Cinema e Serie TV

Masters of the Universe: Revelation, recensione: più uno spinoff che un sequel

Anche per i Masters of the Universe, uno dei franchise in assoluto più amati e caratteristici degli anni ’80, arriva il momento del revival grazie a Netflix e a Masters of the Universe: Revelation ovvero una serie animata in 10 episodi (i primi 5 sono disponibili sulla piattaforma streaming da ieri 23 luglio) che si pone in continuity, e come ideale sequel, proprio della serie animata classica realizzata negli anni ’80 da Filmation e Mattel.

Copertine

Masters of the Universe: Revelation vede Kevin Smith, nel ruolo di showrunner e grandissimo fan del franchise. Le premesse sembrano quindi ottime per riportare in auge i MOTU, come sarà andato questo nuovo inizio?

Masters of the Universe: Revelation, lo scontro finale fra He-Man e Skeletor? [SPOILER]

Dopo aver tentato di accedere innumerevoli volte a Castle Greyskull, Skeletor riesce con un elaborato inganno ad accedervi e rivelare il suo vero piano: accedere alle stanza più remota nelle profondità del castello dove è custodito il suo vero potere. Al centro di questa stanza, che assomiglia più ad una foresta che ad una costruzione scavata nella pietra, vi è un artefatto a forma di piramide. Nella colluttazione che ne consegue, He-Man trafigge Skeletor utilizzando per la prima volta la sua Power Sword in maniera corretta: si tratta di una chiave che dischiude l’artefatto rivelando una sfera in cui è racchiuso tutto il potere magico di Eternia.

Skeletor ovviamente è intenzionato ad assorbirlo tramite la sua Havoc Staff ma rompendola rischia di distruggere tutta la galassia, He-Man si offre quindi di utilizzare la sua spada per assorbire l’enorme quantità di energia sprigionata ma per farlo non solo dovrà dividerla nelle sue due parti originali ma rivelare anche la sua vera identità dinnanzi al suo nemico ma soprattutto ai suoi amici fra cui l’ignara Teela. Nell’esplosione che ne consegue sia He-Man che Skeletor perdono la vita.

Foto generiche

In preda all’ira dopo aver appreso della morte e del segreto del figlio Adam, Re Randor degrada Man-at-Arms (uno dei pochi a conoscenza del segreta) mentre Teela abbandona i suoi doveri di guardia reale sentitasi tradita da amici, parenti e dallo stesso Adam. La ragazza intraprende così una carriera da avventuriera e mercenaria che la porteranno, insieme alla giovane Andra, al soldo della misteriosa Majestra.

Ben presto Teela viene attirata a Castle Grayskull dove apprenderà che Eternia sta morendo. Il pianeta infatti si sostentava con la magia ormai quasi completamente esaurita. L’unico modo per salvare il pianeta e la galassia è recuperare le due parti della Power Sword e riunirle. Dopo l’esplosione infatti le due parti sono tornate al loro luogo di origine: Subternia e Preternia. Il primo un luogo infernale, il secondo un Valhalla per eroi e campioni.

Con il destino di Eternia in ballo, Teela e la sua eterogenea compagnia fatta di vecchi amici e soprattutto vecchi nemici si imbarca in questa missione che la porterà a confrontarsi con sé stessa e soprattutto con il “fantasma” di Adam/He-Man. Ma proprio quando il peggio sembrerà passato, nuove diaboliche nubi si annidano all’orizzonte rendendo forse vani i sacrifici compiuti fino a quel momento.

Masters of the Universe: Revelation: più uno spinoff che un sequel

Alla fine del primo episodio, il cui twist è inaspettato e potrebbe generare qualche lecito dubbio, è evidente come, nelle intenzioni di Kevin Smith e del gruppo di sceneggiatori che lo accompagna, Masters of the Universe: Revelation si configuri più come uno spinoff che un sequel pedissequo della serie animata classica o più precisamente come questi primi 5 episodi di questa prima stagione (saranno 10 in totale) si innestino prepotentemente nel solco della tradizione animata dei MOTU tanto da assomigliare ad un episodio della serie classica ma diluito per 125 minuti totali. Ed è forse questa l’unica reale pecca di questo esordio: non riuscire a trovare un equilibrio più stabile fra una narrazione ancora evidentemente ancorata agli anni ’80, una lore vasta e stratificata (e spesso di difficile decifrazione) e le aspettative di un pubblico eterogeneo.

