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Scoperto un meccanismo di sopravvivenza nei neuroni

Uno studio dell’Università del Michigan collega il metabolismo del glucosio alla capacità dei neuroni di resistere alla degenerazione.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 28/01/2026 alle 08:55

La notizia in un minuto

  • Una ricerca dell'Università del Michigan rivela che il metabolismo degli zuccheri nei neuroni influenza direttamente la loro capacità di resistere alla degenerazione dopo lesioni o in malattie come l'Alzheimer
  • La proteina DLK agisce come interruttore molecolare con un ruolo bifasico: protegge inizialmente i neuroni danneggiati ma diventa dannosa se attiva troppo a lungo, accelerando la neurodegenerazione
  • La scoperta suggerisce nuove strategie terapeutiche basate sulla modulazione temporale delle risposte protettive naturali del cervello piuttosto che sulla loro soppressione completa

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Il sistema nervoso umano custodisce un paradosso evolutivo: mentre la maggior parte delle cellule del nostro organismo può rigenerarsi dopo un danno, i neuroni – le cellule che costituiscono l'architettura del cervello e del sistema nervoso – perdono questa capacità quasi completamente una volta raggiunta la maturità. Questa limitazione biologica rappresenta uno dei principali ostacoli nella cura di ictus, traumi cranici e malattie neurodegenerative come l'Alzheimer. Quando i neuroni e i loro assoni, le lunghe estensioni fibrose che trasmettono i segnali elettrici attraverso il cervello, subiscono lesioni, tendono a degenerare piuttosto che ripararsi, innescando un declino neurologico progressivo. Una nuova ricerca dell'Università del Michigan, pubblicata sulla rivista scientifica Molecular Metabolism, suggerisce ora che la chiave per comprendere e potenzialmente contrastare questo processo risieda in un meccanismo biologico finora sottovalutato: il metabolismo degli zuccheri all'interno dei neuroni stessi.

Monica Dus, professoressa associata di biologia molecolare, cellulare e dello sviluppo presso l'Università del Michigan e autrice senior dello studio, insieme al suo team ha condotto esperimenti utilizzando Drosophila melanogaster, il moscerino della frutta, un organismo modello consolidato nelle neuroscienze grazie alla sua rapidità riproduttiva e alla possibilità di manipolazioni genetiche precise. I risultati hanno rivelato un legame inaspettato: la resistenza dei neuroni alla degenerazione dipende strettamente da come queste cellule processano il glucosio. "Il metabolismo viene spesso alterato nelle lesioni cerebrali e in malattie come l'Alzheimer, ma non sappiamo se questo sia una causa o una conseguenza della patologia", spiega Dus. La scoperta suggerisce che modulare il metabolismo degli zuccheri potrebbe influenzare direttamente l'integrità neuronale, ma in modi sorprendentemente complessi e dipendenti dal contesto.

Il cuore della ricerca riguarda due proteine che agiscono come interruttori molecolari nella risposta neuronale al danno. La prima è la dual leucine zipper kinase (DLK), una proteina che funziona come sensore di stress neuronale e diventa attiva quando il metabolismo cellulare viene perturbato. La seconda è SARM1 (Sterile Alpha and TIR Motif-containing 1), una molecola da tempo associata al processo di degenerazione degli assoni. TJ Waller, ricercatore post-dottorato e primo autore dello studio, ha identificato come queste due proteine interagiscano in modo dinamico per determinare il destino degli assoni dopo una lesione. Quando i ricercatori hanno ridotto sperimentalmente il metabolismo degli zuccheri in neuroni sani, l'integrità neurale è risultata compromessa. Tuttavia, quando la stessa manipolazione metabolica è stata applicata a neuroni già danneggiati, si è attivato precocemente un programma protettivo: invece di degenerare, gli assoni hanno resistito più a lungo.

"I segnali metabolici determinano se i neuroni mantengono la loro integrità o iniziano a disintegrarsi, e la risposta neuroprotettiva cambia a seconda delle condizioni interne della cellula"

Questa dualità rappresenta sia una scoperta fondamentale sia una sfida terapeutica. Nelle situazioni in cui neuroni e assoni rimangono intatti, l'attività di DLK aumenta mentre il movimento di SARM1 viene contenuto, creando una combinazione che sostiene una protezione a breve termine. Ma questo equilibrio precario non dura indefinitamente. Quando DLK rimane attivo per periodi prolungati, il suo ruolo si inverte: l'attivazione continua porta a una neurodegenerazione progressiva, annullando gli effetti protettivi iniziali e accelerando il danno nel tempo. Questo fenomeno potrebbe spiegare perché alcune lesioni cerebrali mostrano inizialmente segni di recupero per poi deteriorarsi progressivamente, e fornisce una possibile interpretazione molecolare di quei rari casi in cui il cervello riesce a recuperare funzionalità dopo un trauma.

Le implicazioni per lo sviluppo di terapie sono complesse. DLK è diventata un obiettivo importante nella ricerca sulle malattie neurodegenerative, ma la sua natura bifasica – protettiva in fase acuta, dannosa se prolungata – rende difficile intervenire farmacologicamente senza causare effetti collaterali. "Se vogliamo rallentare la progressione di una malattia, dobbiamo inibire l'aspetto negativo di DLK, ma dobbiamo assicurarci di non bloccare anche l'aspetto positivo che potrebbe effettivamente aiutare a rallentare naturalmente la malattia", sottolinea Waller. La sfida consiste nel trovare strategie terapeutiche capaci di modulare selettivamente le diverse fasi dell'attività di questa proteina, preservando la risposta protettiva iniziale mentre si previene la degenerazione a lungo termine.

Lo studio, finanziato dai National Institutes of Health, dalla National Science Foundation statunitense, dalla Rita Allen Foundation e dalla Klingenstein Fellowship in the Neurosciences, offre una prospettiva concettuale nuova per affrontare lesioni cerebrali e condizioni neurodegenerative. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul blocco dei meccanismi di danno, i ricercatori propongono di valorizzare e potenziare le risposte protettive che il sistema nervoso già mette in atto spontaneamente. Comprendere come molecole come DLK passino da stati protettivi a stati dannosi potrebbe aprire la strada a interventi terapeutici più sofisticati, capaci di modulare i tempi e l'intensità delle risposte neuronali al danno piuttosto che sopprimerle completamente. Le prossime fasi della ricerca dovranno chiarire quali segnali metabolici specifici innescano questi cambiamenti e se sia possibile manipolarli farmacologicamente in modelli più complessi, avvicinando progressivamente queste scoperte a potenziali applicazioni cliniche nell'uomo.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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