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Un studio di 25 anni collega formaggio e demenza

I risultati indicano una riduzione del rischio fino al 24%, ma restano i limiti tipici degli studi osservazionali a lungo termine.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 05/02/2026 alle 08:55

La notizia in un minuto

  • Uno studio svedese su 27.670 persone seguite per 25 anni ha rilevato che consumi giornalieri superiori a 50g di formaggio intero riducono del 13-17% il rischio di demenza, ma solo in chi non ha predisposizione genetica all'Alzheimer
  • I risultati contraddicono le raccomandazioni tradizionali che favoriscono latticini a basso contenuto di grassi, ma gli studiosi evidenziano che i benefici potrebbero riflettere pattern alimentari complessivi più sani piuttosto che effetti diretti del formaggio
  • Le evidenze scientifiche rimangono inconcludenti e contraddittorie tra diverse popolazioni, con studi asiatici che mostrano benefici e molte ricerche europee che non confermano le stesse associazioni

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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La relazione tra consumo di latticini e salute cognitiva rappresenta da anni uno dei campi più dibattuti nella ricerca nutrizionale, con implicazioni che sfidano raccomandazioni consolidate sulla prevenzione cardiovascolare. Un nuovo ampio studio longitudinale condotto in Svezia su quasi 28.000 persone seguite per un quarto di secolo aggiunge ora un tassello intrigante a questo puzzle scientifico, evidenziando un'associazione inattesa tra il consumo di formaggi e panna ad alto contenuto di grassi e una riduzione del rischio di demenza. I risultati, pur meritevoli di attenzione, richiedono un'interpretazione cauta che tenga conto della complessità dei fattori coinvolti e delle limitazioni metodologiche intrinseche agli studi osservazionali a lungo termine.

La ricerca ha monitorato 27.670 adulti di mezza età e anziani per 25 anni, periodo durante il quale 3.208 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di demenza. L'analisi ha rivelato che, tra gli individui privi di predisposizione genetica nota per l'Alzheimer, coloro che consumavano più di 50 grammi di formaggio intero al giorno presentavano un rischio ridotto del 13-17% di sviluppare questa patologia neurodegenerativa. Questo pattern protettivo non emergeva invece nei portatori di fattori di rischio genetici per la malattia, suggerendo una possibile interazione gene-nutriente che necessita di ulteriori approfondimenti. Parallelamente, il consumo di oltre 20 grammi di panna intera giornalieri si associava a una riduzione del rischio complessivo di demenza compresa tra il 16% e il 24%.

Ciò che rende questi dati particolarmente interessanti dal punto di vista scientifico è la loro apparente contraddizione con decenni di linee guida sulla salute pubblica. Le raccomandazioni nutrizionali hanno storicamente incoraggiato il consumo di latticini a basso contenuto di grassi per proteggere la salute cardiovascolare, e questa connessione assume particolare rilevanza considerando che malattie cardiovascolari e demenza condividono numerosi fattori di rischio sottostanti: ipertensione, diabete, obesità. Tuttavia, meta-analisi di studi precedenti hanno già iniziato a mettere in discussione l'equazione semplicistica "grassi saturi uguale rischio cardiovascolare", suggerendo che il consumo di formaggio potrebbe addirittura associarsi a un minore rischio di malattie cardiache e che i latticini interi non aumentino necessariamente il rischio cardiovascolare.

La letteratura scientifica sul tema presenta però un quadro tutt'altro che uniforme, con risultati che variano significativamente tra diverse popolazioni. Gli studi condotti su popolazioni asiatiche tendono con maggiore frequenza a riportare benefici del consumo di latticini sulla salute cognitiva, mentre molte ricerche europee non evidenziano le stesse associazioni. Una possibile spiegazione risiede nei livelli medi di consumo: nei paesi asiatici l'assunzione di latticini è tradizionalmente molto inferiore, il che significa che consumi modesti potrebbero avere effetti diversi rispetto a quantità più elevate. Un esempio emblematico di queste discrepanze viene dal Giappone, dove uno studio ha riportato un rischio ridotto di demenza tra i consumatori di formaggio, ma con livelli complessivi di consumo molto bassi e con il caveat di un finanziamento da parte di un produttore di formaggi. Al contrario, un'altra ricerca giapponese finanziata da fondi governativi non ha riscontrato alcun effetto protettivo.

