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Ricerca scientifica rivaluta il ruolo dell’ibuprofene nei tumori

Studi recenti analizzano il legame tra FANS e riduzione di alcune neoplasie, con dati promettenti ma ancora preliminari.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 21/01/2026 alle 08:20

La notizia in un minuto

  • L'ibuprofene potrebbe ridurre del 25% il rischio di carcinoma endometriale nelle donne che ne assumono almeno 30 compresse al mese, grazie all'inibizione dell'enzima COX-2 che contrasta l'infiammazione cronica legata allo sviluppo tumorale
  • Il farmaco sembra esercitare effetti protettivi anche contro tumori del colon, mammella, polmone e prostata, influenzando l'espressione di geni oncologici come HIF-1α, NFκB e STAT3 che favoriscono la sopravvivenza delle cellule cancerose
  • Gli esperti avvertono contro l'automedicazione preventiva: l'uso prolungato può causare ulcere gastriche, emorragie digestive e danni renali, mentre i risultati contrastanti degli studi richiedono ulteriori ricerche per identificare dosaggi efficaci e popolazioni che potrebbero trarne beneficio

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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L'ibuprofene, uno degli analgesici più utilizzati al mondo, potrebbe nascondere proprietà inaspettate che vanno ben oltre il semplice controllo del dolore. Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha iniziato a indagare con crescente interesse il potenziale ruolo di questo farmaco antinfiammatorio non steroideo nella prevenzione di alcune forme tumorali. Si tratta di una linea di ricerca che affonda le radici negli anni Ottanta, quando per la prima volta si osservò una correlazione tra l'uso di FANS e la riduzione dell'incidenza di cancro al colon, ma che solo ora sta rivelando implicazioni più ampie e complesse nel campo dell'oncologia preventiva.

Il meccanismo d'azione dell'ibuprofene si basa sull'inibizione degli enzimi cicloossigenasi, identificati con le sigle COX-1 e COX-2. Mentre il primo svolge funzioni protettive per la mucosa gastrica e partecipa alla coagulazione del sangue, il secondo è il principale responsabile dei processi infiammatori nell'organismo. L'infiammazione cronica rappresenta oggi uno dei fattori riconosciuti nello sviluppo e nella progressione tumorale, un concetto che ha spinto i ricercatori a esplorare se farmaci comunemente disponibili possano offrire una protezione significativa contro specifiche neoplasie.

Uno studio del 2025 condotto nell'ambito della ricerca PLCO (Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian) ha analizzato dati provenienti da oltre 42.000 donne di età compresa tra 55 e 74 anni, monitorate per un periodo di dodici anni. I risultati hanno evidenziato che le donne che assumevano almeno trenta compresse di ibuprofene al mese presentavano un rischio ridotto del 25% di sviluppare carcinoma endometriale rispetto a chi ne consumava meno di quattro. L'effetto protettivo appariva particolarmente marcato nelle donne con patologie cardiovascolari preesistenti, suggerendo possibili interazioni tra infiammazione sistemica e sviluppo tumorale.

Il carcinoma endometriale, la forma più comune di tumore dell'utero che colpisce principalmente donne in post-menopausa, è strettamente correlato ai livelli di estrogeni. L'obesità rappresenta uno dei principali fattori di rischio modificabili, poiché il tessuto adiposo in eccesso aumenta la produzione ormonale che può stimolare la proliferazione cellulare anomala. Altri elementi di rischio comprendono la terapia ormonale sostitutiva con soli estrogeni, il diabete mellito, la sindrome dell'ovaio policistico e fattori riproduttivi come la nulliparità o la menopausa tardiva.

