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I resi troppo facili sono un problema ambientale o etico?

H&M sta seguiendo un trend sempre più popolare nel Regno Unito, ovvero far pagare i resi ai clienti per salvare l'ambiente.

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Avatar di Andrea Maiellano

a cura di Andrea Maiellano

Author @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 19/09/2023 alle 20:52
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L'ultima tendenza nel Regno Unito, sembra essere quella di far pagare ai clienti il reso degli articoli acquistati. Sebbene ciò possa rappresentare un disagio per i portafogli dei consumatori, potrebbe avere un impatto ambientale positivo. I resi gratuiti comportano un costo ambientale, ovvero un maggiore inquinamento e una produzione di rifiuti aggiuntiva.

H&M è l'ultimo marchio che si è unito a questa tendenza e ha cominciato a fare pagare per i resi nel Regno Unito, almeno secondo quanto riportato dalla BBC nella giornata di oggi. H&M si unisce, quindi, a Zara, Uniqlo e diversi altri marchi di abbigliamento che riducono i propri costi eliminando i resi gratuiti.

La casa madre che possiede Zara, Inditex, e H&M, rappresenta le due più grandi catene di abbigliamento al mondo. Se queste politiche iniziano a diffondersi al di fuori del Regno Unito, potrebbero avere un impatto significativo sull'impronta ambientale, almeno per quanto concerne l'industria della moda per le masse.

Ogni prodotto, difatti, compie numerose tratte prima di arrivare fisicamente nel negozio in cui viene acquistato. Compiere un reso, o perlomeno incentivare tale pratica, non fa altro che aumentare il numero di viaggi che questi prodotti compiono, generando emissioni aggiuntive che, nella maggior parte dei casi, potrebbero venire evitate compiendo acquisti ragionati.

La popolarità dello shopping online con resi gratuiti, difatti, ha incoraggiato le persone a utilizzare le proprie case come camerini. È facile acquistare un prodotto online, provarlo a casa e quindi restituire un articolo insoddisfacente o che semplicemente si voleva "solo provare".

Tutto ciò ha avuto un crescente impatto sull'ambiente. Negli Stati Uniti, le emissioni di anidride carbonica legate al trasporto di merci restituite sono cresciute da 15, a 24 milioni di tonnellate metriche di CO2 fra il 2019 e il 2022. Questo è, approssimativamente, l'equivalente dell'inquinamento climatico prodotto da oltre 5,3 milioni di auto a benzina nel corso di un anno.

Quasi la metà degli acquisti online viene restituita, riporta The Guardian. Ciò, però, non significa che gli articoli tornino sugli scaffali; solo la metà di questi prodotti restituiti viene rimessa in vendita negli Stati Uniti. Secondo una stima, lo scorso anno sono finiti nelle discariche statunitensi, quasi 10 miliardi di libbre di merce resa.

Disincentivare l'abuso dei resi è uno dei modi in cui le aziende possono ridurre questo spreco e le emissioni da esse generate. Ovviamente per cambiare questa tendenza sarà necessario fornire ai consumatori informazioni più accurate, e dettagliate, sui prodotti disponibili online, oltre che specificare in maniera appropriata l'aggiunta di un costo per il cliente finale, in caso di reso.

Fonte dell'articolo: www.theverge.com

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