I ricercatori hanno escluso chi già presentava demenza all'inizio dello studio e ripetuto le analisi escludendo chi l'ha sviluppata nei primi dieci anni, per ridurre l'influenza dei cambiamenti comportamentali precoci tipici della fase prodromica della malattia

Alcuni studi longitudinali europei hanno comunque documentato benefici. In Finlandia, una ricerca su 2.497 uomini di mezza età seguiti per 22 anni ha identificato il formaggio come l'unico alimento associato a un rischio di demenza ridotto del 28%. Similarmente, un ampio studio britannico su quasi 250.000 persone ha trovato un rischio inferiore di demenza tra coloro che consumavano pesce due-quattro volte a settimana, frutta quotidianamente e formaggio una volta alla settimana, sottolineando l'importanza dei pattern alimentari complessivi piuttosto che dei singoli alimenti.

Le sfide metodologiche di questo tipo di ricerche sono considerevoli. L'alimentazione è tipicamente autoriferita e i cambiamenti nella memoria possono influenzare sia le abitudini alimentari sia l'accuratezza con cui le persone ricordano ciò che hanno mangiato. Per affrontare questo problema critico, i ricercatori svedesi hanno adottato un approccio statistico rigoroso: oltre a escludere chi presentava già demenza all'inizio dello studio, hanno ripetuto le stesse analisi eliminando dai calcoli le persone che hanno sviluppato demenza nei primi dieci anni di osservazione. Questa procedura, pur non modificando il disegno dello studio, ha permesso di concentrarsi su partecipanti rimasti cognitivamente sani per periodi più lunghi, riducendo la probabilità che modifiche comportamentali precoci influenzassero i risultati.

Un aspetto cruciale emerso dall'analisi riguarda il concetto di sostituzione alimentare. Alcuni dei benefici apparenti potrebbero riflettere la sostituzione di carne rossa o processata con formaggio o panna, piuttosto che un effetto diretto dei latticini stessi. A supporto di questa ipotesi, lo studio svedese non ha riscontrato associazioni tra latticini interi e rischio di demenza tra i partecipanti le cui diete sono rimaste stabili nell'arco di cinque anni. Questo sottolinea un principio fondamentale della ricerca nutrizionale: gli alimenti non dovrebbero essere considerati isolatamente. I pattern alimentari nel loro complesso contano molto di più dei singoli ingredienti, come dimostrato dalla dieta mediterranea, consistentemente associata a rischi inferiori sia di demenza che di malattie cardiache, che include formaggio insieme a verdure, pesce, cereali integrali e frutta.

L'analisi dei fattori confondenti rivela ulteriori complessità. Nello studio svedese, le persone che consumavano più formaggio e panna interi tendevano anche a essere più istruite, meno propense al sovrappeso e presentavano tassi inferiori di condizioni correlate alla demenza: malattie cardiache, ictus, ipertensione, diabete. Tutti questi fattori riducono indipendentemente il rischio di demenza, suggerendo che il consumo più elevato di formaggio si verificasse all'interno di stili di vita complessivamente più sani, piuttosto che accompagnare un consumo eccessivo di calorie o una scarsa salute metabolica.

Dal punto di vista dei meccanismi biologici, i formaggi interi contengono diversi nutrienti rilevanti per la salute cerebrale: vitamine liposolubili A, D e K2, oltre a vitamina B12, folato, iodio, zinco e selenio. Questi nutrienti svolgono ruoli nella funzione neurologica e potrebbero contribuire a supportare la salute cognitiva. Tuttavia, le evidenze complessive non supportano l'idea che i latticini interi causino demenza, né che i prodotti lattiero-caseari fermentati proteggano affidabilmente da essa.

Le prospettive future della ricerca dovranno necessariamente includere studi randomizzati controllati, dove possibile, e approfondire le interazioni tra genetica, microbioma intestinale e metaboliti specifici dei latticini. Nel frattempo, i dati attuali non giustificano il consumo di grandi quantità di formaggio o panna come alimenti protettivi contro demenza o malattie cardiache. Il messaggio più coerente che emerge dalla ricerca nutrizionale rimane che diete equilibrate, moderazione e stile di vita complessivo contano molto di più di qualsiasi singolo alimento, formaggio incluso.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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