Chi sarà pronto farà il capo di se stesso e potrà fare anche soldi in breve tempo, finché il sistema non sarà totalmente sbilanciato verso l'ia
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Un aspetto che i dev si dimenticano completamente è il sistema di copyright e licenze del source code. La roba prodotta dalla AI - con tutto il prompting che ti pare - non è copyrightable, negli USA come altrove. Un dipendente oggi può tranquillamente produrre l'infinito da zero con AI tooling e portarsi via tutto senza tema di problemi: è tutto public domain. Il copyright lo hai - se lo hai: CLAUDE.md s elo scrive da solo /init - ce l'hai solo sui documenti di input. Sul codice amen. Non una bellissima cosa per l'azienda quadrarica media. Aggiorneranno l'impianto legale? Si certo, intanto arrangiati.
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Ho letto fino a "ho scritto questo articolo con Claude". Ok, grazie, quando vuoi essere letto prova a scriverlo tu.
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Il problema é che se va come dice lei il consiglio di "adattarsi al cambiamento" é sostanzialmente inutile. Se il coding sparirà le persone si adatteranno gioco forza per pagare affitto e bollette: il problema é che le posizioni disponibili saranno molte meno. Su 100 programmatori che impareranno ad orchestrare agenti, ne serviranno forse 10. Quelle 10 persone quanto camperanno di un lavoro di orchestrazione che prima o poi diverrà a portata di AI anch'esso? Ma soprattutto orchestro agenti per produrre cosa? Il mercato si regge su una marea di servizi SaaS che servivano a lavoratori umani: strumenti di observability, analisi dati, autenticazione, suite da ufficio, automatizzazioni e semplificazione di integrazioni: se il lavoro viene svolto da AI generaliste, chi ha più bisogno di acquistare licenze per servizi del genere? Adattarsi al cambiamento ha senso quando l'adattamento lo puoi capitalizzare per 20 anni, arriveremo a livello di fare upskilling per 6 mesi ed essere già fuori mercato. Il fumo negli occhi é non capire che se sparisce una roba intellettualmente complessa come il coding é perché sta sparendo il lavoro, la pillola blu e pensare che "basterà adattarsi".
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Un articolo che meritava di esser letto, finalmente
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A questo punto mi domando: ha ancora senso una laurea in informatica o ingegneria informatica? Oppure, visto il gargantuesco progresso delle AI, tanto vale dedicarsi ad altro?
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Ho letto fino a "ho scritto questo articolo con Claude". Ok, grazie, quando vuoi essere letto prova a scriverlo tu.
Proprio in virtù di questa tua risposta ti consiglio di leggere invece integralmente l'articolo
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Il problema é che se va come dice lei il consiglio di "adattarsi al cambiamento" é sostanzialmente inutile. Se il coding sparirà le persone si adatteranno gioco forza per pagare affitto e bollette: il problema é che le posizioni disponibili saranno molte meno. Su 100 programmatori che impareranno ad orchestrare agenti, ne serviranno forse 10. Quelle 10 persone quanto camperanno di un lavoro di orchestrazione che prima o poi diverrà a portata di AI anch'esso? Ma soprattutto orchestro agenti per produrre cosa? Il mercato si regge su una marea di servizi SaaS che servivano a lavoratori umani: strumenti di observability, analisi dati, autenticazione, suite da ufficio, automatizzazioni e semplificazione di integrazioni: se il lavoro viene svolto da AI generaliste, chi ha più bisogno di acquistare licenze per servizi del genere? Adattarsi al cambiamento ha senso quando l'adattamento lo puoi capitalizzare per 20 anni, arriveremo a livello di fare upskilling per 6 mesi ed essere già fuori mercato. Il fumo negli occhi é non capire che se sparisce una roba intellettualmente complessa come il coding é perché sta sparendo il lavoro, la pillola blu e pensare che "basterà adattarsi".
Concordo al 1000%. È incredibile come chi scrive in maniera entusiastica di questo non riesca a fare un passo in più. Se togli la persona dall'equazione, il software stesso non serve più. Paradossalmente la AI non serve più. O forse l'uomo non serve più.
