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Dialisi, l’olio di pesce abbassa i gravi rischi cardiovascolari

Uno studio internazionale mostra una riduzione significativa di infarti, ictus e decessi cardiaci nei pazienti in emodialisi trattati con omega-3.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 12/01/2026 alle 09:05

La notizia in un minuto

  • Lo studio PISCES ha dimostrato che quattro grammi giornalieri di olio di pesce riducono del 43% gli eventi cardiovascolari gravi nei pazienti in emodialisi, una popolazione ad altissimo rischio
  • I pazienti dializzati presentano livelli molto bassi di omega-3 a causa di alterazioni nell'assorbimento e perdite durante la dialisi, il che potrebbe spiegare l'efficacia straordinaria dell'integrazione in questo gruppo specifico
  • I risultati si applicano esclusivamente ai pazienti in dialisi e non devono essere estesi ad altre popolazioni senza ulteriori evidenze scientifiche

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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I pazienti sottoposti a dialisi per insufficienza renale affrontano un rischio cardiovascolare straordinariamente elevato, superiore di diverse volte rispetto alla popolazione generale. Fino ad oggi, le opzioni terapeutiche per ridurre questa vulnerabilità sono rimaste estremamente limitate, con numerosi trial clinici che hanno prodotto risultati deludenti. Una nuova ricerca internazionale, però, ha identificato un intervento nutrizionale sorprendentemente efficace: la supplementazione quotidiana con olio di pesce ad alto dosaggio sembra in grado di ridurre drasticamente l'incidenza di eventi cardiovascolari gravi in questa popolazione ad altissimo rischio.

Lo studio PISCES (Omega-3 Fatty Acids in Patients on Regular Hemodialysis), i cui risultati sono stati presentati all'American Society of Nephrology Kidney Week 2025 e simultaneamente pubblicati su The New England Journal of Medicine, ha coinvolto 1.228 partecipanti sottoposti a trattamento dialitico presso 26 centri distribuiti tra Australia e Canada. La ricerca è stata coordinata a livello internazionale dalla professoressa Charmaine Lok dell'University Health Network di Toronto e dall'University of Calgary, mentre la componente australiana è stata guidata dal professor associato Kevan Polkinghorne, nefrologo presso Monash Health e affiliato alla School of Clinical Sciences della Monash University.

Il protocollo dello studio prevedeva la somministrazione giornaliera di quattro grammi di olio di pesce contenente acidi grassi omega-3 naturali, specificatamente EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), oppure un placebo. I risultati hanno evidenziato differenze clinicamente rilevanti tra i due gruppi: i pazienti che hanno assunto gli integratori di omega-3 hanno registrato una riduzione del 43% degli eventi cardiovascolari gravi rispetto al gruppo placebo. Gli endpoint primari dello studio comprendevano infarti del miocardio, ictus, decessi di origine cardiaca e amputazioni correlate a complicanze vascolari.

I pazienti in dialisi presentano livelli di EPA e DHA significativamente inferiori rispetto alla popolazione generale, il che potrebbe spiegare la magnitudine del beneficio osservato

La dimensione dell'effetto protettivo documentata dal trial PISCES rappresenta un'eccezione significativa nel panorama della ricerca cardiovascolare applicata ai pazienti nefropatici. Come ha sottolineato il professor Polkinghorne, in un campo in cui molti trial hanno prodotto risultati negativi, questo rappresenta un risultato di notevole importanza clinica. La spiegazione di questa efficacia particolarmente marcata potrebbe risiedere nelle alterazioni metaboliche caratteristiche dei pazienti dializzati: questi soggetti manifestano concentrazioni plasmatiche di acidi grassi omega-3 sostanzialmente ridotte rispetto agli individui con funzionalità renale normale, probabilmente a causa di alterazioni nell'assorbimento intestinale, nella sintesi endogena e nell'aumentata perdita attraverso il processo dialitico stesso.

È fondamentale precisare che i risultati dello studio si applicano esclusivamente ai pazienti in emodialisi per insufficienza renale terminale e non devono essere estrapolati ad altre popolazioni. Il professor Polkinghorne ha esplicitamente messo in guardia contro l'estensione indiscriminata di queste conclusioni a individui sani o ad altre categorie di pazienti, dove il rapporto rischio-beneficio della supplementazione ad alto dosaggio potrebbe essere differente e non ancora adeguatamente caratterizzato.

Il finanziamento della componente australiana dello studio è stato assicurato dal National Health and Medical Research Council (NHMRC), mentre il coordinamento operativo è stato gestito dall'Australasian Kidney Trials Network (AKTN). Circa 200 pazienti australiani hanno partecipato alla ricerca, di cui 44 seguiti presso le strutture di Monash Health. La dimensione del campione e la durata del follow-up hanno conferito allo studio una potenza statistica sufficiente per rilevare differenze clinicamente significative negli endpoint cardiovascolari, tradizionalmente eventi relativamente rari che richiedono ampie coorti per essere adeguatamente studiati.

Le prospettive future di questa linea di ricerca includono l'identificazione dei meccanismi molecolari attraverso cui gli omega-3 esercitano il loro effetto protettivo nei pazienti dializzati, la definizione del dosaggio ottimale e della durata del trattamento, nonché l'eventuale estensione degli studi ad altre popolazioni renali ad alto rischio, come i pazienti con malattia renale cronica in fase pre-dialitica o i trapiantati renali. Ulteriori indagini potrebbero anche chiarire se specifici sottogruppi di pazienti dializzati traggono benefici particolarmente marcati dalla supplementazione, permettendo così un approccio terapeutico personalizzato basato sul profilo di rischio individuale.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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