Nel complesso universo delle neuroscienze, una piccola regione cerebrale chiamata corteccia entorinale sta emergendo come chiave fondamentale per comprendere l’Alzheimer. Questa zona, che funziona come una sorta di GPS interno del cervello e gioca un ruolo cruciale nella formazione dei ricordi, è uno dei primi bersagli della malattia neurodegenerativa. Due scienziate del Fralin Biomedical Research Institute della Virginia, Sharon Swanger e Shannon Farris, stanno ora collaborando per svelare i misteri molecolari che rendono questa regione così vulnerabile.
L’enigma delle centraline energetiche cerebrali
Al centro della loro indagine ci sono i mitocondri, minuscole centrali energetiche dei neuroni. Questi organelli, indispensabili per alimentare i processi di comunicazione tra le cellule nervose, sembrano andare in tilt durante lo sviluppo dell’Alzheimer. Le ricercatrici sospettano che il problema sia legato a un sovraccarico di calcio: essenziale per il funzionamento sinaptico, ma tossico quando presente in eccesso.
“La connessione tra queste cellule è una delle prime a cedere nell’Alzheimer”, spiega Farris. “Abbiamo scoperto che questa sinapsi presenta segnali di calcio insolitamente intensi nei mitocondri vicini, così forti che riusciamo a vederli chiaramente al microscopio ottico”.
Quando la comunicazione neuronale si inceppa
L’approccio del duo combina due prospettive complementari: Swanger si concentra sui meccanismi di comunicazione sinaptica nei circuiti più vulnerabili, mentre Farris studia il funzionamento molecolare dei diversi circuiti nel centro della memoria cerebrale. Questa sinergia promette di colmare lacune cruciali nella comprensione della malattia.
Il progetto è sostenuto dall’Alzheimer’s and Related Diseases Research Award Fund del Commonwealth della Virginia, un investimento che sottolinea l’importanza del supporto pubblico. “Questo tipo di sostegno è fondamentale”, afferma Farris. “Permette ai ricercatori di formulare domande che potrebbero fare la differenza per chi convive con l’Alzheimer”.
Un laboratorio vivente per osservare l’invisibile
Per testare le loro ipotesi, le scienziate confrontano tessuti cerebrali di topi sani con quelli di modelli che presentano caratteristiche tipiche della patologia. Questo approccio consente di osservare in tempo reale come si deteriora il circuito corteccia entorinale-ippocampo, offrendo una finestra privilegiata sui primi segnali di stress cellulare.
La ricerca si inserisce in un contesto più ampio di studi sulla vulnerabilità selettiva di specifiche aree cerebrali, ricordando come alcune zone siano più esposte agli effetti devastanti della neurodegenerazione. L’obiettivo è identificare marcatori precoci che possano aprire nuove strade terapeutiche e cambiare radicalmente la lotta contro una delle malattie più temute del nostro tempo.