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La Voce del Fuoco: la storia raccontata da Moore

Nel dare vita alla collana 451, Edizione BD ha voluto dare voce a un nuovo modo di intendere la narrativa di fantascienza, presentando ai propri lettori volumi che fossero portatori di un’ottica moderna della sci-fi. Un intento concretizzatosi con Relazioni e L’uomo immaginario, ma che si è spinto anche oltre questo concetto, consentendo la pubblicazione de Il gene del talento, lettura che avvicina al mondo interiore di un personaggio del calibro di Hideo Kojima. Varcando quindi il limite imposto dal concetto di sci-fi, 451 si arricchisce di nuove potenzialità, che trovano nuova conferma in La voce del fuoco, raccolta antologica firmata da un nome caro agli appassionati di comics: Alan Moore.

Alan Moore

Non servono presentazioni per l’eclettico autore britannico, che per decenni ha attraversato il mondo fumettistico partecipando al suo rinnovamento. Basterebbe citare Watchmen, La Lega degli Straordinari Gentlemen e The Killing Joke, come simboli di un moto di analisi e rivisitazione del canone fumettistico, ma Moore è anche l’autore che ha dato per primo una connotazione precisa, seppure primitiva, al multiverso marveliano. Personalità particolare, che ha infuso nella propria narrativa, fumettistica o in prosa, tutta la propria genialità, affidandosi a strumenti e modalità che lo hanno reso un’icona della pop culture.

La voce del fuoco: viaggio nel tempo

La voce del fuoco rientra appieno in questa sua tradizione. Una raccolta di dodici racconti che compongono una sorta di dichiarazione d’amore dell’autore britannico a Northampton, sua città natale, che diviene il teatro di questo viaggio nei ricordi dell’anima della città. La voce del fuoco, a ben vedere, non è una semplice antologia quanto un mosaico di ricordi, focalizzati su Northampton, con cui Moore ripercorre quasi seimila anni di storia, partendo dalla preistoria sino alla contemporaneità. Pubblicato per la prima volta nel 2006, questo viaggio nel tempo inizio nel 4000 avanti Cristo e termina nel 1995, dipanandosi lungo i cinque millenni senza mai far riferimento espressamente a personaggi storicamente rilevanti, ma preferendo concentrarsi su chi è parte della storia senza influire direttamente sul suo svolgersi.

I protagonisti di questi racconti non sono grandi condottieri o figura da testo scolastico, sono gli ultimi, uomini e donne semplici che vivono esistenze apparentemente slegate dal più ampio respiro della Storia. Moore vuole rendere omaggio alla sua terra natia raccontandone la gente, dagli albori dei tempi, quasi volesse ritrarre la nascita delle tradizioni e del folklore locale, muovendosi agilmente all’interno di presunte mentalità dell’epoca per trasmettere al lettore il fascino e l’orrore di tempi perduti. Un concept narrativo intrigante, che Moore sembra vivere come una magia insondabile, al punto da immedesimarsi nei suoi avi, rivivendo in prima persona le loro vite, raccontandole dal loro punto di vista.

Alan Moore

Una scelta stilistica che Moore vive al punto da adattare la propria scrittura a quelli che sono i presupposti stilemi linguistici del tempo. Centrale in questa sua visione il primo racconto, Il maiale di Mag, storia dedicata a un giovane primitivo cacciato dalla sua tribù, in cui la presenza di un linguaggio rudimentale si traduce in una scrittura parca di termini, meno di un centinaio, che interpretano la semplicità di un mente primitiva, guidata principalmente da un istinto a tratti animalesco. Leggere questo primo racconto rappresenta un atto di fede verso Moore, un patto con l’eclettico autore inglese, in cui accettiamo la sua intuizione narrativa, consci che la nostra difficoltà iniziale sarà ripagata a dovere. Una sicurezza che trova conferma nella nota introduttiva di Leonardo Rizzi, traduttore di La Voce del fuoco, che ci offre un’interpretazione de Il maiale di Mag:

“Forse, attraverso gli occhi del piccolo protagonista, riuscirete a vedere un mondo che non si può immaginare se non con la sua lingua”

In questo pensiero di Rizzi si annida il senso stesso di La voce del fuoco. Moore lega profondamente la contemporaneità dei suoi protagonisti a un’evoluzione linguistica, in cui forme e terminologie si evolvono, mutano col passare del tempo, adeguandosi al cambiamento sociale. Un dinamismo che viene percepito dal lettore grazie alla scelta di Moore di incarnarsi ogni volta nel protagonista del suo racconto, offrendoci il punto di vista di un crociato, di un uomo dell’epoca romana o di una condannata al rogo.

Cinque millenni di amore per la propria terra

Moore non vuole raccontare una storia asettica e impersonale, vuole travolgerci con le sensazioni dei suoi protagonisti, vuol farci percepire il loro mondo come fosse nostro, ce ne offre lo spirito più autentico, la lingua, rendendola la chiave di volta di una costruzione narrativa lunga millenni, un trait d’union tra i diversi racconti. È il linguaggio la nostra bussola in La voce del fuoco, il modo in cui passiamo dalla semplicità de Il Maiale di Mag sino alla modernità di L’uscita antinferno di Phipps, passando per i più rapidi e ravvicinati mutamenti linguistici del periodo ‘800-‘900 (Il sole è ora pallido sul muto, Io giro con le giarrettiere, L’uscita antinferno di Phipps).

Una natura, quella de La voce del fuoco, che non si presta a una lettura leggera e disimpegnata. Specialmente nei primi racconti, caratterizzati da arcaismi e forme lessicali convolute, è necessario un certo impegno, ripagato da una costruzione sociale e umorale avvincente e appagante. Merito anche del citato Leonardo Rizzi, che nel suo ruolo di traduttore ha avuto il non semplice compito non solo di tradurre una narrativa già di per sé particolare come quella di Moore, ma anche di dover cogliere le sfumature di questo incantesimo lessicale officiato dal romanziere inglese.

Ripubblicare La voce del fuoco è un segno importante da parte di Edizioni BD, che ha nuovamente ribadito come la sua 451 sia una collana coraggiosa e capace di osare, scegliendo di mostrare un carattere letterario preciso e inclusivo, capace di affascinare i lettori più esigenti. Una cura selettiva che trova eco nella realizzazione grafica dei volumi, personale e facilmente riconoscibile, che fa della semplicità visiva un vanto, capace di attirare lo sguardo grazie a scelte intelligenti in fatto di immagini di copertine. Da premiare il volere dare risalto alla figura dei traduttori, lasciando che siano queste figure spesso ingiustamente ignorate dal pubblico ad accogliere i lettori in uno dei mille mondi proposti da questa affascinante collana.

La Voce del Fuoco


Moore non vuole raccontare una storia asettica e impersonale, vuole travolgerci con le sensazioni dei suoi protagonisti, vuol farci percepire il loro mondo come fosse nostro, ce ne offre lo spirito più autentico, la lingua, rendendola la chiave di volta di una costruzione narrativa lunga millenni, un trait d’union tra i diversi racconti. È il linguaggio la nostra bussola in La voce del fuoco, il modo in cui passiamo dalla semplicità de Il Maiale di Mag sino alla modernità di L’uscita antinferno di Phipps, passando per i più rapidi e ravvicinati mutamenti linguistici del periodo ‘800-‘900 (Il sole è ora pallido sul muto, Io giro con le giarrettiere, L’uscita antinferno di Phipps).

Pro

  • Concept narrativo affascinante
  • Costruzione lessicale dei racconti arguta
  • Vicende appassionanti

Contro

  • Lettura impegnativa, specie nei primi racconti