La retorica della connessione globale si scontra con i dati della realtà. Secondo il Digital 2026 Global Overview Report diffuso da We Are Social e Meltwater, dei circa 8 miliardi di esseri umani sul pianeta, solo 6 miliardi risultano connessi a internet. Un numero che a prima vista potrebbe sembrare incoraggiante, ma che nasconde profonde disparità nell'accesso e nella qualità delle connessioni digitali. Il divario tecnologico che avremmo dovuto colmare da decenni, da quando il concetto di digital divide è emerso per la prima volta trent'anni fa, non solo persiste ma si sta ulteriormente accentuando con l'avvento dell'intelligenza artificiale.
La questione va ben oltre il semplice conteggio delle connessioni. La qualità dell'accesso rappresenta il vero nodo della questione: contano come "connessi" sia chi dispone di fibra ottica attiva 24 ore al giorno, sia chi riesce a controllare la propria casella email una volta al mese recandosi in un internet point. Questo approccio statistico crea quella che potremmo definire "la media del pollo", un dato formalmente corretto ma sostanzialmente fuorviante che nasconde realtà estremamente diverse.
Le aree geografiche più colpite da questa esclusione digitale si concentrano nel Sudest asiatico, in India e in ampie regioni dell'Africa. Esistono poi zone del pianeta, come la Corea del Nord, dove mancano completamente informazioni affidabili sullo stato della connettività. Questa distribuzione diseguale delle risorse tecnologiche si configura come una vera e propria lotteria della nascita, dove le opportunità di un individuo o di un'impresa dipendono in larga misura dal luogo geografico in cui si trovano.
Il problema assume dimensioni ancora più complesse quando si considerano le implicazioni pratiche. Le aziende che operano con connessioni performanti possono recuperare informazioni, elaborarle e inviare progetti ai clienti mentre i concorrenti stanno ancora pianificando le loro mosse. Nel settore bancario, per esempio, emergono velocità operative radicalmente diverse: alcune istituzioni lavorano secondo regolamentazioni europee standard con chiusure nel weekend, mentre altre operano con token digitali in modalità continua h24, sette giorni su sette. "Questa differenza non è solo tecnica ma strutturale, regolamentare e impatta profondamente sulla competitività", dice l'esperto Fabrizio Degni.
L'arrivo dell'intelligenza artificiale ha amplificato queste disuguaglianze invece di ridurle. ChatGPT viene utilizzato mensilmente da 557 milioni di persone, un numero enorme considerando che si tratta di una tecnologia relativamente recente e inaccessibile in diverse aree del mondo. Gemini di Google segue con 70 milioni di utenti, mentre altri sistemi come Claude, DeepSeek e i modelli di Meta portano il totale a circa 800 milioni di utilizzatori mensili. Ma anche qui, il problema non riguarda solo chi ha accesso e chi no: riguarda soprattutto come viene utilizzata questa tecnologia.
I dati raccolti nel report rivelano un fenomeno sorprendente e preoccupante. L'utilizzo principale di questi sistemi di intelligenza artificiale non è legato alla produttività o all'apprendimento, ma ha una natura prevalentemente terapeutica. Milioni di persone si rivolgono ai chatbot per trovare supporto emotivo, compagnia, comprensione. Al terzo posto tra gli utilizzi più frequenti figura addirittura la ricerca del senso della vita, con utenti che aprono conversazioni chiedendo agli algoritmi di rispondere a domande esistenziali fondamentali.
Questo tipo di interazione presenta rischi significativi. I sistemi di intelligenza artificiale sono progettati per essere condiscendenti, per dare sempre ragione all'utente, per apparire empatici. Non possiedono però alcuna reale capacità di comprensione e tendono a confermare qualsiasi posizione venga loro presentata. Gestire un chatbot evitando di mettergli le parole in bocca, assicurandosi risposte oggettive e distaccate, richiede competenze specifiche e consapevolezza dei limiti della tecnologia. Chi manca di queste competenze si trova doppiamente svantaggiato: ha accesso allo strumento ma non sa utilizzarlo efficacemente.
Il parallelismo con il mondo dei videogiochi risulta illuminante per comprendere la natura di queste disparità. Anni fa, tra i giocatori di sparatutto in prima persona esisteva una vera ossessione per i mouse ad altissimi DPI, che garantivano un vantaggio competitivo concreto. Tutti avevano un mouse, tutti erano connessi, ma chi disponeva dell'attrezzatura migliore partiva avvantaggiato. La situazione attuale riproduce questa dinamica su scala globale e con conseguenze molto più serie del risultato di una partita online.
La questione assume contorni particolarmente delicati quando riguarda il benessere emotivo. Chi si trova in difficoltà psicologiche dovrebbe rivolgersi a persone reali: professionisti quando possibile, oppure amici, parenti, figure di riferimento comunitario. Gli esseri umani, pur con tutti i loro limiti, possiedono la capacità di comprendere altri esseri umani e di offrire supporto autentico. A volte l'aiuto consiste semplicemente nel non fare nulla, nell'essere presenti senza offrire soluzioni preconfezionate. Una macchina non può replicare questa dimensione fondamentale della relazione umana.
Paradossalmente, l'intelligenza artificiale potrebbe contribuire a ridurre il divario digitale se utilizzata con le giuste modalità. L'approccio più efficace consiste nel chiedere a questi sistemi di esplorare alternative piuttosto che fornire soluzioni definitive. "Il brainstorming assistito, l'analisi di diverse opzioni, la presentazione di scenari multipli: questi utilizzi mantengono l'utente in una posizione attiva, evitando la deriva verso un ruolo passivo dove le decisioni vengono delegate agli algoritmi nella vita personale e ad altri soggetti in ambito lavorativo. Continuare su questa strada porterebbe a uno scenario decisamente poco desiderabile", prosegue Degni.
Il documento analizzato conta circa 700 pagine tra slide e testi, e naturalmente i numeri raccolti riflettono il punto di vista di chi ha condotto la ricerca. I dati vanno quindi interpretati con le dovute cautele, ma nella loro visione d'insieme mostrano chiaramente come la narrazione della Silicon Valley globale sia principalmente retorica. Il problema del digital divide si manifesta su molteplici livelli: infrastrutturale, regolamentare, geografico, educativo. E con l'intelligenza artificiale, invece di avviarci verso una soluzione, stiamo assistendo a un'ulteriore acutizzazione delle disuguaglianze esistenti.