C’è stato un momento molto preciso nella storia recente in cui ci siamo svegliati dentro un mondo diverso. Una faglia apparentemente invisibile, specialmente alle nuove generazioni, eppure decisiva per uno dei cambi culturali più grossi della storia recente.
Un evento seguito da pochi, visto che si parlava solo di appassionati e addetti ai lavori, eppure così potente da stravolgere completamente una cultura, creando un punto preciso in cui il passato ha ceduto il posto al presente.
Prima di proseguire oltre, però, voglio farvi una domanda: vi ricordate quando eravate più giovani, adolescenti al liceo o addirittura ragazzini delle medie, cosa era virale?
Guarda caso tutti ascoltavamo bene o male la stessa musica, recitavamo a memoria le gag dei Simpson, un passaggio di un film di Aldo Giovanni e Giacomo o, per i più vecchi, la battuta del momento partorita il lunedì sera da Mai Dire Gol.
La viralità dell’epoca era recintata, confinata a cosa tutti vedevamo o ascoltavamo, per carità c’erano le mosche bianche, quei compagni di classe che tiravano sempre fuori dal cilindro il cd sconosciuto o il film in VHS che nessuno aveva mai sentito nominare, ma in linea di massima le colonne sonore delle nostre vite erano decise da MTV e le battute da fare in compagnia dei nostri amici, erano un copione scritto dalla televisione dell’epoca.
Un feonomeno chiamato “monoculture”
Prima della rivoluzione che vi accennavo poc’anzi la cultura pop, italiana e non, era semplicemente omologata. Se volevi guardare la televisione, il panorama che ti si poneva davanti era uno solo: Rai, Mediaset, MTV, reti regionali non meglio definite e quella Tele+ che fungeva da “sorella minore” delle reti digitali odierne.
Il film in prima serata, di questo o quel canale, era il punto di partenza delle discussioni fra i banchi della mattina seguente; i teen drama erano un fenomeno stagionale, così come le battute delle sit-com “da adulti” che trasmetteva MTV, forgiarono il vocabolario della generazione di chi vi sta scrivendo in questo momento.
Una viralità, o meglio una cultura popolare, indirizzata, controllata, che apparteneva a direttori di palinsesto, redazioni e agenzie stampa. Erano loro a decidere quali programmi avrebbero riempito il dopocena delle famiglie, quale tormentone estivo avrebbero ballato tutti, quale serie televisiva su MTV avrebbe catturato gli adolescenti e quale genere musicale avrebbe dovuto dominare la scena in quell’anno.
Quel fenomeno si chiamava “monoculture” e a poco serviva il rudimentale internet di quegli anni per contrastarlo. Facebook sarebbe arrivato solo nel 2004; YouTube nel 2005… entrambi una manciata di anni prima della rivoluzione di cui vi parlavo.
Il tech, così come i videogiochi, erano argomenti di nicchia. Trattati con sdegno, superficialità, o con poco interesse, dalla stampa generalista e quindi troppo poco mainstream per entrare di peso nella cultura di quegli anni.
La prima Playstation fu, forse, il primo fenomeno culturale tanto estraneo quanto perfettamente allineato a questo fenomeno. Nessuno che non fosse un videogiocatore conosceva il SEGA Saturn o il compianto DreamCast; il Nintendo 64 era considerato un “prodotto per bambini” dai più (anche in virtù dell’essere presente anche nei negozi di giocattoli), ma la Playstation la volevano tutti perché era POP. Anche chi non era un videogiocatore incallito, ne aveva una in salotto e questo portò alla nascita delle prime icone videoludiche.
Fenomeni pop nati dalla massa e in seguito abbracciati completamente dal sistema, quasi a rappresentare che la “monoculture” oramai era un modo di vivere talmente radicato dal non essere più solamente un fenomeno limitato a un intera nazione che commentava la stessa finale di un reality o memorizzava le stesse battute dei comici. La cosa più terrificante di quegli anni? Quella sensazione di estraneità quando si veniva ostracizzati perché non interessati al trend del momento.
