Il riscaldamento globale potrebbe avere un complice inaspettato nascosto nelle acque degli oceani: le microplastiche. Mentre la comunità scientifica concentra da decenni gli sforzi sulla riduzione delle emissioni di gas serra, un nuovo studio pubblicato sul Journal of Hazardous Materials: Plastics rivela che miliardi di frammenti plastici inferiori ai cinque millimetri stanno compromettendo la capacità naturale degli oceani di assorbire l'anidride carbonica dall'atmosfera. Si tratta di un meccanismo finora largamente trascurato che collega due delle più gravi emergenze ambientali contemporanee: il cambiamento climatico e l'inquinamento da plastica. La ricerca, frutto di una collaborazione internazionale tra scienziati di Cina, Hong Kong, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti, getta nuova luce su un effetto serra "nascosto" che rischia di accelerare il riscaldamento del pianeta proprio quando la finestra temporale per contenere l'aumento delle temperature si sta rapidamente chiudendo.
Gli oceani rappresentano il più grande serbatoio naturale di carbonio della Terra, assorbendo circa un quarto delle emissioni antropiche di CO₂ attraverso un processo noto come pompa biologica del carbonio. Questo meccanismo fondamentale si basa sull'attività del fitoplancton, organismi microscopici che attraverso la fotosintesi catturano il carbonio atmosferico, e dello zooplancton, che trasferisce questo carbonio nelle profondità oceaniche quando muore e si deposita sui fondali. Le microplastiche interferiscono con entrambe le fasi: riducono l'efficienza fotosintetica del fitoplancton e compromettono il metabolismo dello zooplancton, indebolendo così l'intero sistema di sequestro naturale del carbonio. Come spiega il dottor Ihsanullah Obaidullah, professore associato di tecnologie integrate per il trattamento delle acque presso l'Università di Sharjah e autore corrispondente dello studio, le microplastiche non sono semplicemente inquinanti inerti ma agenti attivi che modificano i cicli biogeochimici fondamentali per la regolazione climatica.
Un elemento particolarmente insidioso emerso dalla ricerca è il ruolo della plastisfera, un ecosistema microbico complesso che colonizza la superficie delle particelle plastiche negli ambienti acquatici. Questa pellicola biologica, composta da batteri, alghe e altri microrganismi, non si limita a modificare le proprietà fisiche delle microplastiche ma partecipa attivamente ai cicli dell'azoto e del carbonio. Attraverso la propria attività metabolica, la plastisfera contribuisce direttamente alla produzione di gas serra, aggiungendo un ulteriore livello di complessità al problema. Inoltre, durante il processo di degradazione, le stesse microplastiche rilasciano nell'ambiente gas serra, amplificando l'impatto climatico. Questa combinazione di effetti diretti e indiretti trasforma le microplastiche in un acceleratore del riscaldamento globale, con conseguenze potenzialmente devastanti per gli ecosistemi marini, la sicurezza alimentare e le comunità costiere.
Lo studio ha seguito un approccio metodologico integrativo piuttosto che una revisione sistematica tradizionale, analizzando 89 ricerche pubblicate prevalentemente dopo il 2015 e coprendo il periodo dal 2010 al 2025. Questa scelta ha permesso al team internazionale di collegare concetti provenienti da discipline diverse, identificando le lacune nella conoscenza scientifica e le implicazioni politiche rispetto agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. I ricercatori hanno attinto da articoli peer-reviewed, rapporti di organizzazioni internazionali e altre fonti autorevoli focalizzate su microplastiche, salute oceanica e cambiamento climatico. L'analisi ha rivelato che gran parte della ricerca esistente si è concentrata sul rilevamento delle microplastiche e sullo sviluppo di metodi di bonifica, mentre la comprensione delle loro interazioni con i sistemi climatici rimane sorprendentemente limitata. Gli autori sottolineano che il legame tra microplastiche e clima è stato finora "sottovalutato", nonostante l'urgenza della crisi climatica richieda un'attenzione immediata a tutti i fattori che possono accelerare il riscaldamento.
La portata del problema è strettamente legata alla massiccia produzione globale di plastica. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2025, ogni anno vengono prodotte oltre 400 milioni di tonnellate di plastica, circa la metà delle quali destinata a un uso monouso. Di questa quantità enorme, meno del 10 percento viene riciclata, mentre la maggior parte finisce in discariche o dispersa nell'ambiente. Dall'inizio dell'era della plastica, l'umanità ha prodotto oltre 8,3 miliardi di tonnellate di materiale plastico, l'80 percento del quale è finito nell'ambiente o nelle discariche. Senza interventi efficaci, la produzione annuale potrebbe triplicare entro il 2060, con conseguenze catastrofiche per gli ecosistemi marini e il sistema climatico. La persistenza della plastica nell'ambiente trasforma ogni frammento prodotto in un potenziale perturbatore dei cicli biogeochimici per decenni o secoli.
I ricercatori lanciano un appello urgente per un'azione coordinata a livello globale che affronti congiuntamente inquinamento da plastica e cambiamento climatico. Tra le raccomandazioni principali figura la richiesta alle Nazioni Unite di riconsiderare come la plastica viene rappresentata negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, attualmente ridotta a un singolo indicatore che non cattura adeguatamente i rischi diffusi posti dalle microplastiche. Gli autori propongono inoltre framework di governance coordinati che integrino le politiche contro l'inquinamento plastico con quelle climatiche, particolare attenzione al riscaldamento e all'acidificazione degli oceani. Le priorità identificate includono la riduzione drastica della plastica monouso, il miglioramento dei sistemi di gestione dei rifiuti, l'incentivazione di alternative biodegradabili e l'espansione della ricerca sugli effetti delle microplastiche sui cicli del carbonio oceanico. L'impiego di strumenti di monitoraggio basati sull'intelligenza artificiale e lo sviluppo di nuovi materiali rappresentano strategie complementari per ridurre l'accumulo di rifiuti plastici.
Gli autori avvertono i decisori politici di non sottovalutare gli effetti a lungo termine delle microplastiche, anche se gli impatti attuali possono sembrare contenuti. L'accumulo progressivo di questi inquinanti suggerisce una significatività futura che potrebbe manifestarsi con effetti di riscaldamento e acidificazione oceanica difficilmente reversibili. Il dottor Obaidullah ha dichiarato che il prossimo passo della ricerca sarà quantificare con precisione l'impatto climatico delle microplastiche e sviluppare soluzioni integrate, sottolineando che questa non è solo una questione ambientale ma una sfida globale per la sostenibilità. La ricerca pone interrogativi fondamentali sulla nostra capacità di affrontare emergenze interconnesse che richiedono risposte sistemiche piuttosto che interventi frammentati, invitando la comunità scientifica e i governi a riconoscere che proteggere gli oceani dalla plastica significa anche preservare il principale alleato naturale nella lotta contro il riscaldamento globale.