Se infatti l’operazione Masters of the Universe: Revelation è nata ed è stata promossa apertamente da Kevin Smith come un prodotto voluto e sviluppato per accontentare i fan del franchise, alla fine di questi primi 5 episodi è lecito chiedersi sia chi siano oggi i fan dei Masters of the Universe ma soprattutto cosa vogliono.

La ricerca dell’omaggio e della “fedeltà” alla serie animata classica viene forse un po’ travisata in queste prime sceneggiature che propendono in più di un frangente per stilemi, e tematiche, forse un po’ troppo elementari anche per il più nostalgico dei trenta/quarantenni la cui attenzione viene ripresa con forza, in più di un frangente, grazie ad un ottimo rimescolamento di vari aspetti della lore in primis quella più “oscura” dei minicomics e poi quella rivisitata della serie reboot del 2002.

Non è un percorso lineare quello scelto da questo sequel che, come detto poco sopra, sgambetta lo spettatore alla fine del primo episodio eliminando dall’equazione i due personaggi principali ovvero He-Man/Adam e Skeletor. Il vuoto deve essere colmato e, con una strizzata d’occhio all’attualità, ecco che la protagonista diventa una risoluta Teela a cui fa da contraltare una ottima Evil-Lyn sullo sfondo di una strana compagnia di riluttanti eroi ed ex-avversari per una quest dalla posta in gioco altissima.

Non è un caso che si usi il termine “quest” perché quello che riesce meglio a Masters of the Universe: Revelation è premere sulla componente fantasy, quasi ruolistica, anziché su quella mitologico-fantascientifica, trovando negli episodi centrali proprio la sua espressione migliore sia come scrittura che come ritmo e freschezza. Se il primo, sconvolgente, episodio ripesca a piene mani dalla lore dei minicomics, il canovaccio di quelli centrali e la scelta di Teela come protagonista è un lapalissiano rifacimento/rimaneggiamento di Teela’s Quest, uno degli episodi più pecualiari della serie animata classica e in cui in più di un passaggio lo stesso Man-at-Arms sembra alludere con le origini di Teela (cliccate qui per acquistare la nuova action figure di Teela).

Foto generiche

Teela è coriacea, complice anche una interpretazione abrasiva di Sarah Michelle Gellar, e la spalla Andra (personaggio introdotto nella misconosciuta serie a fumetti prodotta dalla Marvel alla fine degli anni ’80) non è mai ridondante e assurge bene al compito di “punto di vista esterno” alle vicende mentre pregnante è il confronto con una algida ma caparbia Evil-Lyn (ottima la prestazione vocale di Lena Headey – cliccate qui per acquistare la nuova action figure di Evil-Lyn).

Ma il vuoto persiste. Mancano infatti le dualità che, tematicamente e narrativamente, costituiscono l’ossatura di Masters of the Universe. Non si tratta solo dell’assenza fisica della lotta fra He-Man e Skeletor, ma anche del gioco degli equivoci dato dalla doppia identità di Adam/He-Man che dapprima viene tramutato in un discorso sulla fiducia in sé stessi, poi in uno sull’amicizia e poi sulla famiglia: tutti valori nobilissimi ma trattati con quel piglio un po’ ingenuo decisamente ottantiano lontano sia dal target di riferimento della serie sia da quello che potrebbe avvicinarvisi per caso ovvero i pre-adolescenti di oggi abituati a ben altra dialettica su questi temi.

Foto generiche

Manca un antagonista, vero e concreto. Triklops e il suo tecno-culto (che ricordano un po’ troppo i Borg) sono liquidati con superficialità (forse verranno ripresi introducendo Hordak nei restanti episodi?) e sono elemento propedeutico prima alla reintroduzione di Man-at-Arms (nella dualità magia/tecnologia) e poi al finale, mentre in parte sopperisce alla mancanza di un antagonista Scare Glow (il personaggio che viene forse meglio rimaneggiato in assoluto) ma anche lui viene riassorbito velocemente in uno scontro troppo carico di cliché con Teela.

Ed ecco che nuovamente la serie corre ai ripari e normalizza il tutto verso territori già battuti non solo reintroducendo sbrigativamente Adam/He-Man ma anche con un twist, effettivamente ben giocato e congegnato, che però inevitabilmente riporta alla mente la trama orizzontale della prima stagione della serie reboot del 2002.