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C'è molta enfasi sul lavoro dello sviluppatore, che sicuramente verrà investito ma personalmente non so prevedere se sparirà o meno. Sicuramente cambierà. Molto meno su altre professioni. L'assicuratore? Il consulente finanziario? Adesso però ti parlo del giornalista o divulgatore o addirittura dell'insegnante. Io ho letto metà dell'articolo perché ho capito il tono e poi ho ritrovato lo stesso schema che si ripeteva producendo esempi a cui non sono particolarmente interessato perché non mi riguardano affatto o non mi riguardano ancora. Di recente grazie all'AI sono riuscito a capire la teoria della relatività per un motivo molto semplice. Perché nella discussione che abbiamo avuto ha capito quello che io non capivo e ha prodotto un ragionamento ed un esempio che puntava proprio a quello. Abbiamo avuto quella che si potrebbe definire una discussione socratica e aperta su un determinato argomento. Il mio modello mentale si è arricchito perché quel dialogo era fatto per me. Ora un articolista parla a tutti e a nessuno ed ecco perché la maggior parte degli articoli hanno il retrogusto di una predica. Quando si tratta di leggere opere dell'intelletto come quelle che vengono da grandi autori, considero ancora l'essere umano superiore. Ma quando si tratta di riassumere, rispiegare, parafrasare, confrontare, raccogliere, schematizzare allora parlo con l'AI che non mi fa un predicone ma mi dice quello che esattamente mi serve. Certo che ha dei rischi. Come del resto farsi scrivere il software e non avere nessun umano in grado di darti un'opinione su quel prodotto.
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Finché il valore resterà nella capacità di formulare problemi in modo chiaro, strutturare idee e prendere decisioni con responsabilità, l’AI non sostituirà il ruolo dell’ingegnere del software o del "programmatore". E non lo dico per difesa corporativa: le capacità che sta sviluppando sono impressionanti e rappresentano un acceleratore enorme.
Ma se ci pensiamo bene, noi non siamo mai stati “quelli che scrivono codice”. La scrittura è l’ultima fase visibile di un processo molto più ampio: idea, analisi dei requisiti, modellazione, valutazione dei compromessi, architettura, gestione dei vincoli reali. Il codice è solo la materializzazione finale di scelte fatte prima.
Lo stesso vale per i giornalisti citati nell’articolo. Chi si identificava con il mezzo è stato travolto dall’evoluzione dello stesso. Chi si identificava con il valore – analisi, sintesi, visione – si è adattato e ha trovato nuovi canali.
La provocazione “il coding è morto” funziona come stimolo, ma descrive solo una trasformazione: la parte meccanica e ripetitiva del lavoro è sempre più automatizzabile. Questo non elimina la necessità di pensiero critico, contesto, responsabilità e supervisione. Oggi l’AI è uno strumento potentissimo, ma richiede guida, verifica e direzione.
Il punto non è difendere il codice. È capire che il valore si sta spostando più in alto nella catena decisionale. Chi si definiva solo come esecutore sentirà il terreno tremare. Chi si definisce come progettista di sistemi, no.
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Questo articolo e prolisso inutilmente e i punti sono posizionati male (si nota molto l'influenza dell'ia a cui per qualche motivo piace forzare gli elenchi). Magari il giornalismo non è più quello di un tempo (nel bene e nel male), ma se il risultato è questo, diventa poco interessante leggere per tutti (uomini o macchine che siano)
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Personalmente, sto per finire la laurea in ingegneria informatica e la questione mi lascia abbastanza spaventato. Attualmente mi è difficile persino trovare un tirocinio curriculare nel settore e non posso fare a meno di chiedermi se prendere questa laurea sia stata una buona idea. Immagino che alle aziende odierne non convenga più affiancare/assumere profili junior e formarli, in quanto i loro task (inizialmente perlopiù codifica, immagino) possono essere svolti in modo più veloce da un senior che orchestra agenti IA. Chiedo quindi a chi ha esperienza nel settore: pensate che il mercato sia saturo o che ci sia ancora spazio per nuovi profili?
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Complimenti! Un bellissimo articolo da vero giornalista.
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