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La “natura incontaminata” europea fu plasmata dall’uomo

Uno studio su PLOS One usa algoritmi di IA e dati pollinici per mostrare come Neanderthal e sapiens abbiano modificato gli ecosistemi europei.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 13/02/2026 alle 08:35

La notizia in un minuto

  • I cacciatori-raccoglitori preistorici modificavano attivamente gli ecosistemi europei attraverso uso controllato del fuoco e caccia alla megafauna, influenzando fino al 47% della distribuzione vegetale nel Mesolitico
  • Uno studio innovativo su PLOS One ha utilizzato modelli computazionali e intelligenza artificiale combinati con dati pollinici fossili per quantificare l'impatto di Neanderthal e Homo sapiens mesolitici su scala continentale
  • La ricerca sfida il mito della natura incontaminata preagricola, dimostrando che anche popolazioni con bassa densità demografica esercitavano un'influenza ecologica misurabile per decine di migliaia di anni

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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L'Europa preistorica non era affatto il regno incontaminato che gli studiosi hanno immaginato per decenni. Decine di migliaia di anni prima della rivoluzione agricola, gruppi di cacciatori-raccoglitori – prima Neanderthal, poi Homo sapiens mesolitici – modificavano attivamente gli ecosistemi del continente attraverso l'uso controllato del fuoco e soprattutto attraverso la caccia alla megafauna. A rivelarlo è uno studio innovativo pubblicato su PLOS One, che ha combinato modelli computazionali avanzati e algoritmi di intelligenza artificiale con l'analisi di estesi dati paleobotanici, ridisegnando la nostra comprensione del rapporto tra esseri umani e ambiente nell'era glaciale.

Il team internazionale coordinato dall'Università di Aarhus, in Danimarca, con la partecipazione di ricercatori da Paesi Bassi, Francia e Regno Unito, ha adottato un approccio interdisciplinare che fonde ecologia, archeologia e palinologia – la scienza che studia i pollini fossili. Gli scienziati hanno sviluppato simulazioni informatiche per ricostruire come il clima, i grandi erbivori, gli incendi naturali e l'attività umana abbiano plasmato la vegetazione europea durante due periodi caldi del passato: l'Ultimo Interglaciale, tra 125.000 e 116.000 anni fa, quando solo i Neanderthal popolavano il continente, e l'Olocene antico, tra 12.000 e 8.000 anni fa, abitato da cacciatori-raccoglitori mesolitici della nostra specie.

La forza metodologica della ricerca risiede nella validazione incrociata dei modelli attraverso i dati pollinici reali, fossili vegetali che rappresentano una finestra insostituibile sugli ecosistemi del passato. "I modelli computerizzati hanno reso evidente che i cambiamenti climatici, i grandi erbivori come elefanti, bisonti e cervi, e gli incendi naturali da soli non potevano spiegare quanto osservato nei dati pollinici antichi", spiega Jens-Christian Svenning, professore di biologia presso l'Università di Aarhus. "Inserendo gli esseri umani nell'equazione – considerando gli effetti degli incendi provocati dall'uomo e della caccia – abbiamo ottenuto una corrispondenza molto migliore con le evidenze fossili."

I risultati quantitativi sono sorprendenti. Le simulazioni indicano che i cacciatori-raccoglitori mesolitici potrebbero aver influenzato fino al 47% della distribuzione dei tipi vegetali in Europa. L'impatto dei Neanderthal, pur essendo inferiore a causa della densità demografica molto più bassa, risulta comunque significativo: circa il 6% per la distribuzione delle specie vegetali e il 14% per l'apertura della vegetazione. Questi dati sfidano l'idea consolidata di un'Europa preagricola incontaminata, dimostrando invece che questi primi europei furono "co-creatori attivi degli ecosistemi", come sottolinea Svenning.

