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Spazio e Scienze

Katie Bouman, la donna dietro l’immagine del black hole

L'immagine storica dell'orizzonte degli eventi attorno a un buco nero ha fatto il giro del mondo, ma chi è Katie Bouman, la donna grazie a cui questa storica conquista è stata possibile?

In questi giorni l’immagine dell’orizzonte degli eventi di un buco nero, ricostruita sulla base dei dati raccolti dall’Event Horizon Telescope, ha fatto il giro del mondo e tutti noi ci siamo riscoperti un po’ astrofisici, postando commenti e articoli sulle nostre bacheche. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza gli algoritmi messi a punto da una timida ragazza di 29 anni che, dinanzi a quell’immagine storica, ha reagito con un’espressione di incredibile semplicità che ce l’ha fatta subito diventare simpatica. Katie Bouman.

Bouman, il cui cognome notiamo incidentalmente avere un’assonanza con il Bowman di 2001: odissea nello Spazio, l’astronauta che alla fine del film entra proprio in un buco nero, attualmente è assistente di informatica e scienze matematiche presso il prestigioso CalTech. Il successo della missione EHT, di cui vi abbiamo già dato tutti i dettagli, è dovuto però al lavoro svolto negli ultimi tre anni in collaborazione col Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory e l’Haystack Observatory del MIT oltre che con l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.

È qui che, a partire dal suo lavoro di laurea, hanno preso forma quelle formule matematiche che pochi giorni fa hanno permesso di rendere visibile l’invisibile. Già perché a differenza di quanto passato un po’ frettolosamente dai media generalisti anzitutto non si tratta di una “foto” e non ha a che fare con un buco nero.

L’immagine infatti è un’elaborazione grafica di dati radio, mentre il soggetto non è un buco nero che, per definizione, è invisibile, ma l’orizzonte degli eventi appunto, la soglia oltre la quale precipita senza fare più ritorno l’enorme massa di materia risucchiata dalla sua gravità, che poi è la ciambella luminosa che si vede nell’immagine.

Senza i calcoli cruciali di Katie non sarebbe stato possibile ottenere quell’immagine perché i miliardi di byte di dati raccolti dagli otto radiotelescopi terrestri utilizzati nell’esperimento e puntati verso il buco nero al (quasi) centro di Messier 87, una “galassia lontana lontana” (55 milioni di anni luce), necessitavano di essere correlati tra loro affinché l’esperimento stesso avesse successo.

Ciascuno di essi infatti ha effettuato l’osservazione nello stesso momento, coordinati da orologi atomici precisissimi. L’idea era di realizzare così virtualmente un unico radiotelescopio del diametro della Terra stessa. Per farlo però bisognava appunto correlare tutti i dati, come fossero stati prodotti effettivamente da un solo strumento. E questo è ciò che ha reso possibile fare l’algoritmo.

Katie Bowman a sinistra e, a destra, Margaret Hamilton

In questo nostro tempo follemente veloce, l’entusiasmo mediatico per “la foto del buco nero” svanirà altrettanto velocemente, fagocitato da altri eventi, come il plasma incandescente che precipita oltre l’orizzonte degli eventi. Il nostro augurio è che i meriti di Katie non siano dimenticati, come accadde oltre 50 anni fa a Margaret Hamilton, senza il cui software non ci sarebbe stato alcun “uomo” sulla Luna.

Se gli argomenti accennati in questo articolo vi attirano leggete La natura dello spazio e del tempo, un libro scritto da Hawking e Penrose che tratta di buchi neri, Big Bang, inflazione