Poi arrivò gennaio 2007
Sono certo che molti di voi ora negheranno questa cosa, rifiutandosi di accettarla perché sembra di cadere sempre nello stesso momento storico della tecnologia moderna, ma la rivoluzione di cui vi parlo avvenne in un giorno preciso: 9 gennaio 2007.
In quella data Steve Jobs presentò al mondo il tanto chiacchierato “cellulare di Apple”, ovvero l’iPhone uno smartphone che, come citato più volte dallo stesso CEO dell’azienda, era un telefono, un iPod e un “internet communicator”.
Un evento che, almeno dalle nostre parti e specialmente per le persone non appassionate e non addette ai lavori, passò quasi in sordina. Uno dei tanti annunci tecnologici che, per quanto futuristico, occupava con titoli deliranti il trafiletto principale della pagina dedicata alla tecnologia del quotidiano nazionale.
Eppure quello fu il giorno in cui la “monoculture” accusò il primo colpo. Qualcosa si incrinò e non sarebbe più tornato al suo posto. Da quel momento in poi chiunque poteva avere una finestra sul mondo nel palmo di una mano. Tutti potevano accedere a internet, ascoltare nuova musica, coltivare nuovi interessi, approfondire interessi che fino a quel momento poteva fare solo in contesti più limitati e indirizzati.
Da quel giorno lo schermo non era più omologato ma diventava personale. L’offerta multimediale non stava più su una ventina di canali, si era spostata dappertutto e in nessun luogo. Migliaia di video in streaming, milioni di album musicali, decine di milioni di notizie al giorno. Ogni angolo del mondo era scrutabile da chiunque in qualsiasi momento con estrema facilità.
Il problema improvvisamente mutò. Ora trovare contenuti che soddisfassero il proprio interesse non era più il problema… il problema era sopravvivere alla loro moltitudine. non è più trovare contenuti, ma sopravvivere alla loro moltitudine.
In quegli anni tumultuosi, quando internet si spostò dai salotti alle tasche di milioni di persone, subentrò un’entità che non solo finì di distruggere la “monoculture” ma si premunì anche di spazzarne via i resti, facendola dimenticare alle generazioni moderne: l’algoritmo.
Un entità che non suggerisce, filtra; non indica la strada, la costruisce attorno all’utenza giorno dopo giorno.
Una rivoluzione culturale o una condanna?
La diffusione degli smartphone negli anni seguenti portò a uno stravolgimento culturale gargantuesco. Prima qualcuno sceglieva per tutti; dopo qualcosa sceglieva per ciascuno. Quando la “monoculture” era dominante, scoprire non era un atto individuale, era una marcia collettiva. Con l’algoritmo, quella collettività è stata divisa in mille momenti simultanei, tutti invisibili gli uni agli altri. divisa si divide.
Se prima una tavolata di amici parlava delle stesse cose, al netto della classica mosca bianca che portava alla luce quella cosa ignota a tutti, ora ci si può trovare nello stesso momento con una persona che divora docuserie sul crimine, un’altra che si perde in tutorial improbabili e un’altra ancora che ha appena scoperto un nuovo sotto genere di punk est europeo. Mille momenti simultanei, ognuno invisibile agli altri.
Tutti ammaliati da microgeneri, sottoculture, gruppi di persone che, nella maggior parte dei casi, risultano irrilevanti al mondo esterno, ma sono tutti parte di quel feed che compone l’universo che gravita attorno a ognuno di noi. Tutti seduti allo stesso tavolo, ma altresì tutti culturalmente lontani anni luce.
In un primo momento questo cambiamento culturale potrebbe sembrare incredibilmente positivo. Ognuno è finalmente libero di coltivare i propri interessi, trovare con un “tap” sullo schermo altre persone interessate realmente agli stessi argomenti e non sentirsi più un pesce fuor d’acqua quando un trend globale non è di suo gradimento.
