Tecnologia

Smart home: serve una rivoluzione per superare i limiti di oggi

Si parla molto di smart home in questi anni. La tecnologia corre come non ha mai fatto prima, la capacità delle aziende di creare prodotti è diventata incredibile e gli oggetti di oggi sono belli, potenti e piacevoli da guardare.
Eppure, qualcosa ancora non va: rendere smart una casa non è ancora quello che ci aspettavamo. Ci troviamo davanti a una miriade di piccoli oggetti completamente slegati tra loro con degli assistenti intelligenti che cercano di fare da collante, tra mille limiti e problemi.

Foto Davide Sella
Foto generiche

“Quelle che oggi chiamiamo smart home o case intelligenti, in realtà, non sono altro che case connesse.” – ci dice Federico Casalegno, ex professore del MIT che adesso dirige il Samsung Design Innovation Center di San Francisco.
“Siamo ancora lontani” – continua – “dal concetto di casa ‘ideale’. Quella davvero intelligente che rappresenterà lo standard del futuro. C’è la stessa differenza, se vogliamo, tra le città connesse che iniziano a sorgere e le città ideali di cui parlava Leonardo: è una questione di approccio e finalità, non solo di tecnologia”.
Il problema di oggi è che gli oggetti smart dedicati alla casa “non fanno squadra”. Ognuno ha una sua identità, ma non riconosce quella degli altri. Inoltre, al centro si trova un sistema, quello degli assistenti digitali, che non vuole davvero prendere in mano le redini della casa digitale.

Questo rende relativamente semplice gestire e inserire in casa il singolo oggetto connesso, ma è praticamente impossibile farlo interagire in maniera complessa con prodotti di altre marche.
C’è un problema tecnologico alla base, di standard non ancora definiti per l’interoperabilità degli oggetti connessi. Un televisore non sa come ricevere automaticamente le immagini che arrivano da una videocamera di sorveglianza, così come un assistente digitale non può andare a caccia di dispositivi compatibili sulla rete di casa, ma bisogna indicarglieli con app fatte su misura.
Serve un nuovo sistema “Plug & Play”: si deve ripensare interamente il modo in cui i dispositivi “si presentano” sulla rete in modo da farsi riconoscere e abilitare chiunque alla creazione di interazioni complesse.
“In effetti” – concorda Casalegno – “i dispositivi moderni non fanno squadra e questo è un problema che, però, va oltre la tecnologia.” Le trasformazioni necessarie sono profonde e vanno studiate molto bene.

“Quando si pensa un nuovo prodotto” – continua Casalegno – “è facile capirne e progettarne le caratteristiche tecniche, il design e il suo posto teorico, ma è molto più difficile capire quali implicazioni avrà a livello più ampio: come la gente lo userà davvero, se andrà a modificare profondamente dei comportamenti sociali, se avrà conseguenze che non ci si aspetta”.
Il tema, in effetti, è tutt’altro che banale: basti pensare a quanto profondamente lo smartphone ha inciso sui comportamenti sociali. L’interazione tra le persone è cambiata profondamente, con il “telefono” che adesso non serve quasi più a parlare con gli altri.

Cosa accadrebbe rendendo “plug & play” le periferiche di rete, come avviene adesso con quelle USB per computer? Quali implicazioni di sicurezza ci sarebbero? E andando a toccare così profondamente l’ecosistema attuale, useremo ancora schermi touch e voce per controllare le case del futuro o salterà fuori qualcos’altro?
Da esperto di design funzionale, Casalegno ha una riposta per l’ultima domanda. “In futuro” – dice – “non avremo più bisogno di impartire comandi. L’interfaccia sarà l’uomo stesso e i dispositivi si adatteranno e agiranno in base a quello che ci vedranno fare o alle nostre abitudini. Non è un concetto nuovo: al MIT ne parliamo già da tempo e l’abbiamo chiamata Architettura cognitiva. Si passerà dalla necessità di dare un comando come ‘alza la temperatura’ a una casa che sa che la temperatura è bassa e l’alzerà prima che suoni la sveglia, imparando da quello che ha visto accadere nei giorni e mesi precedenti.”
Siamo ancora lontanissimi da questa visione, ma l’ex professore del MIT dice che ci arriveremo e che, considerando la velocità alla quale sta viaggiando la tecnologia, potremmo vederlo accadere tra pochi anni. Ammesso che qualcuno riesca a comprendere davvero come le prossime innovazioni cambieranno la società.