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Facebook, Live interdetto per chi violerà “le nostre regole più serie”

A due mesi di distanza dagli attacchi contro le moschee in Nuova Zelanda, Facebook annuncia un giro di vite: basterà trasgredire le regole anche una sola volta per vedersi interdetto l'utilizzo di Live per un certo periodo di tempo.

“Chiunque violerà le nostre regole più serie sarà limitato nell’uso del Live per un certo periodo di tempo, ad esempio 30 giorni, a partire dalla prima violazione”. Ad affermarlo è Facebook tramite una nota stampa. A due mesi di distanza dagli attentati di Christchurch, in Nuova Zelanda, ecco dunque arrivare un primo, deciso, giro di vite sulla diffusione di video online che incitino esplicitamente al terrorismo o all’odio, politico, religioso e razziale.

“Se ci fossero già state queste nuove condizioni in atto l’attentatore di Christchurch non avrebbe potuto trasmettere il massacro in diretta streaming dal suo account, lo scorso marzo”, ha dichiarato un portavoce di Facebook a CNN Business.

L’approccio, già ribattezzato “one strike”, va incontro all’impegno che l’Unione europea, diversi Stati e associazioni chiedono da tempo a Facebook e ad altri colossi social e sembra rispondere bene alla rinnovata esigenza di filtrare i contenuti sul Web. Facebook del resto sta anche investendo 7,5 milioni di dollari in seguito alla partnership con tre prestigiose università come quella del Maryland, la Cornell e quella di Berkeley, al fine di sviluppare nuove soluzioni per individuare immagini, video e audio manipolati appositamente per eludere i controlli.

I problemi però non mancano. Anzitutto Facebook non ha chiarito quali siano le “regole o le condizioni più serie” e quindi su quali basi si deciderà di bloccare questo o quel contenuto. Ma soprattutto la soluzione, almeno formulata in questi termini, sembra essere parte del problema stesso, ossia dell’enorme concentrazione di potere mediatico nelle mani di un unico soggetto privato.

Se infatti è sbagliato che un gruppo guidato esclusivamente da interessi economici possa gestire una tale mole di dati, lo è altrettanto chiedere allo stesso di risolvere il problema, per gli stessi motivi. Facebook non è un singolo governo o un insieme di Stati, non è portatore o garante di regole che servono una o più comunità e non può quindi essere garanzia di democraticità delle decisioni e trasparenza sui processi.

In sostanza è giusto pretendere che Facebook e gli altri colossi del Web facciano la propria parte e si assumano le enormi responsabilità che il loro ruolo gli procura, ma non è giusto, né sicuro per una democrazia, demandare il ruolo di verificatore, giudice ed esecutore unicamente a un soggetto privato animato da interessi economici. Per una volta dunque tocca dare ragione a Mark Zuckerberg, che chiede invece un impegno diretto e una compartecipazione da parte degli Stati sia nel dettare nuove regole sia nello sviluppare strumenti atti ad attuarle.