I Neanderthal non esitavano a cacciare e uccidere persino elefanti giganti, animali che potevano pesare fino a 13 tonnellate

Il meccanismo di trasformazione ambientale operava su due livelli interconnessi. Da un lato, l'uso intenzionale del fuoco per modificare il paesaggio bruciava alberi e arbusti, creando aperture nella copertura forestale. Dall'altro, la caccia alla megafauna – un fattore spesso sottovalutato negli studi precedenti – produceva effetti ecologici complessi e apparentemente controintuitivi. "La caccia aveva anche un forte effetto indiretto", precisa Svenning. "Meno animali al pascolo significava maggiore crescita vegetale e quindi una vegetazione più chiusa. Tuttavia, l'effetto era limitato perché i Neanderthal erano così pochi da non eliminare completamente i grandi animali o il loro ruolo ecologico, a differenza di quanto fece Homo sapiens in epoche successive."

Il confronto tra i due periodi analizzati illumina una trasformazione ecologica di portata continentale. Durante l'Ultimo Interglaciale, l'Europa ospitava una straordinaria diversità di megafauna: elefanti e rinoceronti convivevano con bisonti, uri, cavalli e cervi in un mosaico di foreste e praterie. Nel Mesolitico, invece, molti dei giganti del Pleistocene erano scomparsi o drasticamente ridotti, riflettendo l'ondata globale di estinzioni che accompagnò la diffusione planetaria della nostra specie. Questo declino della megafauna modificò profondamente le dinamiche ecologiche, alterando i pattern di dispersione dei semi, i cicli dei nutrienti e la struttura stessa della vegetazione.

Anastasia Nikulina, prima autrice dello studio, sottolinea l'importanza dell'integrazione tra discipline diverse e l'innovazione tecnologica che ha reso possibile questa ricerca. "Questa è la prima simulazione a quantificare come i Neanderthal e i cacciatori-raccoglitori mesolitici potrebbero aver plasmato i paesaggi europei. Il nostro approccio ha due punti di forza fondamentali: riunisce un insieme insolitamente ampio di nuovi dati spaziali che coprono l'intero continente nel corso di migliaia di anni, e accoppia la simulazione con un algoritmo di ottimizzazione derivato dall'intelligenza artificiale. Questo ci ha permesso di eseguire un gran numero di scenari e identificare i risultati più plausibili."

L'impiego di algoritmi di intelligenza artificiale per ottimizzare le simulazioni rappresenta un salto metodologico significativo nella ricerca paleoecologica. Questi strumenti computazionali hanno consentito ai ricercatori di testare migliaia di combinazioni di parametri ambientali e antropici, identificando quali scenari riproducessero meglio le tracce polliniche effettivamente rinvenute negli strati geologici. La convergenza tra dati empirici, modelli teorici e potenza di calcolo apre prospettive inedite per comprendere le dinamiche ecosistemiche del passato profondo.

Le implicazioni di questa ricerca si estendono ben oltre la comprensione accademica del passato. Riconoscere che gli esseri umani hanno modellato attivamente gli ecosistemi per decine di millenni modifica radicalmente il concetto stesso di "natura incontaminata" e ha conseguenze per la conservazione contemporanea. Come evidenzia lo studio, anche popolazioni con densità demografiche estremamente basse e tecnologie apparentemente semplici esercitavano un'influenza ecologica misurabile su scala continentale. Questi risultati sono coerenti tanto con gli studi etnografici sui gruppi di cacciatori-raccoglitori contemporanei quanto con i reperti archeologici, ma li integrano documentando quantitativamente l'estensione dell'impatto umano in epoche remotissime.

Nonostante i progressi, rimangono lacune significative nella ricostruzione dell'influenza antropica preistorica sugli ecosistemi. Nikulina e Svenning indicano che simulazioni analoghe potrebbero essere applicate ad altre regioni e periodi temporali, con particolare interesse per continenti come le Americhe e l'Australia, che non furono abitati da specie di ominini precedenti prima dell'arrivo di Homo sapiens. Questo consentirebbe confronti illuminanti tra paesaggi con e senza presenza umana prolungata. "Sebbene i grandi modelli offrano un quadro ampio, gli studi locali dettagliati sono assolutamente essenziali per migliorare la nostra comprensione dei modi in cui gli esseri umani hanno plasmato il paesaggio in epoca preistorica", conclude Svenning, delineando le direzioni future di una ricerca che riscrive la storia profonda del rapporto tra umanità e ambiente.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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