Bloccando l'attività dell'enzima COX-2, l'ibuprofene riduce la produzione di prostaglandine, messaggeri chimici che alimentano sia l'infiammazione sia la crescita cellulare tumorale

Particolarmente interessante è l'osservazione che l'aspirina, pur appartenendo alla stessa famiglia farmacologica, non ha mostrato analoghi effetti protettivi contro il carcinoma endometriale negli studi condotti finora. Questa specificità suggerisce che le diverse molecole FANS possano interagire in modi distinti con i tessuti e i processi biologici, rendendo necessaria una valutazione individualizzata per ciascun composto. L'aspirina ha tuttavia dimostrato benefici nella prevenzione delle recidive del cancro intestinale, evidenziando come l'efficacia di questi farmaci dipenda dal tipo di tumore, dal profilo genetico individuale e dalle condizioni di salute sottostanti.

Le evidenze scientifiche accumulate negli ultimi decenni indicano che l'ibuprofene potrebbe esercitare effetti protettivi anche contro altre neoplasie, tra cui tumori del colon, della mammella, del polmone e della prostata. Ricerche hanno documentato che pazienti con precedente diagnosi di cancro intestinale che assumevano regolarmente ibuprofene presentavano tassi di recidiva inferiori. Studi di laboratorio hanno inoltre dimostrato la capacità del farmaco di inibire la crescita e la sopravvivenza delle cellule tumorali del colon, mentre alcune evidenze suggeriscono persino un possibile effetto protettivo contro il carcinoma polmonare nei fumatori.

Il meccanismo molecolare attraverso cui l'ibuprofene potrebbe contrastare lo sviluppo tumorale va oltre la semplice azione antinfiammatoria. Il farmaco sembra influenzare l'espressione di geni oncologici come HIF-1α, NFκB e STAT3, che aiutano le cellule cancerose a sopravvivere in condizioni di ipossia e a resistere ai trattamenti chemioterapici. Riducendo l'attività di questi geni, l'ibuprofene renderebbe le cellule maligne più vulnerabili. Inoltre, il composto appare capace di modificare il modo in cui il DNA viene impacchettato all'interno delle cellule, aumentando potenzialmente la sensibilità dei tumori alla chemioterapia.

Tuttavia, il quadro complessivo rimane contraddittorio e richiede ulteriori approfondimenti. Uno studio condotto su 7.751 pazienti ha rilevato che l'assunzione di aspirina dopo una diagnosi di carcinoma endometriale era associata a una mortalità superiore, particolarmente tra le donne che avevano utilizzato il farmaco anche prima della diagnosi. Altri FANS sembravano aumentare il rischio di decesso correlato al cancro. Al contrario, una recente revisione sistematica ha suggerito che i FANS, soprattutto l'aspirina, potrebbero ridurre il rischio di diverse neoplasie, sebbene l'uso regolare di altri membri della famiglia possa elevare il rischio di carcinoma renale.

Questi risultati apparentemente contrastanti sottolineano la complessità delle interazioni tra infiammazione, sistema immunitario e sviluppo tumorale. Gli esperti mettono in guardia contro l'automedicazione con ibuprofene a scopo preventivo, poiché l'uso prolungato o ad alte dosi di FANS può causare gravi effetti collaterali. Tra questi figurano ulcere gastriche, emorragie digestive e danni renali, mentre in casi meno frequenti possono verificarsi complicanze cardiovascolari come infarti o ictus. I FANS interagiscono inoltre con numerosi farmaci, tra cui anticoagulanti come il warfarin e alcuni antidepressivi, aumentando il rischio di sanguinamenti e altre complicazioni.

Le prospettive future della ricerca dovranno chiarire quali popolazioni potrebbero beneficiare maggiormente di strategie preventive basate sui FANS, quali dosaggi risulterebbero efficaci senza comportare rischi inaccettabili, e se esistono biomarcatori in grado di identificare i pazienti più responsivi. Nel frattempo, la prevenzione oncologica rimane ancorata a interventi sullo stile di vita: alimentazione ricca di composti antinfiammatori, mantenimento di un peso corporeo nella norma e attività fisica regolare rappresentano le strategie più affidabili e prive di effetti collaterali. Qualsiasi decisione sull'uso preventivo di farmaci richiede un confronto approfondito con il proprio medico, che possa valutare il profilo di rischio individuale e bilanciare potenziali benefici e controindicazioni.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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