale che, in fin dei conti, non era neanche possibile capire perché il personaggio fosse stato messo da parte, se poi al lettore veniva propinato, ad esempio, quel Vecchio Logan che così bene aveva fatto nella sua terra Natale, e così poco aveva invece significato nelle storie regolari del mondo mutante. Misteri editoriali, e non è questa la sede per indagarli come si deve.

Parliamo invece della morte di Wolverine, e della sua bellezza quasi ermetica. Quando la serie in quattro parti uscì, le critiche principali furono 2: in primis c’era chi la accusava di una certa brevità, che in fondo che vuoi che siano 4 spillatini per il commiato di un personaggio come Wolverine? Il secondo motivo fu invece l’asciuttezza narrativa, in quella che è una vicenda che non si perde troppo in chiacchiere e vola rapida e spedita verso la sua conclusione.

Son punti di vista, ma la verità è che uccidere un personaggio come Wolverine deve essere stato ancor più difficile che restituirgli il suo passato (cosa che fu degnamente fatta con Wolverine: Origini). Perché Wolverine, come detto, è un personaggio che ne ha vissute di tutti i colori, che ha creato connessioni con una moltitudine di personaggi e che è passato attraverso un mare di eventi, maxi eventi, mini eventi e via discorrendo. Ecco allora l’intuizione di Soule e McNiven.

La morte di Wolverine

Rendere omaggio a Wolverine attraverso i punti salienti della sua storia editoriale. Delle sue origini, del suo lignaggio, passando attraverso una veloce carrellata di ricordi, e scandendo una storia a ritmo lento, quasi anticlimatico, in concomitanza di un personaggio che scopre un qualcosa che, forse, non aveva mai incontrato: la rassegnazione. Le pagine lente e compassate di La morte di Wolverine assumono quindi un significato, ed un sapore, completamente diversi. Lasciate da parte il numero di pagine che può sembrare esiguo, e non concentratevi sui pochi scontri che danno ritmo alla vicenda. Questa non è una royal rumble fumettistica sullo stampo delle classiche degli anni 80 e 90, questo è un saluto. Un saluto che Soule sceglie di raccontare attraverso i sentimenti, le sensazioni, gli odori percepiti da Logan, e che McNiven porta su carta con una maestria rara, qui forse nel suo momento migliore in assoluto per costruzione delle tavole e per la complessità dei dettagli.

La morte di Wolverine

La storia è un lungo viaggio attraverso i luoghi di Wolverine, dal Canada al Giappone, passando ovviamente Madripoor. Nel mezzo ci sono i ricordi, c’è l’amarezza, c’è la voglia di mettere un punto ad una vita sofferta e, per molti versi, amara. Un’amarezza che non tedia, ma che accende nel lettore una compassione difficile da zittire. Wolverine ha capito, ha compreso che questo è l’ultimo giro di boa. Sulle sue tracce ci sono innumerevoli sicari che vogliono la sua pelle, su opera di un mandante che pare in qualche modo connesso al suo passato. L’artigliato è sofferente, non ha più i suoi poteri di guarigione e sa che ogni scontro, anche quello meno concitato, potrebbe ucciderlo o lasciarlo morente.

La sintesi narrativa è ottima e la storia in sé è ben scritta. Crea il pathos, l’attesa, e saluta Wolverine con un finale in cui il climax non è scandito dall’azione ma dall’emozione. Così Wolverine si fa da parte, per la prima volta, lasciandosi alle spalle la sofferenza, il dolore, le lacrime e ogni amore perduto della sua vita. È un saluto degno ed elegante, che arriva come un dolce riposo per un guerriero che, a ben vedere, aveva forse combattuto più di quanto Marvel non avrebbe dovuto impiegarlo nella sua costante battaglia editoriale.

Se come noi adori Wolverine e sei alla ricerca del meglio del meglio della sua vita editoriale, allora dai un’occhiata a questo ottimo volume!

La morte di Wolverine

Dopo anni di gestione travagliata, Marvel si decise a togliere di mezzo il suo personaggio più amato: Wolverine, con una storia violenta, ma anche delicata e romantica, scritta Charles Soule e disegnata da Steve McNiven.


Verdetto

La morte di Wolverine ripropone, per la prima volta in un volume unico, la miniseria con cui Charles Soule e Steve McNiven hanno ucciso l'iconico mutante canadese nel 2017. La storia è breve ma intensa, e si gioca tutta sul versante emotivo ed emozionale. I due autori salutano Wolverine facendolgi compiere un ultimo viaggio nei luoghi più importanti della sua vita. Quei luoghi che, nel tempo, lo hanno consegnato ad alcuni dei suoi migliori momenti editoriali come eroe, come giustiziere, come icona del fumetto più squisitamente pulp, come mitico ronin al servizio di una giustizia violenta ma onorevole. Una storia che va compresa ben oltre la banalità dell'ennesima “morte di” propinata dal fumetto americano.

Pro

- Steve Mc Niven all'ennesima potenza
- Storia asciutta ma funzionale
- Un tributo alla storia di Logan

Contro

- Richiede una buona conoscenza del personaggio per essere apprezzato appieno