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A quanto pare, l'IA non lavora bene come gli uomini

Le crepe nel rinascimento dell'IA emergono chiaramente: da Anthropic a LinkedIn, nessuno vuole contenuti generati dall'intelligenza artificiale per la propria reputazione professionale

Avatar di Antonino Caffo

a cura di Antonino Caffo

Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 17/07/2025 alle 09:50
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A giugno, Anthropic ha chiuso definitivamente Claude Explains, il blog che doveva rappresentare l'incontro perfetto tra creatività umana e intelligenza artificiale. Il progetto, che prometteva di rivoluzionare il content marketing attraverso contenuti curati dall'IA ma supervisionati da editor umani, non è mai riuscito a conquistare un pubblico significativo. Nessuno, evidentemente, aveva voglia di leggere quello che molti hanno definito "AI slop" - contenuti artificiali di bassa qualità mascherati da editoriali di valore.

Quasi contemporaneamente, Ramp ha pubblicato un'analisi che suggerisce come le aziende stiano ridimensionando i loro ambiziosi piani di spesa per l'intelligenza artificiale. L'azienda ha citato il caso di Klarna, dove l'implementazione di un sistema di customer service "AI-first" ha generato più problemi che soluzioni. I clienti, semplicemente, non volevano che i loro problemi fossero risolti da un algoritmo, preferendo l'interazione umana nonostante i costi superiori.

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Il paradosso di LinkedIn e la leadership artificiale

Ma è stata la dichiarazione del CEO di LinkedIn a catturare l'attenzione degli analisti del settore. L'ammissione pubblica delle sottoperformance dell'assistente di scrittura IA del social rappresenta un caso studio illuminante: i professionisti si rifiutano di affidare la propria reputazione pubblica agli algoritmi. "Se vieni criticato su X o TikTok, è una cosa," ha spiegato il CEO, "ma quando succede su LinkedIn, questo impatta realmente la tua capacità di creare opportunità economiche per te stesso."

La resistenza degli utenti LinkedIn all'AI writing assistant rivela una verità scomoda: in un'era dove il personal branding professionale è diventato cruciale per il successo lavorativo, nessuno vuole rischiare che un'allucinazione dell'IA comprometta la propria carriera. LinkedIn ha trasformato la presenza online da "nice-to-have" a "must-have", creando un ecosistema dove l'assenza o la debolezza del proprio profilo rappresenta un vero handicap professionale.

Questa dinamica è resa ancora più interessante dal fatto che LinkedIn sta promuovendo un cambiamento fondamentale nel modo in cui valutiamo i professionisti. Il feed della piattaforma sta progressivamente sostituendo il curriculum tradizionale come strumento primario di valutazione professionale. L'engagement sui social network in stile business non è più un extra, ma sta diventando il futuro stesso della ricerca di lavoro e della crescita professionale.

Quando tutti usano l'AI, nessuno si distingue più

Il paradosso emerge in tutta la sua contraddittorietà quando lo stesso CEO di LinkedIn ammette di utilizzare Microsoft Copilot per comunicare con il suo capo, Satya Nadella: "Ogni volta, prima di inviargli un'email, premo il pulsante Copilot per assicurarmi di sembrare intelligente come Satya".

Una dichiarazione che suona più come marketing per il prodotto Microsoft che come una genuina testimonianza d'uso, sollevando interrogativi sulla sincerità di questo approccio critico all'IA.

La storia di Builder.ai

Ma c'è anche un altro paradosso, ancora più distintivo di quanto il trend dell'IA possa causare danni piuttosto che apportare benefici. È la storia di Builder.ai. L'azienda, che aveva raggiunto una valutazione di 1,5 miliardi di dollari, con il supporto notevole di colossi come Microsoft, è precipitata nella bancarotta per una discrepanza fondamentale tra ciò che Builder.ai promuoveva e la sua effettiva operatività. La compagnia aveva costruito la sua reputazione e attratto ingenti investimenti dichiarando di affidarsi in modo preponderante all'intelligenza artificiale per la creazione di applicazioni e software. La promessa era quella di un processo di sviluppo automatizzato, rapido ed efficiente, abilitato da algoritmi avanzati capaci di comporre codici e funzionalità con minima o nessuna interazione umana diretta. Tuttavia, la realtà emersa successivamente ha svelato una verità ben diversa: dietro la facciata dell'IA onnipotente si celava in realtà un gruppo di 700 dipendenti in carne e ossa. Queste persone, e non gli algoritmi, erano il vero motore dietro lo sviluppo e la personalizzazione dei progetti. In sostanza, l'azienda vendeva un'illusione di automazione spinta dall'IA, mentre il lavoro era svolto in maniera tradizionale, con una manodopera significativa. 

Un commento sulla doppia morale del mercato

L'analisi della situazione attuale rivela una responsabilità collettiva in questo scenario. Il mercato del lavoro ha abbracciato per anni la cultura del job-hopping o della crescita professionale accelerata, creando una domanda costante per strumenti che semplificassero la ricerca di opportunità migliori. Ma ogni volta che si rende qualcosa più semplice, questo diventa anche più vulnerabile allo sfruttamento e alla banalizzazione.

La leadership aziendale ha ripetuto come un mantra che "l'IA non è una sostituzione, è uno strumento," ma questo messaggio sembra essere destinato principalmente ai dipendenti. Mentre le aziende sostituiscono risorse umane con soluzioni automatizzate, si aspettano che i lavoratori rimasti utilizzino l'IA come supporto, non come sostituto. Questa doppia morale sta finalmente emergendo in superficie, costringendo i decision-maker a confrontarsi con le contraddizioni della loro strategia.

Il rigetto crescente dell'IA come replacement da parte degli utenti finali potrebbe rappresentare un punto di svolta. Quando i professionisti rifiutano di delegare la propria leadership agli algoritmi, stanno inviando un segnale chiaro: esistono ambiti dove l'autenticità umana resta insostituibile. LinkedIn, pur ammettendo il fallimento della sua funzionalità, non cambierà strategia perché comprende che il valore aggiunto della piattaforma risiede proprio in questa tensione tra automazione e personalizzazione.

L'IA non va evitata ma c'è da capire come e dove integrarla, se necessario. L'IA che impara da contenuti generati da altre IA rappresenta un rischio concreto per la qualità e l'originalità del output. La vera rivoluzione potrebbe arrivare non dall'adozione massiva della tecnologia generativa ma dalla capacità di riconoscere i suoi limiti e di preservare spazi per l'intervento umano autentico.

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