Il dibattito sulla sovranità del cloud computing in Europa ha raggiunto un punto critico. Mentre gli hyperscaler statunitensi controllano oltre due terzi del mercato europeo, con Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud in posizione dominante, le istituzioni e le aziende che gestiscono dati sensibili si trovano di fronte a una questione sempre più urgente: le soluzioni etichettate come "cloud sovrano" offrono davvero l'indipendenza giurisdizionale promessa, o si tratta principalmente di operazioni di marketing? La crescita esplosiva del settore, con proiezioni che indicano un balzo da 154,69 miliardi di dollari nel 2025 a 823,91 miliardi entro il 2032, rende questa domanda ancora più strategica per il futuro digitale del continente.
L'Europa rappresenta già il 37% del mercato globale del cloud nel 2024, una quota significativa che tuttavia non si traduce in un controllo proporzionale dell'infrastruttura. Il paradosso è evidente: nonostante investimenti massicci in data center locali e partnership con operatori europei, le società madri degli hyperscaler rimangono soggette a normative extraterritoriali come il CLOUD Act statunitense e la Sezione 702 del FISA. Queste leggi consentono alle autorità americane di richiedere l'accesso ai dati anche quando fisicamente ospitati in territorio europeo, creando un gap giurisdizionale che nessuna localizzazione geografica può colmare.
La distinzione fondamentale riguarda la differenza tra residenza dei dati e sovranità effettiva. La prima risponde alla domanda "dove" risiedono fisicamente i dati, la seconda affronta il "chi" ha autorità legale su di essi e "fino a che punto" si estendono le dipendenze tecnologiche e operative. Per banche, ospedali, enti governativi e infrastrutture critiche, questa non è una sottigliezza accademica ma una questione concreta di compliance normativa e gestione del rischio. Le normative europee come GDPR, DORA e Data Act hanno già innalzato significativamente gli standard di protezione dei dati, ma la loro efficacia dipende dalla capacità delle organizzazioni di mantenere un controllo reale sui propri carichi di lavoro.
Le proposte "sovrane" dei grandi provider globali presentano ambiguità strutturali. Nonostante l'adozione di modelli operativi che coinvolgono partner locali o la creazione di entità giuridiche europee separate, le dipendenze tecnologiche rimangono: lo stack software, gli strumenti di gestione, le catene di fornitura hardware e i protocolli di supporto tecnico spesso ricadono ancora sotto il controllo delle società madri statunitensi. Un involucro sovrano costruito su fondamenta non sovrane offre garanzie limitate, soprattutto quando si tratta di intelligenza artificiale, difesa nazionale o servizi pubblici essenziali.
I requisiti per una reale autonomia operativa vanno ben oltre l'hosting locale. L'allineamento tra infrastruttura fisica e giurisdizione legale rappresenta solo il punto di partenza. Servono interoperabilità e portabilità dei carichi di lavoro per evitare il vendor lock-in, trasparenza completa sulla supply chain tecnologica, controllo sugli aggiornamenti e sulle patch di sicurezza, e la capacità di gestire operazioni critiche anche in scenari di stress geopolitico. La riduzione delle concentrazioni di mercato diventa quindi non solo una questione di concorrenza, ma di resilienza sistemica.
Gli schemi di certificazione nazionali come C5 in Germania e SecNumCloud in Francia rappresentano passi avanti significativi, così come il lavoro della Direzione Generale per l'Informatica (DGIT) della Commissione Europea. Tuttavia, la frammentazione del panorama normativo tra i diversi Stati membri complica il confronto tra le offerte e rallenta l'adozione di standard uniformi. Un cloud realmente affidabile dovrebbe garantire che controllo, accesso e governance dei dati restino interamente nella giurisdizione del cliente, senza eccezioni legate alle strutture proprietarie del fornitore.
I cloud service provider europei di dimensioni medio-piccole, come Redcentric nel Regno Unito e ANS, possono offrire un controllo più diretto operando interamente sotto quadri normativi locali e investendo nel territorio. In molti casi, queste soluzioni si basano su architetture di private cloud, più facilmente allineabili ai requisiti di autonomia rispetto ai modelli di public cloud multitenant degli hyperscaler. I vendor tecnologici che forniscono piattaforme e framework interoperabili, come VMware o Red Hat (ora parte di IBM), giocano un ruolo complementare: offrono la tecnologia senza assumere il ruolo di operatori diretti, evitando così potenziali interferenze giurisdizionali.
Il dibattito si sta spostando dalla semplice esistenza di soluzioni dichiarate autonome alla loro effettiva capacità di rispondere alle esigenze specifiche dei clienti europei. La sovranità deve essere incorporata nel design architetturale fin dall'inizio, non aggiunta come componente opzionale successivamente. Questo richiede scelte tecniche precise: utilizzo di standard aperti, documentazione trasparente dei protocolli, possibilità di audit indipendenti, e garanzie contrattuali vincolanti sulla giurisdizione applicabile in caso di richieste governative di accesso ai dati.
Più che una questione meramente tecnica, il tema del cloud sovrano riguarda fiducia istituzionale, indipendenza strategica, resilienza economica e sviluppo tecnologico autonomo. Per aziende e governi europei, distinguere tra marketing e sostanza diventa essenziale affinché l'autonomia digitale sia reale e misurabile, non solo dichiarata. Le scelte infrastrutturali di oggi determineranno il grado di libertà operativa e di sicurezza nazionale del continente nei prossimi decenni, mentre l'accelerazione dell'adozione dell'intelligenza artificiale e dei servizi cloud-native rende queste decisioni ancora più irreversibili e strategicamente rilevanti.