Il countdown è iniziato e mancano ormai meno di tre mesi al termine del supporto ufficiale di Microsoft per Windows 10, previsto per il 14 ottobre 2025. Mentre alcune aziende hanno pianificato con largo anticipo la transizione verso Windows 11, molte altre si trovano ora a dover affrontare una corsa contro il tempo che potrebbe costare caro. La situazione ricorda quella vissuta anni fa con la fine del supporto per Windows 7, ma stavolta le dinamiche sono profondamente diverse e le scelte strategiche si moltiplicano.
La realtà dei numeri: chi è pronto e chi no
I dati raccolti da Forrester rivelano uno scenario frammentato nel mondo enterprise: un terzo delle organizzazioni ha completato la migrazione, un altro terzo è in fase di accelerazione forzata, mentre il restante terzo attende ancora hardware compatibile con Windows 11. "A differenza della transizione da Windows 7 a Windows 10, questa volta non c'è stata una ragione commerciale convincente per aggiornare", spiega Paddy Harrington, analista senior di Forrester specializzato in sicurezza e rischi.
Le piccole e medie imprese si trovano in una situazione particolarmente delicata. David Mayer, CEO di Endpoint Technology Partners, osserva che "manca un vero ritorno sull'investimento finanziario associato all'aggiornamento. L'aumento delle prestazioni, della sicurezza e della gestibilità non produce un impatto sufficientemente grande da giustificare i costi dell'hardware nuovo o aggiornato".
Strategie ibride per gestire l'emergenza
BSH Home Appliances ha adottato un approccio pragmatico che dimostra come le grandi multinazionali stiano affrontando la sfida. Serhiy Mamus, responsabile globale dei servizi workplace dell'azienda europea, gestisce un parco di 43.000 computer tra laptop e desktop. La sua strategia prevede che entro ottobre saranno ancora 6.000 i dispositivi Windows 10 non migrati, ma questo fa parte di un piano accuratamente orchestrato.
"Tutti tranne 2.500 dei computer da ufficio sono stati migrati", racconta Mamus. I dispositivi rimanenti seguiranno percorsi differenziati: alcuni passeranno al programma Extended Security Updates (ESU) di Microsoft perché non soddisfano i requisiti hardware minimi, altri perché utilizzano applicazioni non ancora certificate per Windows 11 o collegati a dispositivi industriali critici.
Il nodo dell'hardware: requisiti minimi vs. prestazioni ottimali
Una delle principali difficoltà che le aziende stanno incontrando riguarda i requisiti hardware di Windows 11. Il chip TPM 2.0, diventato standard nella maggior parte dei dispositivi intorno al 2018, rappresenta spesso il principale ostacolo. "L'hardware più vecchio che non supporta il chip TPM 2 è stato il nostro maggiore blocco", conferma Jeff Martinson di Ameritas, che ha completato al 93% la migrazione di 3.100 istanze Windows 10.
Tuttavia, rispettare i requisiti minimi non garantisce un'esperienza utente soddisfacente. Lucas Ebron di Portland Internetworks avverte: "Windows 11 funzionerà con 8GB di RAM? Certamente. Ma agli utenti non piacerà quell'esperienza". Le raccomandazioni degli esperti parlano di almeno 16GB di RAM, SSD e processori Intel di ottava generazione o superiori per garantire prestazioni ottimali.
Il software legacy: il tallone d'Achille della transizione
Sebbene Microsoft dichiari che il 99,7% delle applicazioni Windows sia compatibile con Windows 11, la realtà sul campo racconta una storia diversa, specialmente per le PMI. "La sfida arriva con software legacy o personalizzato che richiede aggiornamenti o nuove licenze", spiega Ebron. Mayer è ancora più diretto: "C'è un numero enorme di fornitori di applicazioni uniche che non sono completamente compatibili, e a volte è difficile lavorare con loro".
BSH ha avuto maggiore fortuna grazie a una preparazione accurata. Il team di Mamus ha iniziato il processo di migrazione oltre due anni fa con una "fabbrica di test" dove hanno verificato tutte le immagini di sistema. "Su 1.000 applicazioni, ne abbiamo trovate alcune che dovevano essere aggiustate, ma era solo questione di cambiare alcune impostazioni", racconta.
Le alternative: ESU, VDI e soluzioni creative
Per le macchine che il 15 ottobre saranno ancora su Windows 10, i manager IT dovranno decidere se investire 61 dollari per dispositivo nel primo anno di Extended Security Updates - costo che raddoppia a 122 dollari nel 2026 e 244 nel 2027 - oppure assumersi i rischi legati alla mancanza di aggiornamenti di sicurezza.
Le alternative non mancano: dai thin client alle soluzioni VDI, fino alla possibilità di spostare utenti che lavorano principalmente via browser su sistemi operativi alternativi come ChromeOS Flex o Linux. "Il 30% degli utenti enterprise usa un browser per tutto, e il 50% svolge la maggior parte del lavoro nel browser", osserva Harrington di Forrester.
Tuttavia, per molte organizzazioni la migrazione diretta a Windows 11 rimane la scelta più pragmatica. "Ci sono soluzioni temporanee come VM o VDI, ma guidiamo i clienti verso le best practice: aggiornare hardware e app per garantire un ambiente Windows 11 sicuro e supportato", conclude Ebron di Portland Internetworks.