Riflettendo più attentamente, però, si realizza che l’algoritmo non è un esploratore intraprendente, ma solo un custode della familiarità. Mostra ciò che è ci piace, che è vicino ai nostri gusti, materiale per certi versi rassicurante e capace di sedimentare le nostre passioni senza, rendendoci però più complesso scoprirne di nuove.
La cultura dell’algoritmo è un mondo che raramente ci sorprende e quasi mai ci contraddice, portandoci a chiederci se ci abbia salvati o se, molto banalmente, ci abbia intorpiditi. Prendiamo d’esempio nuovamente la musica.
Dalla morte di MTV in favore della fruizione di musica in streaming, quanti nuovi artisti avete conosciuto? Quanti trend musicali vi si sono scontrati addosso come un treno a tutta velocità? Prima la celebre “heavy rotation”, con le sue classifiche imposte, ci permetteva di sentire costantemente una varietà di generi che, per quanto potenzialmente lontani dai nostri gusti, permettevano di tanto in tanto di scoprire nuovi artisti che mai ci saremmo sognati di ascoltare di nostra iniziativa. È vero. Se volevamo ascoltare brutal metal norvegese dovevamo sperare in qualche disco sconosciuto che spuntava dallo zaino di un compagno di studi, o in qualche consiglio su qualche forum, ma allo stesso tempo eravamo bombardati di così tanti contenuti diversi, che si finiva per apprezzare cose impensabili.
Oggi invece, ne abbiamo guadagnato assolutamente in autonomia, distaccandoci dai tormentoni estivi e potendo finalmente trovare ogni singolo brano affine ai nostri gusti in un click, ma allo stesso tempo abbiamo perso quella sensazione di condivisione collettiva.
Ciò che diventa virale oggigiorno, è in realtà un tormentone della nostra “bolla social”. Gli stessi meme, quando realizzati dalle grandi aziende, non fanno ridere per il semplice motivo che esulano da questa dinamica di “gruppo ristretto” cercando di divertire la totalità delle persone… fallendo miseramente.
Sia chiaro, non si tratta di decidere quale periodo sia migliore. La monoculture aveva il grosso difetto di ostracizzare tutto quello che non era vendibile; che non rispettava le regole di pochi per piacere a molti. La cultura dell’algoritmo, però, tende a condurci sempre negli stessi posti. Senza più finestre che si affacciano su altri mondi, altre realtà, altre culture.
Per noi che anagraficamente parlando siamo fra gli “enta” e gli “anta” ci può sembrare che tecnologia e cultura si siano intrecciate generando un cambiamento drastico ma tuttora in fase di assestamento. D’altronde la “tv spazzatura” è ancora viva e vegeta, così come al netto del dominio dei servizi in streaming, i cinema sono ancora lì pronti per ospitare il prossimo fenomeno globale di cui discutere sui gruppi a tema presenti in questo o quel social network.
L’unica certezza è che non torneremo più indietro. Le spiagge che cantano tutte la stessa canzone saranno presto un ricordo di un epoca passata, sostituite da tante playlist diverse che uniranno meno persone, ma le faranno sentire maggiormente a casa.
Rimane l’annoso quesito se questo cambio culturale sarà una condanna per le generazioni future. Se questo ritrovarsi in una costante comfort zone ammazzerà la curiosità imposta da una cultura omologata, portandoci tutti a spendere ogni minuto libero della nostra vita a infarcirci di contenuti usa e getta pensati solo per distrarci con tematiche per noi confortevoli.
Di certo la colpa di un eventuale assopimento della curiosità umana non sarà colpa dell’algoritmo, con il potere offerto dagli strumenti attuali non voler scoprire il mondo che ci circonda non è più imputabile a nessun altro al di fuori di noi.