Oltre le già citate Gellar e Headey, lo stellare cast vocale fa davvero la differenza aggiunge profondità ove necessario ma soprattutto vivacità a dialoghi spesso volutamente ingenui o più semplicemente stringati. Mark Hamill è uno Skeletor diabolicamente sornione, Henry Rollins è un invasato Tri-Klops mentre Alan Oppenheimer (lo Skeletor originale) è un solenne Moss Man. Al pari della prova di Hamill è quella di Tony Todd nei panni di Scare Glow mentre il leggendario Kevin Conroy è un inedito Mer-Man. Ottimi anche Stephen Root nel ruolo di Cringer e Griffin Newman nel ruolo di Orko, mentre troppo risicate le battute di Chris Wood nel ruolo del Principe Adam/He-Man. Da segnalare infine i cammei di Jason Mewes e Harley Quinn Smith rispettivamente nei panni di Stinkor e Ileena.

Masters of the Universe: Revelation, la realizzazione tecnica

Powerhouse Animation, studio di animazione “di fiducia” di Netflix per cui ha già realizzato Castlevania, realizza 5 episodi contrassegnati da animazioni solide e ad un livello sempre costante senza grossi cali in cui l’utilizzo della CGI è ridotto al minimo e l’utilizzo di sfondi un po’ più piatti e simil-pittorici è davvero l’unico elemento che richiama la serie classica della Filmation. Da notare come il livello generale migliori dal secondo episodio in poi, proprio il primo infatti è forse quello che soffre maggiormente ed è per assurdo quello meno performante. Menzione a parte merita invece la sequenza iniziale che rimaneggia gli artwork classici della linea di giocattoli, quelli di chiara matrice frazettiana firmati da Rudy Obrero che vennero utilizzati anche per i packaging della linea di figures originale.

Il character design è aggressivo e spigoloso in cerca di un realismo delle figure mai ipertrofico e funzionale nel mettere in mostra ora i molti richiami ai design classici (sia della linea di figures originale, impossibile non esultare alla miriade di veicoli classici che appaiono in questi 5 episodi, che quella della serie animata reboot del 2002, vedasi Man-at-Arms in versione difensore di Castle Grayskull) ora quelli originali che rimangono comunque rimaneggiamenti moderni in cui l’unica novità sono forse i tagli di capelli più attuali e il look bio-meccanico di Triklops e il suo culto.

Dove forse la serie pecca leggermente, dal punto di vista tecnico, è nella regia che risulta un po’ piatta e priva di verve sia dal punto di vista del ritmo ma soprattutto delle inquadrature che risultano spesso troppo pedestri non riuscendo a mantenere alta l’attenzione dello spettatore soprattutto nei momenti meno concitanti e meno tesi della narrazione ossia dove i dialoghi fra i personaggi la fanno da padrone (vedasi la sequenza in cui la strana coppia formata da Evil-Lyn e Orko si trovano isolati a Subternia). Qualche soluzione interessante, a livello di inquadrature ma anche coreograficamente, si ha in alcune sequenze di combattimento (vedasi l’arrivo di Mer-man o Teela contro He-man a Subternia) in cui anche il livello delle animazioni sale in maniera vistosa, sarebbe interessante vedere nella seconda parte di questa prima stagione qualche sequenza più elaborata realizzata a questo livello.

Masters of the Universe: Revelation, conclusioni

I primi 5 episodi di Masters of the Universe: Revelation sono decisamente un godibilissimo tuffo nel passato ma senza quella pesante patina nostalgica da remake ma soprattutto senza quell’ansia tipica degli ultimi anni da reboot studiato a tavolino per stare “al passo con i tempi”. Le buone intenzioni dello showrunner Kevin Smith tuttavia sbattono con scelte narrative forse troppo nette sin dai primi minuti e con un plot in cui per i fan di vecchia data sono troppo pedissequi i richiami a determinati passaggi della lore del franchise mentre per i nuovi la narrazione potrebbe risultare troppo erratica a fronte di spiegazioni chiare ma comunque limitate dal minutaggio a disposizione.

Quello che manca forse è un po’ più aggressività, una maggiore sicurezza nel cesellare nuovamente alcuni di questi personaggi (in maniera analoga a quanto era stato fatto nella sfortunata serie reboot del 2002) optando invece per soluzioni sicure ma a tratti appunto prive di mordente. Se si potesse fare un paragone Masters of the Universe: Revelation sta al franchise dei MOTU come Il Risveglio della Forza sta a quello di Star Wars, sta allo spettatore giudicare calzante o meno e soprattutto positivo o negativo questo paragone.